Pratica della lectio divina




























Fin dalla più remota antichità monastica e medievale, la lectio divina ha preso una forma che somiglia più a un itinerario che a un metodo, nel senso che viene delineato il tragitto verso la meta, ma è consentita una certa libertà di percorso.

Per questo motivo è meglio parlare di tempi anziché di tappe del suo svolgimento.

Il primo a fissare per iscritto i “tempi” è stato Guigo II, priore della Grande Certosa francese (1115-1193 c.), nell’operetta latina intitolata La scala di Giacobbe: chi si accinge alla lectio divina deve anzitutto «entrare nel silenzio della parola di Dio, e nel silenzio rendere il cuore aperto ad accogliere le spiegazioni che il Verbo gli darà come ai discepoli di Emmaus» (Guy-Marie Oury), conservarle nel cuore e meditarle, come la vergine Maria (Lc 2,19.5 1).

Il primo “tempo”, detto lectio, è finalizzato a comprendere con rigore esegetico il testo biblico nella sua letteralità.

Per ottenere questo si mettono a frutto le risultanze della migliore esegesi biblica, dando la preferenza a quei commenti che evidenziano il messaggio che la Parola divina rivolge al suo lettore e lasciano spazio al “parlare” della Parola.

Per questo gli antichi maestri abbinavano il “tempo” della lectio a quello dell’auditio, intesa come l’attività con cui l’orecchio e la mente cercano di capire e il cuore di comprendere.

Il “tempo” detto meditatio consiste nella ricerca di quanto,all’interno del testo biblico, ha un contenuto.

Perciò «sonda ogni particolare», «scava nella verità più nascosta», «penetra nel profondo» e «sale in alto»:

così facendo essa «trova il tesoro e lo mostra» (Guigo II).