Tomàs Spidlìk: LA PREGHIERA DI GESÙ Come inserire un font di Google
Esicasmo e la preghiera del cuore o preghiera di Gesù


Tomàs Spidlìk: LA PREGHIERA DI GESÙ


Capitolo II

LA PREGHIERA DI GESÙ

Storia della preghiera di Gesù


Si tratta di quella forma di preghiera in uso specialmente presso i cristiani bizantini, soprattutto presso gli slavi, che si esprime da più secoli nel modo seguente: «Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me». I russi aggiungono «peccatore». E’ detta generalmente preghiera di Gesù, secondo la traduzione letterale dal russo molitva Iisusova, equivalente del greco: preghiera a Gesù. Le origini di questa preghiera vanno ricercate nel monachesimo orientale, nella corrente che praticava la custodia del cuore, la preghiera continua e il sentimento del pénthos.

La custodia del cuore suppone la lotta contro i pensieri cattivi. Il metodo per eccellenza è l'antìrresis, cioè il saper rispondere con dei testi sacri ad ogni suggestione diabolica. Il manuale classico di quest'arte è l'Antirrétikos di Evagrio, dove sono citati 487 testi scritturistici. Ma la pratica semplificherà il principio. L'invocazione appropriata di Gesù sarà sufficiente a «cacciare tutti i demoni»" e la preghiera di Gesù si sostituirà ai cataloghi di testi. Essa è dunque una formula antirretica.

Gli ambienti monastici praticavano anche la preghiera continua con la «meditazione» di una formula ripetuta. Queste formule sono le più varie, ma a partire dal V secolo gli asceti (Nilo d'Ancira e Diadoco di Fotica) danno un posto privilegiato all'invocazione di Gesù, tuttavia senza una formula precisa. Nel secolo successivo troviamo due formule presso i monaci del deserto di Gaza: una di tipo catanittico («abbi pietà di me!»), l'altra di invocazione di aiuto («Vieni in mio aiuto!»).

Si attribuisce generalmente un influsso importante ai sinaiti nella storia della preghiera di Gesù, ma in realtà né Climaco, né Esichio, né Filoteo prescrivono delle formule fisse pur insistendo sulla preghiera monologista di Gesù. Nel Mètérikon del monaco bizantino Isaia (XII-XIII secolo) la formula è ancora allo stesso tempo catanittica e di richiesta di aiuto; essa era stata ridotta al suo aspetto puramente catanittico da un certo abate Filemone, sconosciuto alle cronache del deserto, la cui Parola utile è stata edita nella Filocalia e presentata come un rimedio contro l'inconsistenza dello spirito grazie all'eliminazione di ogni altro pensiero che non sia il ricordo di Dio. L'opuscolo è anteriore al XII secolo.

Presso gli esicasti athoniti questa preghiera si accompagna ad una tecnica psicosomatica. Nicodemo l'Aghiorita inserisce tali testi nella Filocalia e lui stesso attribuisce a questa «orazione mentale» dei frutti considerevoli: distacco dalle cose sensibili, umiltà, compunzione, lacrime, chiara visione di se stessi come in uno specchio, purezza perfetta, gioia ineffabile.

La pratica della preghiera di Gesù assume presso gli autori spirituali russi una tonalità originale. Si tratta soprattutto dei Racconti sinceri di un pellegrino russo che celebrano la sua virtù straordinaria per condurre le anime all'unione con Dio. La formula catanittica è conservata. Tuttavia, ciò che si cerca maggiormente è il sentimento della presenza divina dappertutto nel mondo, più precisamente quella di Cristo. Allora si comincia a dare più importanza all'invocazione del nome di Gesù. «Non solo Dio è invocato con questo nome, ma è già presente in questa invocazione» come «in un 'icona».

Una venerazione estrema di questo nome condusse dei monaci russi della fine del XIX secolo ad una dottrina «onomatolatrica» che agitò la Chiesa russa durante gli anni 1912-1913. Ma all'epoca attuale la Preghiera di Gesù ha ricoperto il giusto posto che essa ha nella preghiera esicasta. Rimane tuttavia un dubbio teorico.

La preghiera di Gesù si compone di due elementi:
l'invocazione del nome e la domanda della misericordia. Quale di essi deve essere considerato il principale?

Vediamo anzitutto le ragioni di coloro che optano per la forza del nome divino.

La forza del nome di Gesù secondo certi autori russi

In una piccola opera Sulla preghiera di Gesù, il vescovo Ignatii Brjancaninov sostiene che «la forza spirituale della preghiera di Gesù risiede nel nome del Dio-uomo, il nostro Signore Gesù Cristo». «Quanto alla sua forma esteriore, questo nome è limitato, ma rappresentando un oggetto illimitato, Dio, ne riceve un valore illimitato e divino, le proprietà e la potenza di Dio stesso». “Perciò noi vediamo la fiducia senza confini dei santi apostoli nel nome del Signore.”

Senza identificare il nome con la persona come gli «onomatolatri», S. Bulgakov, che era intervenuto nella controversia, sviluppa da parte sua una teoria secondo la quale il nome divino invocato nella preghiera contiene dinamicamente e in una maniera quasi sacramentale la presenza di Dio. Nel linguaggio umano risuonano «i nomi-voci dell'universo»." Il nome di Gesù, che è il nome proprio di Dio e dell'uomo, quando risuona nel cuore umano «gli comunica la forza della divinizzazione che il Redentore ci ha accordato». Bulgakov oppone questa teoria mistica del nome alla concezione razionalista e nominalista, a suo parere, della teologia di scuola.

Kologrivov si è ispirato a lui quando ha detto che il nome di Gesù «rivela il Signore e lo rappresenta, cioè lo rende presente come è presente nell'icona benedetta o in ogni altro sacramentale».

Sia come sia, più autori avvertono che non bisogna esagerare le conclusioni di queste teorie. Esse non sono tradizionali. «Si farà qualche fatica, scrive A. Scrima, a trovare un fondamento nella tradizione della preghiera esicasta per questa corrente russa moderna di devozione al nome di Gesù».

Teofane il Recluso si era opposto a coloro che volevano attribuire al nome una virtù quasi sacramentale: «la forza [di questa preghiera] non sta nelle parole, ma nella disposizione dell'intelligenza e del cuore».

«Si parla degli effetti di questa preghiera come se non ci fosse niente di più alto al mondo. E tutto questo senza motivo! Si crede di aver trovato un talismano. Dei frutti [che produce questa preghiera] nessuno appartiene alla sola composizione verbale della formula né alla sua recita; tutti possono essere ottenuti senza questa preghiera e addirittura senza nessuna preghiera orale, perché essi sono dovuti all'elevazione dell'intelligenza e del cuore verso Dio».

L’invocazione del nome divino nella Bibbia e presso i primi cristiani

I difensori della forza del nome ricorrono spesso ai testi biblici. Nella mentalità semitica, il nome è in effetti come una emanazione dell'essere che lo porta; conviene anche distinguere nel nome un valore noetico (il nome fonte della conoscenza) e un valore dinamico (il nome, fonte di potere). Pronunciare il nome o i nomi di Dio è dunque raccogliere nella propria fede tutte le esperienze religiose di un popolo.

Per i cristiani, il nome di Gesù acquisisce lo stesso valore. Il testo di Gioele (3,5) sull'invocazione del nome del Signore («Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato») ha giocato un grande ruolo nella prima teologia cristiana. Pietro invita i suoi uditori ad invocare il nome del Signore Gesù per essere salvati. I cristiani sono caratterizzati secondo un'espressione desunta da questo stesso testo profetico: «coloro che invocano il Nome» (At 9,14.21; Rm 10,12-14; 1Cor 1,2).

L'archeologia testimonia l'onore che i semplici cristiani rendevano a Gesù iscrivendo il suo nome sui documenti o su degli oggetti. Più tardi il trattato pseudo-dionisiano De divinis nominibus eserciterà in questo campo un influsso considerevole.

Inoltre si è giustamente osservato che invocare il nome di Gesù non significa dire «Gesù» e basta. I primi cristiani amavano confessare la loro fede dicendo:

Gesù Cristo, Gesù Messia, Figlio di Dio, e soprattutto Signore. I primi che nella loro devozione hanno detto Gesù e basta sono stati i siri. Benché gli gnostici si siano compiaciuti di fare ogni sorta di speculazioni mistiche sul nome di Gesù, gli ortodossi diffidavano di una tale fede verbale.

Nessun nome né nessun titolo vale senza le opere. Un testo di Origene lo conferma chiaramente: «Il mezzo per dire in modo perfetto Signore è che le opere stesse parlino quando si dice: Signore, Signore. È chiaro dunque che invocare il nome del Signore comporta la giustizia, e una giustizia vera».

«Abbi pietà di me»


Unanimemente gli spirituali ammettono che il principale merito delle brevi preghiere è di aiutare a creare uno stato del cuore, una disposizione stabile dello spirito. Da qui deriva la grande varietà delle preghiere giaculatorie. Ma già Cassiano ha fatto la sua scelta vedendo in Deus in adiutorium meum intende (Sal 69,2) una «formula di pietà» capace di muovere in tutti noi i sentimenti pii.

La tradizione monastica in generale ha anch'essa fatto una scelta. I monaci sono arrivati alla conclusione che per amore della preghiera bisogna farsi mendicanti davanti a Dio, come il pubblicano che si batte il petto e ritorna giustificato (Lc 18,l0ss). Allora la preghiera «abbi pietà di me peccatore!» si ripete in innumerevoli varianti. Ne segue la conclusione che la preghiera di Gesù» non è cominciata con l'invocazione del nome di Gesù, ma con il pénthos, il luctus, il dolore del peccato.

Ciò non contraddice evidentemente la tenera devozione a Cristo. Si è visto come questo fosse vissuto da Simeone il Nuovo Teologo e tuttavia nessuno ha mai avuto più alta concezione delle lacrime di lui. Egli vede in esse il vero battesimo dello Spirito, il grande photismòs, l'illuminazione per la quale l'uomo diviene tutto luce. Egli ne ha constatato gli effetti santificanti e illuminatori sul suo padre spirituale, Simeone Studita. Dopo la morte di quest'ultimo, gli rivolge questa preghiera:

«San Simeone, divenuto conforme all'immagine di Gesù Cristo per la partecipazione dello Spirito Santo, rivestito della tunica splendida dell'apàtheia grazie ad una lunga ascesi, lavato nelle tue stesse lacrime, così abbondanti da uguagliare la fonte del battesimo...».

Al nostri giorni si parla volentieri delle pratiche di pietà per rinnovare il battesimo. Gregorio di Nazianzo era, quanto a se stesso, convinto che l'ultimo battesimo di cui noi abbiamo bisogno è quello delle lacrime, che consiste nel bagnare ogni notte di lacrime il nostro letto e la nostra coperta». E nel domandarsi: «Quale quantità di lacrime dobbiamo versare, per uguagliare il fonte battesimale?»

Alla luce di questa tradizione orientale, il compendio della preghiera di Gesù è il Kyrie eleison. La spiegazione di questa invocazione è, secondo la Filocalia, grandemente utile per ogni cristiano», perché la formula «Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me», o, più succintamente, «Signore, abbi pietà», è stata trasmessa ai cristiani fin dai tempi degli apostoli.

In questo stesso senso, Briancaninov scrive: «La scelta della preghiera di Gesù come formula di meditazione si giustifica pienamente, perché il nome del Signore Gesù Cristo racchiude una forza divina particolare e anche perché, quando ci si esercita nella preghiera di Gesù, nel ricordo della morte, delle torture inflitte dagli spiriti che sono nell'aria, dell'ultimo giudizio pronunciato da Dio e dei tormenti eterni, comincia, ad un certo momento a venire da solo. Questa memoria viene in un modo così vivace che essa immerge l'asceta in lacrime abbondanti e inesauribili...».

Dio e l'uomo peccatore

La discussione sulla priorità storica del primo o del secondo elemento della preghiera di Gesù è senza dubbio assai utile per comprendere la diffusione di questa formula in Oriente. D'altra parte, bisogna evitare di precisarne troppo i contenuti. Il senso di una preghiera, soprattutto se essa è ripetuta spesso, sta più nella disposizione interiore di colui che prega che nelle sole parole pronunciate.

Ora, leggendo il Pellegrino russo, così come molti altri testi dell'epoca attuale, si ha l'impressione che il sentimento del pénthos sia in un certo senso diminuito. Con la recita di questa formula si cerca piuttosto di prendere coscienza della presenza di Dio dappertutto e in tutto, nel battito del proprio cuore come nel respiro dell'universo.

Si tratta di un sentimento proprio alle «religioni cosmiche» antiche e recenti. Presso i cristiani, si distingue per un tratto speciale: la coscienza del dialogo tra l'uomo e Dio che gli è vicino. Ma nello stesso tempo e paradossalmente, Dio appare estremamente lontano, non solo a causa della sua trascendenza, ma anche a causa delle nostre colpe, dei nostri peccati. God-sin, queste due parole riassumono l'esperienza dell'autore inglese di un famoso scritto mistico del medioevo di fronte a tutta la realtà. Ma il cristiano prova anche un altro sentimento, inseparabile dal primo: la coscienza che l'abisso è colmabile da una parte per la grazia di nostro Signore, Figlio di Dio incarnato, e dall'altra per la nostra confessione e la nostra preghiera che domanda misericordia.

In questo contesto, non è sorprendente che a partire dal XIV secolo alcuni autori, ammessi o non ammessi nella Filocalia, celebrino a gara l'eccellenza della formula destinata a riconciliare tutte le antinomie della vita: Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore!

I gradi della preghiera di Gesù

Ogni preghiera, secondo l'insegnamento tradizionale, si sviluppa in tre tappe: recita vocale, attenzione mentale o comprensione del contenuto, sentimento del cuore. Per quanto concerne la preghiera di Gesù, la seconda tappa è assai ridotta, perché si tratta di una invocazione molto semplice, benché dopo il XIV secolo degli autori abbiano artificialmente celebrato la sua profondità dottrinale. Il vantaggio delle brevi invocazioni è, al contrario, che esse aiutano a passare direttamente dalla recita orale alla preghiera del cuore.

I monaci bizantini e russi associano alla preghiera di Gesù l'uso di una specie di rosario; esso aiuta a contare le invocazioni e le metanie che l'accompagnano. Il primo grado della preghiera di Gesù è dunque quello della recita vocale, che possiede incontestabilmente un certo valore. Tuttavia alcuni seri autori protestano a buon diritto contro coloro che vorrebbero farne una formula quasi magica. Abbiamo già riportato il parere di Teofane il Recluso a questo proposito. Su questo punto il Pellegrino russo è più entusiasta. Allo stesso modo coloro che tengono conto del valore del nome di Gesù.

Dalle labbra si passa direttamente al cuore, dicono spesso gli autori. Il passaggio per l'intelligenza, abbiamo notato, non è importante. Ignatii Brjancaninov tuttavia ne parla, ma dal punto di vista negativo. La breve preghiera non sveglia dei ragionamenti; essa fa sì, al contrario, che l'uomo taccia interiormente:
«All'inizio questa pratica appare come straordinariamente arida... la preghiera di Gesù agisce per gradi successivi: per cominciare, la sua azione agisce solo sull'intelletto, conducendolo ad uno stato di silenzio e di attenzione; poi comincia a guadagnare il cuore, risvegliandolo da un sonno simile alla morte... Rinforzandosi ancora più profondamente, la preghiera si mette poco a poco ad agire in tutte le membra dell'anima e del corpo».

Sostituisce le altre preghiere?


Una questione: questa formula deve avere la preponderanza nella vita di orazione al punto da sostituire tutte le altre preghiere, in particolare l'ufficio divino? Secondo il parere di Teofane il Recluso, la preghiera di Gesù deve essere considerata piuttosto come un complemento; essa non rimpiazza le altre preghiere, anche le private, fissate dalla regola. «Certo, è possibile sostituire alla meditazione la preghiera di Gesù, ma quale necessità vi è di farlo?», risponde il nostro autore ad uno dei suoi figli spirituali che praticava l'orazione mentale. D'altra parte, tuttavia, la malattia, la stanchezza, la fatica raccomandano questa sostituzione. Teofane giudica anche che è meglio sostituire «delle metanie e la preghiera di Gesù o qualche altra breve preghiera» ad una recita nella quale non si comprende niente e che lascia il cuore insensibile.

Un'altra ragione milita in favore di questa invocazione, la stessa che in Occidente è all'origine della recita del rosario. Giuseppe di Volokolamsk prescrive la preghiera di Gesù ai monaci senza istruzione, incapaci di recitare dei salmi quando vanno dalla chiesa al refettorio.

Tutti questi consigli non sono che l'applicazione particolare dei principi sulla preghiera in generale. La questione da risolvere riguarda il diritto canonico: può un monaco o un sacerdote, tenuto dalla regola alla recita dell'ufficio, sostituirlo con la preghiera di Gesù? Teofane non dice di no: «E’ ammesso fin dai tempi più antichi che si possa sostituirla a tutte le altre preghiere». Ecco un fatto: lo stesso Sluzebnik, edito a Roma nel 1942, prevede che si possano sostituire i vespri con 100 preghiere di Gesù e 25 metanie, il notturno con 100 preghiere di Gesù e 25 metanie, la compieta con 25 preghiere di Gesù e 12 metanie, il mattutino con 300 preghiere di Gesù e 50 metanie, le ore con 50 preghiere e 7 metanie, i typika con 100 preghiere di Gesù e 10 metanie.

Per Ignatii Brjancaninov, sostituire gli uffici canonici con la preghiera di Gesù «è incomprensibile per i principianti e non può loro essere applicato in modo soddisfacente». Bisogna anzitutto acquisire l'esperienza della preghiera del cuore. «Un principiante può abituarsi in un modo assai facile alla preghiera di Gesù nel corso dei lunghi uffici monastici. Quando vi assiste, a che scopo lasciare i suoi pensieri errare qua e là...

Applicati dunque alla preghiera di Gesù, essa tratterrà il tuo spirito e gli impedirà di vagabondare». In altre parole, ci si abituerà a recitare questa preghiera giaculatoria non al posto degli uffici, ma durante.

Tratto da Tomàs Spidlìk, La preghiera secondo la tradizione dell’Oriente cristiano, Ed. Lipa, Roma.


Bibliografia:

Tomáš Špidlík, Sculptured Prayer: Twelve works of Helen Zelezny interpreted by Thomaso Spidlik, Roma, Stabilimento di Arti Grafiche Fratelli Palombi, 1968.
Tomáš Špidlík, Geist und Erkenntnis: Zu spirituellen Grundlagen Europas: Festschrift zum 65. Geburtstag von Prof. ThDr. Tomas Spidlik SJ (Integrale Anthropologie), Minerva Publikation, 1985. ISBN 978-3-597-10314-9.
Tomáš Špidlík, Spirituality of the Christian East: A Systematic Handbook (Cistercian Studies), Cistercian Publications, 1986. ISBN 978-0-87907-979-6.
Tomáš Špidlík, Drinking from the Hidden Fountain: A Patristic Breviary: Ancient Wisdom for Today's World (Cistercian Studies, 148), Cistercian Publications, 1994. ISBN 978-0-87907-348-0.
Tomáš Špidlík, Ignazio di Loyola e la spiritualità Orientale: Guida alla lettura degli Esercizi (Religione e società), Studium, 1994. ISBN 978-88-382-3693-8.
Tomáš Špidlík, Les grands mystiques russes, Nouvelle cité, 1995. ISBN 978-2-85313-037-0.
Tomáš Špidlík, Le chemin de l'esprit: Retraite au Vatican (Initiations), Fates, 1996. ISBN 978-2-204-05461-4.
Tomáš Špidlík, Zive slovo: Denni evangelium, Roma, Refugium Velehrad, 1997. ISBN 978-80-86045-13-9.
Tomáš Špidlík et alii, A due polmoni. Dalla memoria spirituale d'Europa, Roma, Lipa, 1999. ISBN 88-86517-50-5. ISBN 978-88-86517-50-8
Tomáš Špidlík, La preghiera secondo la tradizione dell'Oriente cristiano, Roma, Lipa, 2002. ISBN 88-86517-69-6.
Tomáš Špidlík, Prayer: The Spirituality Of The Christian East, Vol.2, Liturgical Press, 2005. ISBN 978-0-87907-706-8.
Tomáš Špidlík, "Maranathà". La vita dopo la morte, Roma, Lipa, 2007. ISBN 978-88-89667-10-1.
Tomáš Špidlík, [Richard Cemus], [Michelina Tenace], Il monachesimo secondo la tradizione dell'Oriente cristiano, Roma, Lipa, 2007. ISBN 978-88-89667-13-2.
Tomáš Špidlík e [Marko I. Rupnik], Una conoscenza integrale. La via del simbolo, Roma, Lipa, 2010. ISBN 978-88-89667-30-9.






Home Page