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Commento al Vangelo della Domenica di Giancarlo Bruni

Giancarlo Bruni, (1938) appartiene all'Ordine dei Servi di Maria e nello stesso tempo è monaco della Comunità ecumenica di Bose.

Giancarlo Bruni, (1938) appartiene all'Ordine dei Servi di Maria e nello stesso tempo è monaco della Comunità ecumenica di Bose. Risiede un po’ a Bose e un po’ all’eremo di San Pietro alle Stinche (FI). Il suo impegno nel diffondere una spiritualità biblica mai separata dalla realtà quotidiana e dalla storia, lo ha fatto conoscere come uno degli autori italiani più apprezzati nell'ambito religioso. E’ docente di ecumenismo presso la pontificia facoltà teologica “Marianum” di Roma. Tiene corsi e conferenze in varie parti di Italia e all’estero.

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CROCE DI SAN DAMIANO IN ARGENTO

Crocefisso di San Damiano in Argento




Omelia Domenicale
di Don Michele diacono della Diocesi di Lucera-Troia (Fg)


I «sette peccati capitali»:
i vizi a cui si possono ricondurre tutti i peccati umani

«superbia, avarizia, invidia, ira, lussuria, golosità, pigrizia o accidia».

«Io sono voce di uno che grida nel deserto»

Domenica 11 Dicembre, 3ª domenica di Avvento Anno B - Letture: Is 61,1-2.10-11; 1Ts 5,16-24; Gv 1,6-8.19-28.




1. Avvento, ripetiamo, è accoglienza di colui che domenicalmente viene affacciandosi in una icona, parlando in una pagina scritta, consegnandosi in pasto in un pane e presiedendo l’assemblea dei due o tre riuniti nel suo nome. Ed è attesa di colui che nel giorno noto a Dio verrà faccia a faccia, di colui il cui mistero, vale a dire la sua verità segreta viene oggi svelata e consegnata da un suo amico di nome Giovanni Battista (Gv 3,29), alla cui scuola ci poniamo. La sua è una testimonianza, parola chiave del vangelo di Giovanni, frutto di un vedere, altra parola chiave del vangelo giovanneo, che inizia ad una stupita e sorprendente dell’uomo Gesù.

Una testimonianza messa per iscritto al fine di rendere Gesù contemporaneo ai lettori- uditori di ogni epoca come via a una vita che è pienamente tale quando è comunionale: con Dio, con l’altro e con l’eternità. A scuola dunque dal Battista, «uomo mandato da Dio» (Gv1,6), per ascoltare ciò che ha da dirci su Gesù, un dire preceduto da una presentazione di sé a fugare ogni equivoco. L’affermazione del prologo: «non era lui la luce» (Gv1,8) viene esplicitata nel categorico: «Io non sono il Cristo», né Elia e neppure il profeta (Gv1,20-21). Questo «non sono», risposta a sacerdoti e leviti inviati da Gerusalemme a interrogarlo: «Tu,chi sei?» (Gv1,19), rimanda al dato di fatto che al tempo di Gesù vi erano gruppi che ritenevano che il Battista fosse il Cristo, il profeta simile a Mosè (Dt 18,15-18) identificato al Messia-re o almeno l’Elia atteso quale precursore del Figlio prediletto di Dio (Ml 3,23; Sir 48,10-11). Dinanzi a queste letture«Egli confessò e non negò» (Gv 1,20) di non essere né l’uno, né l’altro e né il terzo, sarà Gesù a identificarlo con Elia (Mt 17,10-13). Giovanni in tutta rettitudine non si lascia definire dagli altri ma da Dio: egli è l’ inviato dall’alto ad essere voce che prepara il terreno (Gv1,13) a chi viene dopo di lui, a uno, dirà agli inviati dei farisei, che stà in mezzo a voi e che voi non conoscete (Gv1,23-28). Con una aggiunta significativa: «Io stesso non lo conoscevo» (Gv1,31).

2. Giovanni, maestro di onestà verso se stesso e verso gli altri nel chiarire ciò che è e ciò che non è, lo è altresì di un singolare cammino, come lascia trasparire l’intera lettura del capitolo primo. Un cammino che parte dalla non conoscenza per approdare al porto della conoscenza attraverso la via della visione, quest’ultima opera di Dio: «Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: Colui sul quale vedi discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo. E io ho visto (Gv1,33-34). Quello che dirà Gesù: « Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre che mi ha mandato»« Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre che mi ha mandato» (Gv 6,44). Un insegnamento permanente: alla conoscenza profonda del mistero di Gesù si perviene per purissimo dono, per grazia e non per ragione, l’ «Io ho visto» è figlio del «mi è stato dato vedere» e credere. Dio ha reso contemplativi gli occhi di Giovanni (Gv1,32) disponendoli a vedere in quell’uomo Gesù il Figlio di Dio (Gv1,34) ripieno di Spirito venuto a immergere nello Spirito (Gv1,33), l’Agnello di Dio forte e crocifisso (Gv 1,29.36) capace di assumere sopra di sè il male del mondo perdonandone il mondo, capace di liberare il profondo dal potere del male annidato in esso.

Una conoscenza frutto di una visione che diventa pubblica testimonianza a Israele e ai lettori-uditori di tutti i tempi: «Io ho visto e ho testimoniato» (Gv1,34), «Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce» (Gv1,8) « perché tutti credessero per mezzo di lui» (Gv1,7).

3. Una testimonianza sempre attuale che riguarda la Chiesa stessa dischiusa alla lettura di sé come chiamata da Dio a divenire voce e testimonianza pubblica di quanto le è stato vedere per sola grazia di quell’uomo di nome Gesù: dalla contemplazione di lui come Luce all’annuncio di lui come inviato a illuminare il mondo e ciascuno. Una illuminazione su Dio: «Dio è luce» (1Gv 1,5), «Dio è amore» (1Gv 4,8); una illuminazione sul mondo come mondo amato: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui…abbia la vita eterna» (Gv 3,16); una illuminazione sull’uomo: «Chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente» (1Gv 3,1), figli destinati a camminare nella luce (1Gv 1,7), cioè con un cuore colmo di amore e con un corpo che lo riflette e lo espande all’esterno con tutti i suoi sensi. Avvento è anche venuta di un uomo di nome Giovanni a offrirci nel qui e ora il suo racconto di Gesù e nel racconto Gesù stesso, una testimonianza che costituisce quanti l’accolgono uomini di una visione che non può non essere annunciata a un mondo amato in attesa di frammenti di luce.




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