In Dialogo il Teologo Risponde


Dio è infinta bontà e misericordia: questo significa che l’inferno è vuoto?

Da un po’ di tempo sono in un certo imbarazzo causato da un problema più grande delle mie «forze». Fin da piccolo sono cresciuto nella convinzione che i peccatori che muoiono senza pentirsi finiscano nell’inferno, come, del resto tutta la Bibbia lascia credere: «là sarà pianto e stridore di denti» (Matteo 22, 1-14). Oggi, alcuni sacerdoti, anche validi dal punto di vista cattolico, stanno affermando che la Misericordia di Dio è tanto grande da non mandare nessuno all’inferno.

In una recente omelia, a proposito della parabola del «ricco epulone», il sacerdote è uscito con queste precise parole: «Non è peccato pensare che Dio sia misericordioso, che abbia mandato Suo Figlio non a fare una passeggiata, ma perché ci ama, perché ci aiuti a cercarlo, a trovarlo e a pentirci di offenderlo continuamente. La Chiesa non obbliga nessuno a ritenere che nell’inferno ci siano anime umane. Vi siete mai chiesti il perché? Perché rispetta la volontà e la bontà divina, perché sa che Dio non ci lascia soli. Vogliamo continuare a pretendere di sostituirci a Lui e decidere cosa deve fare? Vogliamo insegnargli come si fa a non perdonare? Non pensiamo come i Testimoni di Geova, che stabiliscono addirittura il numero di coloro che si salveranno!» Vi sarei molto grato se mi chiariste su questo il vostro pensiero.

Vittorugo Risaliti

Risponde padre Riccardo Clemenzia, Dottore in teologia sistematica

Quando ci si accinge a considerare questioni che riguardano l’«al di là», bisognerebbe raggiungere un sano equilibrio per evitare di incorrere nel rischio di dare una risposta infirmata da un atteggiamento poco umile nei confronti dell’argomento, per cui tutto risulta immediatamente chiaro e ovvio, oppure nel rischio di interpretare una verità tramandata attraverso proprie categorie e spesso proprie idiosincrasie, applicando a quella realtà, che ha un suo contenuto specifico, aggiustamenti e limature che rispecchiano il pensiero di colui che interpreta. L’equilibrio, dunque, consiste proprio nel mantenere un’umiltà di fondo che sappia accogliere una verità di fede come realtà donata, e dunque non propria.

Penso sia dunque opportuno mettere in luce alcune precisazioni fondamentali, che possano far percepire la logica sottostante all’insegnamento magisteriale; consapevoli almeno che una categoria andrebbe sempre esaminata, per coerenza intellettuale, all’interno di quello stesso «spazio» da cui è stata estrapolata: nel nostro caso, la Chiesa.

Per meglio comprendere l’inferno, è necessario cogliere come il nucleo centrale del discorso non sia «un luogo», ma l’uomo: la sua vocazione e il suo destino, alla luce dell’evento di Cristo, come Colui che svela all’uomo la sua vera identità, quella di essere creatura capace di dialogo con il Creatore e con i propri simili.

La vocazione umana contiene in sé la volontà di Dio che tutti possano salvarsi: è un principio basilare che ha il suo chiaro riferimento nella Scrittura (cfr. 1Tm 2,4-5). Tale progetto divino sul destino ultimo dell’uomo porta con sé la consapevolezza della presenza di un Dio che, nel relazionarsi con l’uomo, si rivela come suo «Salvatore» attraverso un mediatore: Cristo. Si tratta così di una volontà salvifica universale di Dio che si realizza in Cristo.

In tale manifestazione dell’amore di Dio per la sua creatura, come comprendere l’inferno? Come può un Dio che è Amore creare una condizione di perdizione (che per il suo stesso esistere si porrebbe come anti-Dio)? In queste domande si può incorrere in uno dei due rischi prima evidenziati, in quanto, da una parte si potrebbe giustificare l’inferno attraverso la sola categoria di «giustizia», per cui Dio, essendo Amore e Giusto, può punire coloro che non hanno corrisposto al dialogo con Lui, dall’altra si potrebbe negare l’esistenza dell’inferno, in quanto si pone in perfetta antitesi con l’immagine di un Dio che è Amore.

Eppure l’inferno - e qui si arriva al nocciolo della questione posta - può trovare il suo senso ultimo proprio all’interno dell’amore di Dio, non come sua negazione ma, anzi, come conseguenza-culmine di tale amore; in modo provocatorio un teologo ha già detto: «L’inferno esiste, perché Dio è amore».

L’amore, perché sia tale, deve avere come sue proprietà essenziali almeno la reciprocità e la libertà: si ama sempre qualcuno, e quel qualcuno, a sua volta, per realizzare in pienezza tale dinamica, deve rispondere amando. Tale reciprocità, però, si invera unicamente se si tiene conto della libertà del singolo. Dio, che è Amore in se stesso, si rivolge all’uomo, rendendolo capace di ricambiare liberamente o meno questo amore, senza sovrastare la libertà individuale, anche se essa, condizionata dall’esperienza del peccato, è sorretta sempre dalla sua grazia.

Da qui si può almeno vagamente immaginare quanto grande sia l’uomo agli occhi di Dio: il Creatore ama tanto la sua creatura da accettare un’interruzione del rapporto. Non si tratta di un Padre che, per punire il figlio per gli errori commessi, lo manda in un luogo di tormento, ma del singolo che può liberamente aderire o meno all’amore di Dio. L’inferno è così, si può dire, una «condizione permanente» creata dall’uomo stesso non perché da lui inventata, ma in quanto è resa reale dalla sua libertà di accogliere o meno un amore così grande da lasciar spazio al rifiuto. Negando l’esistenza dell’inferno, paradossalmente, si finisce col negare la possibilità dell’amore corrisposto tra Dio e uomo.

La Chiesa ha sempre parlato di santi e di santità, senza mai indicare nomi di persone dannate, neanche di quelle più scontate secondo la nostra logica, ripercorrendo così quanto avvenne con Gesù, nel momento in cui, proprio alla domanda curiosa dei Suoi sul numero dei salvati, Egli rispose: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta» (Lc 13,24).


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