In Dialogo il Teologo Risponde


Come spiegare il valore del matrimonio ai figli di genitori separati o divorziati?

Faccio la catechista e mi sono imbattuta, negli ultimi anni, in un problema: a volte mi trovo a parlare del matrimonio cristiano, dovendone spiegare l’indissolubilità, a bambini che hanno i genitori separati o divorziati, e che vivono in famiglie «irregolari». Ho paura di correre il rischio di svalutare, ai loro occhi, la figura dei genitori. Come posso districarmi in questa situazione abbastanza delicata?


Lettera firmata

Risponde padre Valerio Mauro, docente di teologia sacramentaria


Sia pure da un punto di vista particolare, la questione posta dalla lettrice tocca una delle realtà più problematiche e sofferte della vita cristiana dei nostri giorni, quanto meno nelle società di antica evangelizzazione. Rimanendo nei nostri luoghi, anche solo in Toscana, credo che tutti noi conosciamo realtà familiari nate dopo la rottura di un precedente legame da parte di almeno un membro della nuova coppia. Consapevole di restare fedele alla propria tradizione e al Vangelo, la Chiesa percepisce di dover accogliere questi nuovi legami di affetto e di sostegno reciproco, nella verità della loro storia. I documenti del Magistero, allora, parlano di unioni «non regolari». Si cerca, cioè, di conservare la fedeltà alla parola del Signore sul matrimonio e accogliere il valore di un rapporto di coppia al cui interno si vivono esperienze umane fondamentali, come la dedizione reciproca e verso i figli.

La Chiesa è ben consapevole di trovarsi di fronte ad uno dei più gravi problemi pastorali dei nostri giorni. La lettrice, nel suo compito di catechista, si inserisce in questa realtà delicata, come lei stessa la definisce. Per venire incontro in modo adeguato alla sua domanda credo che possiamo solo fornire un quadro generale di riferimento. Se e in che modo parlare del matrimonio durante un incontro di catechesi dipende molto dall’età e dal percorso che stanno facendo i bambini o ragazzi. Proviamo a precisare i termini del problema, evitando di mettere un’attenzione eccessiva sulla norma da osservare e sulla figura dei genitori. Centriamo il discorso sul progetto da costruire e sul futuro dei bambini stessi.

Il Vangelo di Gesù è una «notizia bella» sulla vita dell’uomo in ogni suo aspetto, compreso il legame fra uomo e donna. Le parole di Gesù agli inizi dei capitoli di Mc 10 e Mt 19 non vogliono essere una norma che ingabbia ma l’annuncio di una speranza realizzabile: «Dall’inizio della creazione [Dio] li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto» (Mc 10,6-9; cf Mt 19,4-6). Dal contesto dei brani appare chiaro che Gesù con la sua venuta nel mondo riporta il matrimonio al progetto originario di Dio: nell’inizio della creazione troviamo il disegno dell’opera che Dio affida all’umanità intera.

Sulla parola di Gesù noi crediamo che una vita a due per sempre è possibile ed è per la gioia dell’uomo. Credo che qualunque genitore auspichi per i propri figli un futuro di questo genere: vivere con il proprio coniuge per lunghi anni, lasciando dietro di sé il buon ricordo di una vita bella trascorsa insieme. Non è forse questo il progetto verso il quale vogliamo educare e far crescere i nostri figli, bambini o ragazzi che siano? Quando parliamo di matrimonio nelle nostre catechesi, noi parliamo di una realtà che non riguarda solo l’assenso di fede, ma quella fede che si traduce in vita concreta. Fidandoci delle parole di Gesù vogliamo offrire ai nostri figli una speranza più grande di ogni altra esperienza umana: la bellezza di una vita dove un uomo e una donna fanno esperienza dell’amore in tutte le sue manifestazioni, finché il Signore non li chiami a Sé, nella casa del Padre dove tutti siamo chiamati, perché ci sono molti posti (cf Gv 14,2-4). Il cuore del matrimonio è l’amore dei coniugi, vissuto nelle circostanze quotidiane della vita, un amore che si manifesta anche nel perdono reciproco. La Chiesa ne parla con parole che dovremmo meditare: «L’intima comunità di vita e d’amore coniugale, fondata dal Creatore e strutturata con leggi proprie, è stabilita dal patto coniugale, vale a dire dall’irrevocabile consenso personale» (Concilio ecumenico Vaticano II, Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, 48). Il matrimonio, dunque, nasce da quell’affetto tipico fra uomo e donna che si definisce amore coniugale: «proprio perché atto eminentemente umano, essendo diretto da persona a persona con un sentimento che nasce dalla volontà, quell’amore abbraccia il bene di tutta la persona, e perciò ha la possibilità di arricchire di particolare dignità i sentimenti dell’animo e le loro manifestazioni fisiche e di nobilitarli come elementi e segni speciali dell’amicizia coniugale» (Gaudium et spes, 49).

Parlare in questo modo del matrimonio, come del dono singolare che Dio ha offerto all’uomo per vivere l’amore è l’annuncio di una bella notizia per una vita ancora da progettare e costruire. Non priviamo i nostri figli di questa speranza. Per tutti, poi, il Vangelo è la bella notizia del perdono di Dio offerto all’umanità intera, un perdono che offre sempre nuove vie da percorrere insieme verso la casa del Padre.


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