In Dialogo il Teologo Risponde


Cristianesimo e Islam: il dialogo non significa negare le differenze

A seguito delle notizie che si sentono dire a proposito dei musulmani, chiedo: perché la religione musulmana è accettata da noi cristiani, visto che credono in un solo Dio ma non in Gesù e combattono il cristianesimo? Maometto era un uomo «ispirato»? Se sì, perché è contrario al cristianesimo? Scusatemi per la mia semplicità e grazie se vorrete rispondermi.

Gino Galastri

Risponde don Alfredo Jacopozzi, docente di storia delle religioni


Non c’è dubbio che nella nostra Europa, ma non solo, il dialogo tra fedi diverse è una condizione con cui milioni di persone sono chiamate a confrontarsi in una dimensione quotidiana. È la realtà di ogni giorno a far incontrare cristiani e musulmani nelle più diverse occasioni e questi incontri - a scuola, nei luoghi di lavoro, nel quartiere o nel palazzo in cui si abita - rappresentano il terreno concreto per una autentica verifica della possibilità di comunicare, di far emergere le differenze come di scambiarsi le reciproche ricchezze. Però è necessario sgombrare il campo da alcuni equivoci che in questi anni si sono addensati sulla parola «dialogo».

Dialogo non significa accettazione incondizionata dell’altro. La condizione preliminare per dialogare è che ci siano due voci, e che le due voci rimangano ben distinte, con un volto e una identità ben definiti. Finora, in ambito cristiano, è andato di moda, «il ballo in maschera», in cui sembrava necessario camuffarsi e coprire il proprio volto per essere accettati dall’altro. Questo dialogo basato sul minimo comune denominatore, sui valori comuni cercati a tutti i costi, è spesso animato da buoni sentimenti, da un sincero desiderio di incontro, ma non porta lontano. Non aiuta a capirsi di più e non pone neanche le premesse per una convivenza migliore. Il dialogo non consiste nel dire ciò che piace all’interlocutore che si ha di fronte, questo appartiene piuttosto alla diplomazia. Il dialogo autentico richiede amore per la verità non minimalista, ma esigente.

Per i cristiani questo significa, ad esempio, non mettere tra parentesi gli aspetti che formano il nucleo centrale della loro fede come la realtà unitrinitaria di Dio, l’incarnazione, la morte e risurrezione di Gesù, vero Dio e vero uomo. E significa anche non accontentarsi della comune proclamazione del monoteismo (che pure è una dimensione importante), oppure dell’ammirazione che il Corano ha per Gesù, il quale viene riconosciuto come un grande profeta, misconoscendo di fatto quello che per noi è essenziale: il salvatore degli uomini.

Dal punto di vista della fede cristiana non c’è più profezia dopo Giovanni il Battista, perché è lui ad aver indicato definitivamente il Messia e non c’è più alcuna rivelazione dopo Cristo, perché come dice il Vaticano II, Cristo compie e completa la Rivelazione (Dei Verbum, 4).

Ci sono stati e ci sono teologi cristiani che propongono di considerare Maometto come profeta ispirato, sulla scia del profetismo biblico, sottolineando che grazie alla sua predicazione, anche oggi, oltre un miliardo di musulmani professa il monoteismo. Dal punto di vista teologico non è un argomento convincente. In certi aspetti della sua vita, Maometto richiama alcune figure bibliche, come Mosè o Giosuè. In certi accenti del suo primo periodo a La Mecca ricorda molto il profeta Amos nel suo appello alla giustizia sociale. Ma questo, dal punto di vista cristiano, non ne fa una figura all’altezza di un profeta, soprattutto se consideriamo il livello morale e spirituale del suo insegnamento che non raggiunge la prospettiva aperta dal cristianesimo.


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