In Dialogo il Teologo Risponde


Il Teologo Risponde:

L’incontro tra il Papa e Al-Sistani, anche un musulmano può essere «uomo di Dio»

Il Santo Padre è andato in Iraq: ha fatto bene. Ha portato una parola di conforto a quelle popolazioni martoriate specialmente ai nostri confratelli: e ha fatto bene. Ha incontrato il grande capo degli sciiti: e ha fatto bene. Ma... Ha definito questa grande personalità «Un uomo di Dio». Ora, essendo musulmano, non sarà certo il nostro Dio. Si potrebbe avere una parola chiarificatrice? Lettera firmata

Risponde don Francesco Vermigli docente di Teologia dogmatica


La domanda che ci viene posta, parte da un’affermazione che il Papa ha fatto a riguardo del grande ayatollah Al-Sistani, nel viaggio di ritorno dall’Iraq. Per il nostro lettore, la questione è se un non cristiano possa essere definito «uomo di Dio». Invoca una parola chiarificatrice e, chi scrive queste righe, si propone di farlo; se ne sarà capace, si capisce.

Pare necessario in primo luogo ricordare che idea di Dio porta con sé la fede cristiana, per poi verificare la legittimità dell’appellativo «uomo di Dio» per un non cristiano. L’idea cristiana di Dio può essere sintetizzata in una frase: il Dio cristiano è il Dio di Cristo. Sembrerà affermazione banale; ma è la più vera e più radicale affermazione su Dio che la fede cristiana porta con sé. In altri termini, la fede cristiana reca con sé l’affermazione che non c’è accesso al Dio vivo e vero, se non attraverso Cristo. È affermazione, questa, che può far leva su molti passi della Scrittura. Solo per fare qualche esempio, così si legge a 1Tm 2,5: «Uno solo, infatti, è Dio e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù». Così invece in At 4,12: «In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati». Oppure, in conclusione del Prologo di Giovanni: «Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato» (Gv 1,18).

Dunque l’appellativo «uomo di Dio» dovrà confrontarsi con l’idea di Dio che porta con sé la fede cristiana: un’idea per cui non si può scindere Dio da quello che di Dio ha detto e su Dio ha rivelato Gesù. D’altro canto, è parte della tradizione della Chiesa che si confronta con il pluralismo religioso, porsi il problema di come stiano davanti al Dio di Cristo coloro che cristiani non sono. Spesso viene citato, a questo proposito, un passo di san Tommaso, 1,5 lect. 3, n.103), dove il Dottore Angelico dice che: «ogni verità, chiunque sia che la dica, viene dallo Spirito Santo». Pare che quello che vale per la verità, si possa estendere anche alla vita, alle virtù, al comportamento morale di un non cristiano; come sembra il caso di Al-Sistani nelle parole del Papa, che lo definisce anche come «uomo saggio e umile».

Chiedersi se sia legittimo o meno definire un non-cristiano un «uomo di Dio», significa dunque tenere assieme questi due principi: la pienezza della conoscenza del Dio vivo e vero mediante Cristo, da un lato; la possibilità che un non cristiano partecipi della verità e della bellezza di Cristo, dall’altro. In questa prospettiva – come rivelano le parole di Tommaso – un ruolo decisivo viene svolto dallo Spirito santo. Egli è lo Spirito di Cristo, come si legge in Gv 16,14: «mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà». Lo Spirito non può dire cose diverse da quelle di Cristo, è anzi colui che viene inviato da Gesù per condurci alla verità. Gesù stesso parlando dello Spirito, ne rivela una qualità: «Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito» (Gv 3,8).

In conclusione, un non cristiano può riflettere la luce di Cristo, può partecipare alla sua salvezza; ma solo in virtù dello Spirito. È lo Spirito che misteriosamente e liberamente può raggiungere ogni uomo con la sua luce: che è la luce di Cristo, la luce che brilla nelle tenebre, «la luce vera, quella che illumina ogni uomo» (Gv 1,9).



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