Commento al Vangelo della Domenica di Giancarlo Bruni

Giancarlo Bruni, (1938) appartiene all'Ordine dei Servi di Maria e nello stesso tempo è monaco della Comunità ecumenica di Bose.

Giancarlo Bruni, (1938) appartiene all'Ordine dei Servi di Maria e nello stesso tempo è monaco della Comunità ecumenica di Bose. Risiede un po’ a Bose e un po’ all’eremo di San Pietro alle Stinche (FI). Il suo impegno nel diffondere una spiritualità biblica mai separata dalla realtà quotidiana e dalla storia, lo ha fatto conoscere come uno degli autori italiani più apprezzati nell'ambito religioso. E’ docente di ecumenismo presso la pontificia facoltà teologica “Marianum” di Roma. Tiene corsi e conferenze in varie parti di Italia e all’estero.


"La famiglia, dono e impegno, speranza dell'umanità"
La Famiglia nel Sentimento e nelle Parole di Giovanni P. II




CROCE DI SAN DAMIANO IN ARGENTO

Crocefisso di San Damiano in Argento




Omelia Domenicale
di Don Michele diacono della Diocesi di Lucera-Troia (Fg)


I «sette peccati capitali»:
i vizi a cui si possono ricondurre tutti i peccati umani

«superbia, avarizia, invidia, ira, lussuria, golosità, pigrizia o accidia».

Commensali del Risorto


Domenica 8 maggio 3° Domenica di Pasqua Letture: At 2,14a.22-33; 1Pt 1,17-21; Lc 4,13-35. «Lo riconobbero nello spezzare il pane»




1. Il generato dall’eternità dal Padre nel silenzio, il disceso nel tempo dal silenzio e il partorito da una donna nel silenzio è il risvegliato-alzato e l’esaltato-glorificato dal Padre nel silenzio. La risurrezione, al pari dell’in principio e della incarnazione, è un evento che investe in maniera unica la relazione Padre-Figlio, lontano da occhi indiscreti e da racconti diretti; evento donato alla intelligenza del cuore e affidato alla «castità» della immaginazione e alla sobrietà della narrazione (R. Vignolo). Vi sono momenti che appartengono esclusivamente agli amanti e vi sono momenti in cui gli effetti dell’atto di amore, nel nostro caso la nascita nuova del Figlio ad opera del Padre nello Spirito, diventa dono palese a partire da coloro che ne hanno condiviso il sogno, pur senza averlo compreso. È in questa ottica che va letto l’episodio dei discepoli di Emmaus, l’uno di nome Cleopa (Lc 24,18) e l’altro senza nome a voler dire che ciascuno vi apponga il proprio.

2. Il racconto inizia con una specificazione temporale: «Ed ecco, in quello stesso giorno» (Lc 24,13), vale a dire «Il primo giorno della settimana» (Lc 24,1), a cui segue una puntualizzazione geografica , i due sono in viaggio dalla città di Gerusalemme al villaggio di Emmaus (Lc 24,13), e una annotazione: i due «conversavano…e discutevano.. tra loro di tutto quello che era successo» (Lc 24,14-15), ed erano «tristi»(Lc 24,17). Il dato cronologico designa la domenica il giorno in cui Dio dice sì a quel crocifisso «liberandolo dai dolori della morte» (At 2,24); il giorno in cui Dio dice sì in quel risorto alla trasfigurazione dell’uomo e dei mondi, i sei giorni della storia umano-cosmica affluiranno nella domenica eterna; il giorno infine in cui Dio dice sì alla apparizione del Vivente ai suoi di ieri, di oggi e di domani, un approssimarsi a chi torna indietro dopo aver messo mano all’aratro: da Gerusalemme, la città dei grandi appuntamenti con Dio e delle grandi partenze verso l’oltre (At 1,8), a Emmaus, il villaggio simbolo di un ritorno alla propria banale quotidianità frantumati i grandi sogni, sazi di delusione. La strada, metaforicamente luogo del camminare insieme e dell’approfondire insieme, in questo caso è cifra di un viaggio senza approdo ove le parole non aprono squarci, ove il conversare, il discutere e il dibattere sugli accadimenti non genera intelligenza ma solo uno scagliarsi parole addosso incapaci di lenire ferite e di aprire orizzonti di senso. Tristezza è il termine evangelico giusto a descrivere lo stato d’animo degli amici di Gesù a motivo di una morte che per loro ha significato perdita definitiva di un Tu e di un progetto che erano divenuti la ragione del loro esistere, e radicale incapacità di rielaborazione di un simile lutto. A questo punto un Terzo si affianca al loro viaggio, (Lc 24,15), domanda di che cosa stiano discutendo (Lc 24,17), ascolta la loro narrazione circa Gesù profeta crocifisso (Lc 24,19-20) e di come avessero riposto in lui la speranza della liberazione di Israele (Lc 24,21). Speranza non risvegliata in loro da racconti di donne e da apparizioni di angeli (Lc 24,22-24). L’evangelista raccoglie una tradizione che fotografa con realismo la situazione dei compagni storici di Gesù: «I loro occhi erano impediti a riconoscerlo» (Lc 24,16) e la loro mente era scettica nei confronti di ogni parola e evento che gettassero un’ombra di dubbio sulla definitività della morte di una persona e della attesa da essa suscitata. È con questa gente che «il solo a soggiornare a Gerusalemme senza sapere ciò che vi era accaduto in quei giorni» (Lc 24,18) deve fare i conti, egli davvero «forestiero» a quel modo di intendere ciò che era avvenuto e teso a convincere della verità della sua interpretazione. Opera che il Risorto divenuto esegeta della sua Pasqua adempie attraverso un procedimento singolare,a cui è dedicato l’intero capitolo 24 di Luca. In primo luogo Gesù entra nella loro domanda e nella loro interpretazione (Lc 24,14-24), quindi la giudica: «Stolti e lenti di cuore» (Lc 24,25), cioè «senza mente» e rimasti indietro a proposito della retta comprensione di quanto avvenuto. Una assenza di intelligenza che, in secondo luogo, domanda apertura di mente: «Allora aprì loro la mente» (Lc 24,45), riferito agli apostoli e per inclusione ai due di Emmaus. Un aprire la mente, in terzo luogo, attraverso il «risveglio della memoria». Vale per i due, per gli apostoli (Lc 24,44) e per tutti ciò che è detto alle donne: «Ricordatevi come vi parlò…Bisogna che il Figlio dell’uomo sia consegnato…,sia crocifisso e risorga il terzo giorno» (Lc 24,6-7). E ancora attraverso una corretta conoscenza del «dato scritturistico»: «E cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui», al suo soffrire-patire e alla sua resurrezione-glorificazione (Lc 24,26-27.44-46). L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo, e qui sta il punto. I compagni di Gesù amavano rimanere forestieri alla lettura del Messia testimoniata nelle Scritture interpretate dal loro maestro, ancorati a una visione di Messia potente politicamente in grado di liberare Israele dall’occupante di turno instaurandone con forza il regno (Lc 24,21; Ai 1,6). Visione morta con la morte di Gesù, avevano sbagliato liberatore, un Gesù risorto infine che li risuscita alla vera intelligenza del Messia riproponendo ai due a tavola il gesto dell’Ultima cena: «Prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista» (Lc 24,30-31), finalmente iniziati alla stessa intelligenza delle Scritture: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore…quando ci spiegava le Scritture?» (Lc 24,32). Il tutto per un nuovo inizio per nuovi racconti: «Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme e…narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane» (Lc 24, 33.35).

3. In questo evento la Chiesa, ogni comunità credente e ciascuno leggono se stessi come assemblea domenicale, il giorno in cui il Padre dona il Risorto che gli occhi del cuore vedono presente come Tu che parla nelle Scritture e come Tu che si manifesta e manifesta Dio e l’uomo come pane che si frange e si porge in pasto, costituiti commensali del Vivente, popolo dalla mente aperta e dal cuore di fuoco. Finalmente liberati dalla indisponibilità al nuovo, Dio e il suo Inviato come pane dolce e mite per le innumerevoli fami dell’uomo, finalmente disponibili ad essere resi apparizioni mediante cui il Risorto continua a farsi compagno di viaggio di ogni creatura per dilatarne la mente e incendiarne il cuore, per farla risorgere dalla tristezza a gioiosa narrazione che vita risorta è là ove ciascuno è parola e pane per la vita dell’uomo.


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