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"La famiglia, dono e impegno, speranza dell'umanità"
La Famiglia nel Sentimento e nelle Parole di Giovanni P. II
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Omelia Domenicale e Festiva a cura di Don Michele Cuttano

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Narrare la Fede ai Figli Omelia Domenicale e Festiva

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Il Libro Consigliato
Domenica 18 Settembre 2011 25° domenica del T. O. anno A

Letture: Is 55,6-9; Sal 144; Fil 1,20c-27a; Mt 20,1-16a

THE WAY WE WERE (COME ERAVAMO)



Se volete sapere la verità, la parabola di questa domenica è una delle più antipatiche;
sì, a molti cristiani questa parabola non piace, è incomprensibile, scomoda, di cattivo gusto, secondo le leggi dell’economia scorretta!
Rovescia e sovverte tutte le nostre convinzioni di giustizia, di pedagogia, di morale, di cristianesimo!
Insomma, un padrone di una vigna che elargisce la stessa paga sia agli operai che hanno smazzato a lavorare sin dall’alba e sia a quelli che hanno oziato per l’intera giornata e lavorato solo dalle cinque di pomeriggio!
No, onestamente non è “onesto”.
E che sarebbe del cristianesimo vissuto in quest'ottica?
O pensa se estendessimo questa “metodologia” nell’educare i figli (direbbe qualcuno: “quelli già fanno i comodi loro, solo questo ci vorrebbe”).
Certo, nessun sindacalista della storia dell’umanità potrebbe condividere questa parabola di Gesù!
Non si può interpretare questo racconto in un’ottica sociale, se lo facessimo ci schiereremmo, a ragione, dalla parte degli operai che hanno faticato dall’alba.
D’altronde, se intendessimo il cristianesimo in chiave economica cioè un “dare e un avere”, rischieremmo di uscire con la faccia da fariseo…: “Non sono come gli altri, peccatori…”
Il Regno di Dio non è un “salario” che otteniamo per le nostre opere buone (non scandalizzarti) ma è un’iniziativa di Dio, un Suo dono gratuito!
Noi non meritiamo la “ricompensa” da Dio perché le nostre opere sono buone, la nostra vita è indefettibile, i nostri pensieri come quelli di Gesù, i nostri sguardi puri, il nostro linguaggio santo, i desideri dei nostri cuori non sono adulteri, le nostre mani pulite…
Dio ci apre le Sue braccia perché ci ama, senza distinzioni e senza guardare alle nostre colpe.
A misurarci con il bilancino, noi per primi diremmo di noi stessi : “pollice verso, sia messo a morte…!”
Un altro aspetto che voglio evidenziare è che questo brano riguarda tutti gli uomini.
Quando si parla di chiamata a lavorare nella vigna di Dio, i cristiani spesso si confondono(erroneamente e volutamente) e pensano che sia una parola rivolta ai sacerdoti , alle suore…
Invece, questa chiamata di Dio è per tutti.
Cioè, ogni cristiano non deve necessariamente lasciare tutte le sue attività di vita e andare a lavorare nella “vigna del Signore”.
La vigna in cui ognuno di noi è chiamato a lavorare è il mondo stesso, i nostri contesti quotidiani!
Ogni giorno, sul posto di lavoro con gli utenti allo sportello, a casa quando cucini o lavi a terra, quando scegli il programma alla televisione con i tuoi figli, quando fra colleghi si sparla del collega che non è presente in quel momento, quando scrivi su un giornale, quando parli del parroco, quando guidi l’auto, quando batti lo scontrino fiscale, quando prepari la “finanziaria”…!
Voglio andare oltre, questa parola è anche per i peccatori più incalliti, per quelli che ora, secondo il mondo (e anche secondo noi), se la spassano.
Cristo nella Sua vita terrena ha chiamato prostitute, pubblicani e farisei.
Lo sai chi lo ha seguito?
L’ultimo versetto del Vangelo odierno ci spiega tutto: “Così gli ultimi saranno i primi e i primi gli ultimi”.
Attenzione, voglio dirvi un’ultima cosina…
In questa chiamata il padrone della vigna dà come salario a tutti i lavoratori la stessa paga, non c’è diversificazione.
Ma, una volta abbracciata la fede, allora sì che c’è posto per le diversità.
Una volta ricevuti i talenti da Dio siamo chiamati a farli fruttare, non a dare i rimasugli della nostra vita.
Se Gesù ci avesse descritto il secondo giorno di lavoro nella vigna, quando tutti gli operai conoscevano la strada per arrivare alla vigna, certo la conclusione sarebbe stata diversa.
Una volta che ci siamo incontrati con Cristo non possiamo più rimanere in ozio e pretendere poi la stessa paga, chi ha messo mani all’aratro e si volge indietro…
Il cambiamento di vita è un frutto dell’incontro con il padrone della vigna.
Ma, attenzione, serve poco fare grandi gesta per un giorno e poi ritornare ad essere quelli di prima…
Chi incontra Cristo sa bene che è “per sempre”…
Per sempre nel matrimonio,
per sempre nell’onestà,
per sempre nella vocazione,
per sempre nel perdonare…
Termino questa riflessione con un raccontino tratto dai detti dei padri del deserto.
Un giorno il santo abate Antonio conversava con alcuni dei giovani che avevano scelto di vivere come lui nel deserto.
Un cacciatore che stava inseguendo una preda si avvicinò con molta deferenza.
Ma vide che il santo abate e i giovani che lo attorniavano ridevano allegri e, scuotendo la testa, li disapprovò con parole aspre.
L’abate Antonio gli parlò con calma.
“Metti una freccia nel tuo arco e scoccala”.
Il cacciatore lo fece.
“Adesso lanciane un’altra, poi un’altra, poi ancora un’altra….”, continuò il sant’uomo.
Il cacciatore protestò: “Se piego il mio arco tante volte così, si romperà!”.
L’abate Antonio, lo guardò sorridendo: “Succede così anche nella vita spirituale. La via di Dio costa sforzo. Ma se ci sforziamo oltre misura, presto verremo meno.
Solo Dio conosce i tempi di ogni uomo e sa il momento giusto per chiamarci;
Ma quando arriva la chiamata, si lavora!

un servo inutile




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