In Dialogo il Teologo Risponde


Qual è l'origine della parola «papa»?

Durante la visita alla catacomba di san Callisto a Roma la guida ha detto che la parola Papa è un acronimo che significa «dell’apostolo Pietro prendo il potere». Vorrei sapere se tale notizia ha un fondamento storico (credo che l’acronimo abbia lo stesso significato del «viva Verdi» risorgimentale) e soprattutto origine e significato della parola Papa come indicante il capo del collegio apostolico.

Massimo Volpe

Risponde padre Giovanni Roncari, docente di Storia della Chiesa

Come il gentile lettore ha ben intuito, questa interpretazione non è che un gioco di parole, non molto diverso dal Viva Verdi ricordato. Il testo latino suona: Petri Apostoli Potestatem Accipiens. E anche l’altra interpretazione Pater Patrum (padre dei padri) è un gioco di parole che si presenta come una descrizione e rilettura successiva dell’ufficio papale.

Dal punto di vista storico-etimologico il termine papa però non è un acronimo, ma una parola di origine greca. Il vocabolario greco la definisce parola onomatopeica che significa padre, papà in senso familiare e affettuoso. È il termine usato nei primi secoli del cristianesimo per rivolgersi ai membri del clero e soprattutto ai vescovi, ancora oggi il Patriarca copto di Alessandria d’Egitto è chiamato Papa. Soltanto in un secondo momento verso il secolo IX-X diventa esclusivo del vescovo di Roma: da padre in senso generale a padre in senso specifico, il padre di Roma.

Il riferimento alle catacombe di san Callisto è interessante perchè in quelle c’è la testimonianza più antica a Roma dell’uso della parola papa riferita al vescovo di Roma. Il diacono Severo dichiara di aver avuto l’ordine del vescovo romano Marcellino (296-304) di costruire per sè e per i suoi familiari un cubicolo sepolcrale all’interno delle stesse catacombe: «iussu pp. sui Marcellini diaconus iste Severus fecit...» (cfr. Testini, Archeologia cristiana, Bari 1980, p.384). Riassumendo: è la storia di un termine generico che con l’andar del tempo assume un significato sempre più specifico fino a diventare esclusivo.

Nel Dictatus Papae, un documento nato nell’ambiente gregoriano durante la lotta per le Investiture e che sottolinea fortemente il primato universale del vescovo di Roma, i termini «sommo pontefice» e «papa» sono usati come sinonimi e intercambiabili. Solo per fare un altro esempio, nella Regola di San Francesco (cap.XII) si parla di Dominus Papa.

Ormai da una decina di secoli la parola papa (con gli altri termini derivati, papale, papato....) indica soltanto il vescovo di Roma.

Se vari sono i titoli del papa: sommo pontefice, vescovo di Roma, successore di Pietro, patriarca dell’occidente (quest’ultimo lasciato cadere da Benedetto XVI), primate d’Italia... quello teologicamente più vero e pregnante, quello da cui derivano tutti gli altri, è Vescovo di Roma e quindi erede e successore di Pietro e capo del collegio apostolico. È questo il titolo che lo qualifica nel senso più profondo. Possiamo terminare citando due testi, uno della antichità cristiana, uno dei nostri giorni, sull’importanza teologica del titolo romano.

«Ma poichè sarebbe troppo lungo enumerare in un volume come questo, le successioni di tutte le chiese, ci limiteremo alla chiesa più grande e più antica, a tutti nota, fondata e costituita in Roma dai gloriossimi apostoli Pietro e Paolo, e indicando la sua tradizione, ricevuta dagli apostoli e giunta fino a noi attraverso la successione dei suoi vescovi.... con questa chiesa, infatti, in ragione della sua autorità superiore, deve accordarsi ogni chiesa, cioè i fedeli di tutto il mondo, poichè in essa è stata conservata la tradizione apostolica attraverso i suoi capi». (cfr: S. Ireneo, Contro le eresie, libro terzo, parte prima)

«Per la stessa ragione nella comunione ecclesiale esistono legittimamente le chiese particolari, che godono di tradizioni proprie, salvo resdtando il primato della cattedra di Pietro che presi8ede alla comunione universale della carità, garantisce le legittime diversità e insieme vigila percè il particolare non solo non nuoccia all’unità, ma anzi ne sia al servizio». (Lumen Gentium 13).


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