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Esicasmo e la preghiera del cuore o preghiera di Gesù


Tomàs Spidlìk: LA PREGHIERA DI GESÙ

IL METODO PSICO-FISICO


Capitolo III

IL METODO PSICO-FISICO

Lo pseudo-Simeone


La tecnica psicosomatica è descritta in Niceforo l'esicasta, Gregorio Sinaita e lo pseudo-Simeone, i più antichi teorici conosciuti. Lo pseudo-Simeone sarebbe un contemporaneo di Niceforo, se non Niceforo stesso. Trascriviamo il famoso passo:

«Poi siediti nella tua cella tranquilla, in disparte nell'angolo, e fa' quello che ti dico: chiudi la porta ed eleva il tuo spirito al di sopra di ogni oggetto vano e temporale, poi, appoggiando la barba sul petto e volgendo l'occhio corporale con tutto lo spirito nel mezzo del ventre, altrimenti detto ombelico, comprimi l'aspirazione d'aria che passa dal naso in modo da non respirare comodamente ed esplora mentalmente il dentro delle viscere per trovarvi il luogo del cuore che amano frequentare tutte le potenze dell'anima.

All'inizio troverai una tenebra e un'oscurità ostinata, ma perseverando e praticando questo esercizio di giorno e di notte proverai, oh meraviglia!, una felicità senza fine. Non appena in effetti lo spirito trova il luogo del cuore, percepisce l'aria esistente al centro del cuore, e vede se stesso tutto intero luminoso e, pieno di discernimento, da qui in avanti, quando spunta un pensiero, prima che esso si compia e prenda forma, con l'invocazione di Gesù Cristo esso gli dà la caccia e lo annienta. In questo momento, lo spirito, nel suo risentimento contro i demoni, risveglia la collera che è secondo natura e va all'inseguimento dei nemici spirituali.

Il resto lo imparerai con l'aiuto di Dio praticando la custodia dello spirito e conservando Gesù nel cuore; perciò siediti nella tua cella e questa ti insegnerà ogni cosa».

I «supporti esterni»

Il metodo ha delle varianti e il suo esercizio sembra diventare sempre più complesso considerando certe descrizioni, ma spesso, ad un tratto, il procedimento si semplifica. Più elementi sono in gioco. C'è bisogno anzitutto di una cella tranquilla e chiusa, e di una certa attitudine corporale: la posizione su una sedia bassa, uno sgabello. Si appoggia la barba sul petto, volgendo l'occhio corporale con tutto lo spirito nel mezzo del ventre». E’ richiesto un rallentamento regolato della respirazione e una esplorazione mentale dell'io viscerale alla ricerca del «1uogo del cuore», l'unificazione delle potenze dell'uomo e l'invocazione ripetuta e perseverante del nome di Gesù. I primi teorici non dicono, almeno esplicitamente, che bisogna sincronizzare la ripetizione della formula con il ritmo rallentato della respirazione o con il battito del cuore, come invece sarà descritto dal Pellegrino russo. Molti esicasti avevano inoltre la visione della luce.

Brjancaninov che ha cercato di raccogliere gli elementi di questo esercizio, parla di sette «supporti esteriori per i principianti nella pratica della preghiera di Gesù»:

1) un rosario o lestovka,

2) le grandi e le piccole metanie,

3) gli occhi fermi,

4) tenere la mano sinistra sul petto,

5) una cella oscura,

6) stare seduti su una sedia bassa,

7) bagnarsi con acqua fredda o applicare dei panni bagnati sulle parti del corpo in cui si produce un afflusso di sangue.


La cella oscura

La cella è lodata nella letteratura monastica. È un felice «deserto», anche nel mezzo della città. Per evitare le «immagini», i Padri consigliano agli esicasti una cella un po' oscura e con le finestre munite di tende, per proteggere l'intelletto contro le distrazioni e aiutarlo a concentrarsi nel cuore.

Lo sgabello basso

Sedersi durante la preghiera è per gli antichi Padri una concessione in caso di malattia o per un'altra seria ragione. Nell'esicasmo è al contrario una posizione privilegiata per il fatto che fa parte del «metodo fisico». «Si raccomanda agli esicasti di sedersi su uno sgabello basso, anzitutto perché la preghiera attenta necessita di una posizione stabile, e poi per seguire l'esempio del cieco di cui si parla nel vangelo, che, seduto al bordo della strada, si mise a gridare verso il Signore: “Gesù, Figlio di Davide, abbi pietà di me!” (Mc 10,47); egli fu ascoltato ed esaudito. D'altra parte, questo sgabello basso ben rappresenta l'immondezzaio sul quale si mette a sedere Giobbe (2,8)... Il monaco deve vedersi mutilato, sfigurato, squarciato dal peccato...».

La respirazione


«Bisogna respirare assai dolcemente. In generale, bisogna reprimere tutti i movimenti di sangue e custodire il corpo e l'anima in uno stato tranquillo... l'esperienza insegnerà rapidamente che la ritenzione del soffio, cioè il fatto di respirare meno spesso e con dolcezza, contribuisce molto a farci entrare in uno stato di calma e a ricondurre il nostro intelletto dal suo vagabondaggio».

Abbiamo paragonato la tecnica respiratoria degli esicasti athoniti alla disciplina del soffio dello yoga indù, il pranayama, che persegue l'«unificazione» della coscienza e la preparazione alla meditazione. Se vi fosse stata un'influenza dello yoga indiano sul metodo degli esicasti, questo non potrebbe essere stato che indiretto. Al contrario, si dice che i parallelismi tra il dhikr musulmano e il metodo di Niceforo siano sorprendenti.

Ma le somiglianze possono spiegarsi anche con l'esperienza comune. In questo senso, scrive V. Solov’ev «la respirazione è la condizione fondamentale della vita e il mezzo costante per il nostro corpo di comunicare con il suo contesto. In vista della signoria dello spirito sul corpo, è desiderabile che questa funzione fondamentale si trovi sotto il controllo della volontà umana; di conseguenza, sorgeranno da lungo tempo e dappertutto diversi metodi ascetici che riguardano la respirazione».

La localizzazione dell'attenzione nella parte superiore del cuore Lasciamo ai medici e agli psicologi di giudicare che cosa produce nei nostri sentimenti un'attenzione fissata su certi «centri» del corpo. Contentiamoci di segnalare l'esperienza (unita talvolta a delle teorie discutibili) tradizionalmente ripresa dagli autori spirituali.

«Bisogna vegliare perché la preghiera agisca nella parte superiore del cuore, là dove si trova, secondo l'insegnamento dei Padri, la potenza spirituale e dove, di conseguenza, deve compiersi la nostra liturgia interiore».

«Il cuore umano ha la forma di un sacco allungato che si allarga verso l'alto e si restringe in basso. È fissato dalla sua estremità superiore che si trova al livello della sinistra del petto, mentre la sua parte inferiore, che discende fino al basso delle costole, è libera; quando essa si mette in movimento, questa oscillazione si chiama battito del cuore.

Sono in molti a non avere nessuna nozione sull'anatomia del cuore e a pensare che esso si trovi là dove sentono il suo battito. Intraprendendo di loro iniziativa a praticare la preghiera del cuore, dirigono il loro soffio verso questa parte del cuore; ciò ha per effetto di provocarvi un riscaldamento carnale e di intensificare considerevolmente i battiti. Tutto questo fa loro realizzare uno stato spirituale incorretto e li tuffa nell'illusione».

«La potenza spirituale o lo spirito dell'uomo si trovano nel petto, più esattamente nella parte superiore del cuore; nella parte centrale si trova la potenza dello zelo; nella parte inferiore, la potenza del desiderio o concupiscenza naturale».

«E’ utile tenere la mano sinistra sul petto, sul seno sinistro, leggermente più in alto. Questo gesto aiuta a percepire la potenza spirituale che si trova localizzata nel petto».

Si rimprovera talvolta agli esicasti di aver introdotto nei testi che parlano dell'«attenzione al cuore» una confusione per quanto riguarda l'uso delle parole. Il «cuore» ha presso gli orientali un significato complesso, ma esclusivamente metaforico. Allora perché insistere per una concentrazione sull'organo materiale? Coloro che studiano il metodo esicasta dal punto di vista psicologico e medico giustificano scientificamente una «localizzazione dell'attenzione». Ma questa tendenza «sapiente» si manifesta già con Gregorio Palamas. Certe delle sue considerazioni sono filosofiche, altre psicologiche. Egli dice che si deve distinguere lo spirito stesso dalla sua energia o operazione. Lo spirito ha la sua sede nel cuore, ma per la sua operazione tende ad andare fuori sugli oggetti sensibili. Occorre far cessare questo stato di dispersione riconducendolo da fuori a dentro, nel cuore. Dopo il suo «rientro in sé», lo spirito agisce in se stesso e si vede lui stesso in una specie di movimento circolare.

È facile constatare che il rallentamento del soffio favorisce il raccoglimento. Perché, allo scopo di aumentare l'efficacia del processo, si avrebbe un grande profitto a fissare il proprio sguardo sul petto?, si domanda Palamas. E risponde: l'uomo interiore è portato a modellarsi sull'uomo esteriore. Adottando una posizione corporale inclinata, che è conforme al movimento circolare che si cerca di imprimere al proprio spirito, si rinvia verso l'interno l'energia dello spirito che altrimenti scorre con la vista verso l'esterno.

Teofane il Recluso, che si appoggia su delle semplici osservazioni personali, dice solo che gli organi corporali seguono naturalmente l'attenzione interiore: la tensione dei muscoli si concentra in qualche maniera sul cuore, gli occhi non portano fuori il loro sguardo. Non è facile, aggiunge, prescrivere né descrivere questo sforzo.

Si può tuttavia indovinare il motivo spirituale per il quale gli esicasti erano attaccati a questa pratica. La «preghiera pura», come la concepiva Evagrio, rinuncia a tutte le forme e a tutti i pensieri per gustare la sola presenza di Dio dentro l’uomo. Ma la coscienza umana è necessariamente legata a qualche simbolo. Il battito del cuore non può forse diventare un segno eloquente di questa presenza del Salvatore nell'uomo?

Il Pellegrino russo


Si può seguire il metodo del Pellegrino russo tappa per tappa nei Racconti. La narrazione comincia ponendo il problema capitale che preoccupava i monaci da sempre: la preghiera incessante. «Entrai in una chiesa a pregare durante la liturgia. Stavano facendo la lettura, tratta dalla lettera ai Tessalonicesi, al passo in cui è detto: pregate incessantemente (1Ts 5,16)»; «Queste parole mi si radicarono nella mente e cominciai a pensare: come è possibile pregare incessantemente, se ciascuno deve per forza preoccuparsi anche di tante altre cose per il proprio sostentamento?» Dopo aver criticato gli insegnamenti che si danno ordinariamente sulla preghiera come insufficienti, il pellegrino incontra finalmente uno starec esperto nella «preghiera di Gesù» secondo la Filocalia. E si rivolge a lui.

Lo starec gli dice: «l'incessante preghiera interiore di Gesù è l'invocazione costante e ininterrotta del Divino Nome di Gesù Cristo, fatta con il cuore e la mente nella consapevolezza della sua continua presenza e nell'implorazione della sua misericordia, in ogni nostra attività, in ogni luogo e in ogni momento, persino nel sonno... Essa si esprime con le parole: Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me! E chi praticherà questa invocazione proverà una grande consolazione e la ripeterà sempre, e non potrà più vivere senza tale preghiera, che presto sgorgherà da sola».

L'ideale è dunque tracciato, ma bisogna raggiungerlo a poco a poco.

Il primo grado è l'abitudine a recitare la formula con la bocca, oralmente. Il pellegrino riceve l'ordine di recitarla 3000 volte al giorno. «I primi due giorni mi sembrò piuttosto difficile, ma poi tutto divenne più agevole; quando non
pronunciavo queste parole, sentivo dentro di me la necessità di ripetere ancora la

Preghiera di Gesù». Poi lo starec gli ordina di recitarla 6000 volte al giorno e infine 12000 volte. Si abitua così bene che l'abitudine passa dallo stato della veglia a quello del sonno. «Una volta, erano le prime ore della mattina, fu come se la preghiera mi ridestasse».

E il pellegrino si sente felice e comincia a credere di essere già arrivato alla preghiera incessante. Ma deve fare un passo ulteriore: dalle labbra alla lingua («Smisi di muovere le labbra e mi sforzai di dire la preghiera muovendo la lingua»). Si trattò evidentemente di una cosa forzata. Arriva così l'ultimo grado, che consiste, secondo la Filocalia, nel far passare la preghiera dalla lingua al cuore:

«Immagina... il tuo cuore e rivolgi ad esso i tuoi occhi, come se lo guardassi. Ascolta attentamente con la mente i suoi battiti, l'uno dopo l'altro... Quando ti sarai abituato a questo, comincia allora, sempre guardando interiormente il cuore, a far coincidere a ogni suo battito una parola della preghiera. Al primo battito dirai o penserai: Signore; al secondo: Gesù; al terzo: Cristo; al quarto:
abbi pietà; al quinto: di me. Ripeti molte volte questo esercizio».


Il metodo del pellegrino è dunque descritto in modo preciso. Per esprimersi, la preghiera vocale utilizza una parola come simbolo. Essa può evidentemente essere sostituita da un gesto, unito ad un pensiero dalle leggi di associazione. Ora, se è legata ai battiti del cuore e alla respirazione, la preghiera diventa inseparabile dalla vita stessa. È così almeno che la capisce il pellegrino. E vi trova la sua felicità e la soluzione ai suoi problemi.

I fenomeni naturali che seguono la pratica del metodo

Nella conclusione del primo racconto, il Pellegrino russo racconta quello che «succede in lui». «Così fino ad oggi».

Esperienze simili sono attestate da altri devoti della preghiera esicasta. Non è facile distinguere ciò che si presenta come risultato della preghiera come tale, cioè l'unione dell'anima con Dio, da ciò che si potrebbe attribuire ad una forte concentrazione mentale e da ciò che deriva dal metodo. Tra i fenomeni più direttamente legati agli esercizi psico-fisici si notano soprattutto le visioni della luce e una sensazione di calore.

Le controversie attorno al metodo

Le discussioni sul valore del metodo sono continuate fino ai nostri giorni. Non andrebbe misconosciuto il suo interesse dal punto di vista della psicologia religiosa. Abbiamo già ricordato come la tecnica degli esicasti athoniti è stata paragonata allo yoga indù. Si sviluppano delle teorie sui rapporti dell'attività psichica con il corpo e i suoi diversi centri. La preghiera esicasta è inoltre avvicinata talvolta agli Esercizi spirituali di Ignazio di Loyola, che danno una grande importanza al contesto e alle attitudini corporali. Se certi insistono molto sulla concentrazione corporea e sul potere di raccoglimento, altri cercano di separare il metodo dalla sua materialità riducendo la relazione cuore-spirito a qualche forma di simbolo. Quale era il giudizio dei maestri spirituali in Oriente.? Il metodo psicofisico è stato certamente messo in pratica dagli asceti orientali. Ma in quale misura? Ci sfuggono i fatti concreti. In cambio le testimonianze sommarie di autori classici e dei maestri spirituali riconosciuti come tali riflettono un'esperienza vissuta che è di grande valore. Le loro note, per la maggior parte delle ammonizioni pratiche, si riassumono in alcuni punti.

1) Il metodo fisico non è che una disposizione corporale che prepara alla vera preghiera interiore del cuore che è, secondo Teofane il Recluso, un dono di Dio ai cuori puri. Bisogna considerare i fenomeni «fisici» come degli effetti «della natura» e non come una manifestazione della presenza dello Spirito.

«Certamente essi non sono solo qualcosa di semisensuale, come mi aveva detto l'anziano defunto», scrive il Pellegrino russo. «Ciò si verifica naturalmente in seguito a una frequente preghiera orale: a causa della mia indegnità e della mia mancanza di comprensione, non oso ancora accostare la preghiera spirituale nel fondo del mio cuore».

2) Colui che ha imparato a discernere può utilizzare con profitto l'atmosfera propizia per la preghiera senza distrazioni. Ma rimane nondimeno che i maestri spirituali mettono in guardia che nel campo della «sensazione spirituale» i pericoli di illusione sono gravi. Durante la pratica del metodo fisico, si è tentati di prendere per azione della grazia «non solo le sensazioni carnali grossolane dell'uomo vecchio, ma anche le sensazioni più sottili, talvolta estremamente fini, che provengono dal movimento del sangue».

I grandi maestri spirituali russi, come Paisij Velickovskij, riportano che molti dei loro contemporanei si sono arrecati un danno facendo un cattivo uso dei supporti fisici.

Ma si tratta di una pratica così complicata? Ignatij Brjancaninov dice piuttosto il contrario: «L’attività spirituale più alta è estremamente semplice. Per adottarla, si deve avere una semplicità e una fede da bambini; ora, noi siamo così complicati che proprio questa semplicità è il motivo per cui abbiamo bisogno di un maestro che ci faccia uscire dalla nostra complessità..».
Trovare un buon padre spirituale è sempre stato difficile. Anche Brjancaninov se ne lamentava: «capita spesso che dei maestri inesperti prendano una funesta deviazione [di un discepolo] per un grande progresso». Tuttavia la colpa non è sempre imputabile ai maestri, aggiunge. Si cade nell'illusione anche durante la lettura dei libri patristici non ben compresi, o anche per il contatto con i più grandi servitori di Dio e per l'ascolto della loro santa dottrina, se la presunzione rende l'anima impermeabile al pentimento.

3) La distinzione tra la realtà «fisica» e quella «spirituale» serve a prevenire la confusione. Palamas aveva tuttavia ragione ad insistere sulla loro compenetrazione, frutto della divinizzazione. Il sensibile è allora come simbolo, come partecipazione allo spirituale. Giudicare da questo punto di vista i casi concreti esige evidentemente una prudenza straordinaria. Ma non bisogna rigettare a priori come illusione o aberrazione tutte le esperienze fatte dai «santi esicasti» di cui Palamas prende le difese.

C'è stato bisogno di una spiegazione soprattutto sul doppio effetto di cui si parla spesso: le sensazioni luminose e il calore.

La doppia luce

Nell'insegnamento degli esicasti, la cristofania della Trasfigurazione era la manifestazione dell'umanità divinizzata e penetrata dalla luce divina. Il metodo fisico conduce alla visione della luce? Bisogna «fidarsi» di questa visione? E’ su questo punto che gli antipalamiti attaccarono gli esicasti accusandoli di serie aberrazioni. Questi rispondevano con una distinzione, in principio assai semplice: la luce divina è spirituale e interiore, non sensibile ed esteriore. Ma Palamas aggiunge che questa visione spirituale non esclude qualche riflesso sui sensi corporali: «Si vede che questa luce, contrariamente alla concezione che se ne fanno il Calabro Barlaam e i latini, non è fisica, ma spirituale, che apre gli occhi dell'anima e che è contemplata da essi, benché nello stesso tempo agisca anche sugli occhi del corpo, come sappiamo da san Paolo (cf At 9,3)

Il doppio calore

Il metodo fisico produce alla fine di un certo tempo un calore interno. Come gli altri, anche Teofane il Recluso mette in guardia contro coloro che vorrebbero identificare queste manifestazioni naturali con la grazia di Dio. Egli non crede tuttavia che il calore come tale sia un male, se dà una sensazione di benessere nel freddo di una cella monastica. Ignatij Brjancaninov è più severo. Per lui, è meglio liberarsene per non confonderlo con il vero calore dello spirito.

«Quando si fanno degli sforzi corporali considerevoli per giungere alla preghiera del cuore, un calore comincia a diffondersi nel cuore... Bisogna prendere delle precauzioni raddoppiate fin dal suo apparire. Esse sono necessarie perché questo calore, essendo quello del sangue, non si diffonda solo nelle diverse regioni del petto, ma possa anche assai facilmente discendere nelle parti inferiori del ventre e provocarvi una eccitazione assai violenta».

Abbiamo già ricordato come Brjancaninov raccomandi di bagnarsi con acqua o di applicare delle pezze bagnate sulle parti del corpo dove si produce un afflusso di sangue. Ma «l'acqua deve essere tiepida, mai troppo fredda, altrimenti aumenta il calore». Sono addirittura le attività «intellettuali» a provocare in certi individui la febbre: la grazia «spirituale» è un'altra cosa: «Quando la grazia di Dio copre con la sua ombra l'asceta della preghiera e comincia ad unire in lui l'intelletto al cuore, il calore materiale del sangue sparisce totalmente. L'atto della preghiera cambia allora completamente: diventa per così dire naturale, assolutamente libero e facile. Allora si manifesta nel cuore un altro calore, sottile, immateriale e spirituale... esso suscita un inesprimibile amore di Dio e degli uomini».

Antico simbolo della sede della vita dell'anima, il sangue e la sua circolazione hanno un'importanza capitale per l'equilibrio della salute. Ciò che gli esicasti cercano di evitare è l'agitazione del sangue, segno dei movimenti carnali. «Grazie agli influssi spirituali, quelli del sangue sull'anima sono definitivamente superati; il sangue entra nel compimento della sua funzione naturale in seno al composto corporeo, avendo cessato di servire, opponendosi alla sua destinazione originale, come strumento del peccato e dei demoni. Lo Spirito Santo riscalda l'uomo spiritualmente, coprendo di rose e di freschezza la sua anima fino ad allora familiarizzata solo con l'agitazione del sangue».

Osservazioni finali


Tutte le professioni e tutte le attività umane organizzano prima o poi la loro disposizione secondo le necessità o l'utilità dello scopo che esse perseguono. Sarebbe strano che la vita religiosa sfuggisse a questa legge. L'eremitismo, il monachesimo, l'esicasmo classico sono nati dalla preoccupazione di rispondere alle esigenze della preghiera o di allontanare le distrazioni e le loro cause. Dal momento che la preghiera è un dialogo con Dio, due considerazioni determineranno il suo «contesto», come il suo «comportamento fisico»: il rispetto per il Dio che è pregato e la psicologia dell'uomo che prega. Entrambi si uniscono spesso nella realtà, ma spesso anche si separano o l'una vince sull'altra. Il monachesimo orientale, con il suo ideale di preghiera «pura», continua, è più impegnato nella seconda direzione.

In questa scelta, il rispetto di Dio e della sua volontà è evidentemente, per un certo aspetto, in ultima analisi principale; ma praticamente, e per la coscienza limpida, ciò che si afferma di più è l'aspirazione ad uno stato di preghiera caratterizzato da un insieme di elementi psicologici e sperimentali. Con delle sfumature diverse e a gradi diversi, il monachesimo universale si dà per scopo delle esperienze di questo genere. Diciamo «monachesimo universale», termine che può convenire ad un gran numero di pratiche, dallo «yoga» indù fino agli Esercizi di Ignazio di Loyola.

Tra i pericoli che minacciano l'uomo spirituale nell'utilizzazione di un metodo, il più insidioso è il seguente: che sotto la preoccupazione di essere scrupolosamente fedele al suo metodo, questo sia messo così al centro della propria attenzione da dimenticare il rispetto dovuto al Dio che si prega e la ricerca della sua volontà. Allora il dialogo con Dio degenera in un monologo e, se si continua a chiamare una tale meditazione «trascendentale», è una contraddizione in termini.

Inoltre, una mentalità tecnica e «ragionatrice» si libera difficilmente dalla tendenza a pensare secondo «la causa efficiente»; ci si domanda dunque che cosa possa causare il controllo della respirazione, la ripetizione di una formula, ecc. Così si abbassano i metodi a mezzi puramente psicologici e si trascura il loro carattere spirituale.

In Oriente, al contrario, si ama considerare le cose sotto l'aspetto della «causa esemplare» e, davanti a ciò che succede, ci si domanda piuttosto che cosa questo significa. Tale atteggiamento è fondamentale per l'uso dei metodi della preghiera; gli elementi che mettono in opera giocano solo il ruolo di «immagini sacre» che si superano continuamente per andare dal typos all'Archétypos, nel dialogo con Dio Padre a cui è rivolta ogni preghiera. Se vi è il pericolo di una idolatria nelle impressioni sensibili e nelle idee dell'intelletto, l'idolatria del proprio corpo è la più nefasta, ed è facile cadervi.

Grazie alle consolazioni sensibili si immagina simbolicamente lo stato di una unione intima con Dio. Ma se la vita morale non va di pari passo con il grado della preghiera, questa incoerenza produrrà una specie di schizofrenia spirituale, cioè di follia, denunciata dallo pseudo-Simeone. «Finché non si è purificati e rinnovati dallo Spirito, scrive Ignatii Brjancaninov la prudenza consiste nel non riconoscere come corretta nessuna sensazione, nessun sentimento del cuore tranne il sentimento del pentimento, la salutare afflizione per il peccato, misto alla speranza nella misericordia di Dio».

Le deviazioni e i pericoli non dovrebbero tuttavia scoraggiare coloro che quaggiù cercano di ritrovare l'armonia primordiale tra lo spirituale e il materiale, la divinizzazione dell'uomo intero. Cassiano ha tracciato questo ideale: «Tale deve essere lo scopo del solitario, ciò a cui deve tendere ogni suo sforzo: meritare di possedere in questa vita una immagine della beatitudine futura, e di avere come un'anticipazione, nel suo corpo mortale, della vita e della gloria del cielo».

Tratto da Tomàs Spidlìk, La preghiera secondo la tradizione dell’Oriente cristiano, Ed. Lipa, Roma.


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