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Omelia Domenicale e Festiva a cura di Don Michele Cuttano

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Narrare la Fede ai Figli Omelia Domenicale e Festiva

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Il Libro Consigliato


18 novembre 2012 33ª domenica del Tempo ordinario anno B.

Letture: Dn 12,1-3;Eb 10,11-14.18; Mc 13,24-32.

I MIGLIORI ANNI DELLA NOSTRA VITA…



Il Vangelo di questa Domenica ci presenta il discorso escatologico di Cristo (sulle realtà ultime dell’umanità).
“In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte”.
La grande tentazione quando ascoltiamo questo passo del Vangelo è di concentrare la nostra attenzione sulla fine del mondo;
facciamo un passo in avanti, è Cristo che ce lo chiede, volgiamo la nostra anima su un qualcosa di più importante:
il fine di questo mondo, la“venuta del Figlio dell’uomo”
L’ingresso di Cristo nella storia dell’umanità è già iniziato, vi è una maturazione progressiva ma lenta.
Le nostre anime, a prescindere i nostri corpi fisici, sono in un’attesa che va oltre il tempo.
Allora è importante definire i termini di questo nostro attendere.
Veramente dovremmo prima chiederci se realmente siamo in atteggiamento di “attesa”.
Qui, già mi sa che “toppiamo” alla grande.
Forse che non attendiamo più niente se non un bel “tavuto”finale(cassa da morto)?
Tempo fa parlavo di malati terminali, ne parlavo con un medico ;
mi ha detto una cosa che rappresenta una verità assoluta per molti:
“La nostra realtà più certa è la morte”.
Affermazione oserei dire perfetta a livello tecnico…
Sì ma come cristiani come la mettiamo?
Siamo certi che non viviamo anche noi senza la certezza della vita eterna?
Sì, a teoria ci siamo, ma quanto del nostro vissuto concreto è in questa ottica escatologica?
In questo ci possiamo verificare chiedendoci quali sono i nostri atteggiamenti che mostrano che siamo in “attesa di Cristo”?
“Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l'estate è vicina”.
Già, il fico nell’approssimarsi dell’estate si prepara per donare i suoi frutti…
Ed io e te, che frutti portiamo?
Attesa per noi significa essere operosi, non rammolliti nel veder scorrere e subire i giorni della nostra esistenza, nel godere dei “nostri” beni e illuderci che facciamo una “vita alla sequela di Gesù” perché viviamo una ritualità “attiva”.
E’ un’attesa che si realizza nella quotidianità, nelle pieghe della nostra vita, quelle nascoste, che non hanno un “palcoscenico” visibile…
Quante pieghe nascoste ha la nostra esistenza, sconosciute a volte anche alle persone più care;
Ma note, ben note a Dio.
Mi riferisco a tutte quelle “croci quotidiane”, quella nostra difficoltà del cammino di tutti i giorni.
Vorrei invitarti ad entrare in questo Vangelo partendo da una “postazione” molto scomoda:
La tua Croce.
Quella di cui tante volte hai pensato di disfarti perché dolorosa, umiliante, senza senso.
Sai, magari il tuo albero di fico che dovrebbe fiorire e portare frutti è proprio il legno della tua Croce.
Quante volte nel mio farmi “compagno di viaggio” del mio prossimo ho avvertito questa presenza scomoda, invadente, non umanamente preventivata…
Parli con i giovani sposi; mettono tante cose nella loro valigia della vita ma Lei mai…;
Parli con gli anziani e hanno nel cuore tanti progetti ma Lei mai;
Parli con giovani che se la spassano, Lei non la pensano mai ;
Parlo con uomini della mia età (80), Lei è in angolo lontano della vita.
Sì, quando programmiamo il nostro vissuto pensiamo a tutto, ma non pensiamo mai al nostro “talamo nuziale” su cui ci uniamo a Dio.
Eppure è il segno più evidente della nostra attesa di Dio.
Anche Gesù ha atteso un incontro con Dio proprio da quella scomoda postazione sul Golgota.
Come il nostro “banale quotidiano” visto da questa ottica assume una valenza escatologica ed eterna.
Il cristianesimo non è un anestetico che ci spinge a dimenticare il male presente in vista del bene futuro…
Vivere il nostro presente alla Luce di Cristo significa già vedere Colui che sta per venire.
Penso alle vostre e alle mie silenti e presenti croci quotidiane, quelle che magari portiamo da anni sulla curva più profonda e intima del nostro cuore.
Una malattia di una persona cara;
una sofferenza che ci segna tutti gli istanti della nostra vita;
un amore finito tenuto in piedi dai chiodi della nostra Croce;
un figlio perso nel mondo;
una voglia di vivere che si è spenta nel non senso del vissuto;
una vita che non è vita…
Quanti rami ha questa tua Croce, quanti germogli si preparano per il frutto di quando Cristo verrà?
E’ vero come dice il Vangelo che non conosciamo “il giorno e l’ora” di questo incontro.
Ma è verissimo, caro fratello, che io e te conosciamo con quali mezzi ci stiamo recando al “nostro appuntamento”.
Ecco, la nostra Croce è il mezzo che ci prepara, ci “sala”, ci porta a questo incontro.
In fondo qualche poveraccio potrà pure toglierLa da una parete ma,
dai nostri cuori mai!
Desidero donarvi a riguardo una meravigliosa riflessione del Vescovo Tonino Bello…
Nel Duomo vecchio di Molfetta c'è un grande crocifisso di terracotta. L'ha donato, qualche anno fa, uno scultore del luogo. Il parroco, in attesa di sistemarlo definitivamente, l'ha addossato alla parete della sagrestia e vi ha apposto un cartoncino con la scritta: "collocazione provvisoria". La scritta che in un primo momento avevo scambiato come intitolazione dell'opera, mi è parsa provvidenzialmente ispirata, al punto che ho pregato il parroco di non rimuovere per nessuna ragione il crocifisso da lì, da quella parete nuda, da quella posizione precaria, con quel cartoncino ingiallito. Collocazione Provvisoria. Penso che non ci sia formula migliore per definire la croce, non solo quella di Cristo. Coraggio, allora, tu che soffri inchiodato su una carrozzella. Animo, tu che provi i morsi della solitudine. Abbi fiducia, tu che bevi al calice amaro dell'abbandono. Non ti disperare, madre dolcissima, che hai partorito un figlio focomelico. Non imprecare, sorella, che ti vedi distruggere giorno dopo giorno da un male che non perdona. Asciugati le lacrime, fratello, che sei stato pugnalato alle spalle da coloro che ritenevi tuoi amici. Non angosciarti, tu che per un tracollo improvviso vedi i tuoi beni pignorati, i tuoi progetti in frantumi, le tue fatiche distrutte. Non tirare i remi in barca, tu che sei stanco di lottare e hai accumulato delusioni a non finire. Non abbatterti, fratello povero, che non sei calcolato da nessuno, che non sei creduto dalla gente e che, invece del pane, sei costretto a ingoiare bocconi di amarezza. Non avvilirti, amico sfortunato, che nella vita hai visto partire tanti bastimenti, e tu sei rimasto sempre a terra.
Coraggio. La tua croce, anche se durasse tutta la vita, è sempre "collocazione provvisoria ". Il calvario, dove essa è piantata, non è zona residenziale. E il terreno di questa collina, dove si consuma la tua sofferenza, non si venderà mai come suolo edificatorio. Anche il vangelo ci invita a considerare la provvisorietà della croce.

Semplicemente un servo inutile in Cristo


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