In Dialogo il Teologo Risponde


Perché il diacono non può consacrare l’Eucarestia?

Diverse volte ho assistito alla celebrazione liturgica del solo diacono che non completa la celebrazione con le parole della consacrazione dell’ostia e del vino. Ma non è anche lui un Ministro di Dio?


Giuseppe Rossi

Risponde padre Valerio Mauro, docente di Teologia Sacramentaria



Nella sua stringatezza la domanda del lettore richiede un’attenzione particolare, perché chiama in causa uno dei punti fondamentali della nostra fede: il valore e la complessità del ministero ordinato nella Chiesa. Il punto di partenza della questione, così come viene posta, è la celebrazione liturgica, che in casi particolari, oggi sempre più frequenti, troviamo presieduta da un diacono per l’assenza del prete. In questo caso, dopo la liturgia della Parola, non vi è la grande preghiera di ringraziamento sul pane e sul vino che viene pronunciata dal sacerdote perché i doni presentati al Padre diventino il Corpo e Sangue di Cristo. Si passa subito ai riti di comunione. Nelle frasi precedenti abbiamo incontrato parole che esprimono realtà simili ma non del tutto: ministro della Chiesa, diacono, prete e sacerdote.

Nella visione cristiana l’unico vero sacerdote è l’uomo Gesù Cristo, il risorto dai morti nella potenza dello Spirito santo, che da lui viene comunicato ai suoi fedeli. In primo luogo, allora, la comunicazione del sacerdozio di Cristo avviene attraverso il sacramento del Battesimo, per il quale ogni credente è sacerdote. In secondo luogo, nella Chiesa di Cristo vi sono coloro che ricevono un particolare dono dello Spirito per essere ministri, cioè servi, della fede dei loro fratelli. I ministri nella Chiesa, allora, formano questo «sacerdozio ministeriale o gerarchico» (Lumen gentium) che, dalla morte degli apostoli, ha ricevuto quella triplice struttura che conosciamo: il vescovo, con i presbiteri e i diaconi.

Il Nuovo Testamento offre la testimonianza di una pluralità di carismi e ministeri, attraverso i quali gli apostoli, su mandato di Cristo, hanno dato origine alla prima predicazione del Vangelo. La missione ricevuta dal Padre, Cristo l’ha affidata agli apostoli assicurando loro l’assistenza operosa dello Spirito santo (Gv 20,21; Mt 28,19-20). Gli apostoli, poi, nella memoria delle parole di Gesù, costituirono altri uomini perché fossero successori del loro ministero e della loro missione. Secondo la testimonianza della tradizione, fra tutti i ministeri esercitati nella Chiesa al primo posto sta l’episcopato; primi collaboratori dei vescovi sono i presbiteri, uniti ai vescovi nell’ordine sacerdotale, e in un senso specifico possono essere detti «veri sacerdoti della Nuova Alleanza». In una visione di sintesi, «il ministero ecclesiastico di istituzione divina viene esercitato in diversi ordini, da quelli che già anticamente sono chiamati vescovi, presbiteri e diaconi» (Lumen gentium 28, dove cita il Concilio di Trento).

E il Catechismo della Chiesa Cattolica commenta: «La dottrina cattolica, espressa nella Liturgia, nel Magistero e nella pratica costante della Chiesa, riconosce che esistono due gradi di partecipazione ministeriale al sacerdozio di Cristo: l’episcopato e il presbiterato. Il diaconato è finalizzato al loro aiuto e al loro servizio. Per questo il termine “sacerdote” designa, nell’uso attuale, i vescovi e i presbiteri, ma non i diaconi. Tuttavia la dottrina cattolica insegna che i gradi di partecipazione sacerdotale (episcopato e presbiterato) e il grado di servizio (diaconato) sono tutti e tre conferiti da un atto sacramentale chiamato “ordinazione”, cioè dal sacramento dell’Ordine» (CCC1554).

Insieme ai vescovi i preti condividono la qualifica abituale di «sacerdoti», una qualifica ormai tipica del linguaggio ordinario e immediato, che, tuttavia, non rispecchia esattamente la pienezza della verità evangelica, come abbiamo visto sopra accennando al sacerdozio di Cristo e a quello battesimale di tutti i fedeli. Vescovi e preti sono detti sacerdoti soprattutto in relazione alla celebrazione eucaristica che essi solo possono presiedere. Nella tradizione della Chiesa, soprattutto liturgica, è divenuto comune vedere nell’Eucaristia il sacrificio rituale proprio dei cristiani e chiamare sacerdoti coloro che lo celebrano, pronunciando la grande «preghiera del rendimento di grazie» (l’eucharistia appunto) sui doni offerti.

Nella stessa consapevolezza della Chiesa, il diacono riceve un dono dello Spirito per essere ministro della comunità, ma non può celebrare l’eucaristia e altri sacramenti. Per questo motivo, fin dai primi secoli, troviamo scritto che ai diaconi «sono imposte le mani non per il sacerdozio ma per il servizio» (Lumen gentium 29).

Il fatto che al diacono siano imposte le mani mostra che riceve un autentico e speciale dono dello Spirito, una grazia sacramentale che ne configura la persona come segno di Cristo servo in mezzo al suo popolo. Per questo il diacono può presiedere una cerimonia liturgica, come la benedizione di un defunto durante il funerale; amministra il battesimo, come compito a lui proprio, perché col battesimo sigilla l’accoglienza del Vangelo, di cui è ministro e annunciatore. Tuttavia il diacono non può svolgere compiti o uffici sacerdotali, nel senso specifico di un sacerdozio rituale, compiti e uffici per i quali si riceve un nuovo dono dello Spirito con l’ordinazione presbiterale. Ogni ministero ordinato, dunque, ha il suo compito specifico, che risalta soprattutto guardandoli nel servizio reso ad una comunità ben precisa. Piuttosto che vederne i gradini di una scala verso la perfezione, siamo invitati a leggerli in un’unità profonda di ministero al servizio di una chiesa locale: nella comunità ecclesiale il vescovo è il pastore e il padre, avendo come collaboratori nelle diverse e specifiche funzioni del ministero i presbiteri e i diaconi.


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