L'esicasmo - e le sue caratteristiche principali Come inserire un font di Google
Esicasmo e la preghiera del cuore o preghiera di Gesù


Tomàs Spidlìk: L'esicasmo - e le sue caratteristiche principali


Capitolo I

L’ESICASMO - LE SUE CARATTERISTICHE PRINCIPALI

Storia dell'esicasmo

Quando oggi si parla dell'esicasmo, si pensa generalmente ad un certo metodo di preghiera, la cui forma è stata codificata nei contesti monastici del Monte Athos nel XIII e XIV secolo. Ma si dimentica spesso che l'esicasmo, nel senso proprio e tradizionale, è in realtà una tendenza della spiritualità così antica che coincide con le origini stesse del monachesimo. In linea generale, si possono distinguere cinque periodi principali:

1) il tempo dei Padri del deserto;

2) la «scuola sinaitica»;

3) la tendenza di Simeone il Nuovo Teologo;

4) l'esicasmo athonita;

5) il movimento «filocalico» dei tempi più recenti.


Se per i monaci il vero padre è Antonio, per gli esicasti è Arsenio, che, dopo aver lasciato il palazzo imperiale, divenuto anacoreta udì una voce dal cielo che gli diceva: «Arsenio, fuggi, taci, rimani tranquillo». L’ideale che egli incarna è raccomandato da numerosi monaci dell'epoca patristica.

Anche la spiritualità degli autori sinaitici del VI e VII secolo (Nilo, Giovanni Climaco, Esichio, Filoteo) si concentra sulla custodia del cuore o dei pensieri in vista dell'orazione mentale. L’importanza del pensiero per lo stato del cuore è meglio analizzato da loro che dai loro predecessori. I sinaitici avevano predicato il vantaggio dell' hesychìa come preparazione alla theoria o «visione» di Dio. Ora, se il regno di Dio è veramente nel cuore, pensa Simeone il Nuovo Teologo (+1022), noi dobbiamo averne coscienza. Chi non ha visto Dio non può avere né l'amore, né la speranza, neppure la fede. Conoscere le ispirazioni divine in un cuore purificato non è più un carisma riservato agli autori sacri, ma il modello della grazia da ricercare da parte di tutti i cristiani.

Nel XIV secolo un sinaita, Gregorio, discese dalla sua montagna alla conquista spirituale dell'Athos e dei monasteri greci, balcanici, russi. Benché al suo arrivo al Monte Athos non avesse trovato che tre monaci che avevano qualche nozione di orazione mentale, doveva poi radunare dei discepoli così numerosi e influenti che avrebbero fatto ben presto trionfare la loro dottrina: la rinascita dell'ideale esicasta della pura contemplazione. La «preghiera di Gesù» (o piuttosto a Gesù) era consigliata con una insistenza tutta particolare e la sua pratica fu accompagnata presto da una vera tecnica psicosomatica. La descrizione dettagliata di questa tecnica è registrata in Niceforo l'Esicasta, così come in Gregorio Sinaita e lo pseudo-Simone, che ne sono i più antichi teorici conosciuti. La diffusione del metodo dà luogo ad una viva controversia. Essa urta i sentimenti di un umanista, l'italo-greco Barlaam di Seminaria, detto il Calabro (+1348). Ma Gregorio Palamas, futuro arcivescovo di Tessalonica (+1348), allora monaco all'Athos, prese la difesa degli esicasti e inserì questa preghiera nella sua sintesi teologica.

Alla fine del XVIII secolo, dopo tre secoli di torpore, la Chiesa di Grecia conobbe una rinascita spirituale di cui i principali artefici sono gli autori della Filocalia. Questo «movimento filocalico» porta i suoi frutti soprattutto nei monasteri della Romania e della Russia, la cui pietà fu profondamente segnata da Paisij Velickovskij (+1794). Si può anche parlare di un neoesicasmo in epoca recente, dovuto a numerose edizioni e traduzioni nelle lingue occidentali della Filocalia e dei Racconti sinceri di un pellegrino russo al suo padre spirituale.

Si vede con questo giro d'orizzonte che l'esicasmo è un grande movimento spirituale che attraversa tutta la storia della spiritualità orientale. Gli esicasti dedicavano la loro vita alla preghiera; a loro si debbono numerosi scritti sulla preghiera, di cui trattano tutti gli aspetti. Qui cercheremo di sottolineare ciò che li caratterizza.

Il senso della parola hesychia

L’etimologia della parola è incerta. Forse si collega all’ essere seduti. Nel greco profano, essa indica lo stato di calma, la cessazione delle cause esteriori di turbamento o l'assenza di agitazione interiore. E anche la solitudine, il ritiro solitario.

Nel greco della LXX, il termine hesychìa e i suoi derivati sono frequenti e vi conservano il senso che avevano nella lingua profana. Ma l' hesychìa consiste allo stesso modo nell'astenersi, sia dalla parola che dal movimento inutile (Pr 11,12; 7,11).9

Nel Nuovo Testamento, […] (si usa) il verbo tacere (Lc 14,4), osservare il riposo del sabato (Lc 23,56), cessare di importunare gli altri (At 21,14; 11,18). Paolo esorta coloro ai quali scrive a «vivere in pace» (1Ts 4,11), a «condurre una vita calma e pacifica» (2Ts 3,12). Egli vuole che in chiesa la donna conservi il silenzio durante l'istruzione (1Tm 2,11-12). Pietro, da parte sua, esorta le donne ad adornarsi all'interno del cuore «con un anima incorruttibile piena di mitezza e di pace» (1Pt 3,4). Questa costellazione di sensi vari, ma coerenti, lascia già indovinare ciò che sarà l'esicasmo, e l'ideale che esso seguirà.

Si può dunque definire l'esicasmo come una forma di spiritualità basata sull'hesychìa e il cui orientamento è essenzialmente contemplativo

Tuttavia l'esicasta non vede nella pace o nella tranquillità un fine in sé, come lo stoicismo nell'apatheia. L’hesychìa è, come ogni altra corrente nel cristianesimo, un mezzo, forse il mezzo per eccellenza, in ogni caso un mezzo eccellente per arrivare allo scopo che è l'unione con Dio, la preghiera perpetua.

Bisogna evidentemente distinguere due forme di tranquillità: una esteriore, un'altra interiore; una nelle cose, un'altra nell'uomo. Esse non vanno necessariamente insieme. Ma in numerosi spirituali rappresentativi di questa corrente si ha l'impressione che la tranquillità e la solitudine si confondano e che come regola generale la prima supponga la seconda. La sinonimia pura e semplice, o almeno la messa in parallelo e in relazione delle parole hesychìa e anacoresi, o di deserto ed hesychìa, è frequente, anche se la distinzione tra le due realtà è tuttavia sufficientemente conosciuta e sentita. Condurre la vita di un esicasta nel linguaggio dei bizantini è la realtà propria del monaco che abita il deserto e coltiva il silenzio per essere tranquillo. Arsenio, «il grande e angelico esicasta» è esemplare di questa maniera di vivere.

La tranquillità della solitudine

I saggi dell'antichità raccoglievano in gran quantità delle massime in favore della solitudine. Il suo scopo è chiaro: «L’istruzione e la filosofia richiedono molta solitudine e ritiro», nota Dione Crisostomo. Ma l'uomo antico temeva di essere esiliato, di essere privato della comunicazione con coloro che gli erano vicini. La condanna all'esilio si sostituiva spesso alla pena di morte. Invano i grandi filosofi assicuravano ai loro contemporanei che la beatitudine procurata dalla filosofia supera di gran lunga quella data dalla conversazione umana. L’eudaimonismo razionale è una nobile forma di edonismo, dunque di egoismo che non procura a nessuno la felicità.

Questo problema non esiste per i solitari cristiani. Lo scopo del loro ritiro è la «filosofia cristiana», la preghiera, che è per definizione un colloquio con Dio. Ora, colui che conversa con Dio, anche se è separato da tutti, nello stesso tempo è unito a tutti. Ecco perché gli elogi della solitudine sono molto più sinceri presso i monaci che presso i filosofi, e l'anacoresi non è solo raccomandata, ma anche ardentemente desiderata.

Nella loro solitudine, gli anacoreti cristiani non si sentivano affatto soli e non volevano vivere separati dalla comunità della Chiesa. Essi pensavano di poter, in virtù della loro vocazione speciale, che non è destinata a tutti, realizzare la natura sociale dell'uomo ad un livello più profondo di quello procurato dai contatti corporali. Se essi consideravano la solitudine come condizione della preghiera, con questa stessa preghiera superavano la solitudine.

Il silenzio


Vi sono dei gradi della solitudine. Si è soli quando nello spazio che si è soliti percorrere non si rischia di incontrare nessun essere umano. Si tratta della «fuga dagli uomini» in senso materiale. Si è ancora soli anche quando non si entra a lungo in conversazione con nessuno. E’ la solitudine del silenzio.

Come la solitudine materiale, il silenzio è allo stesso modo in sé negazione della prerogativa naturale dei logikoi. Ridurre qualcuno al silenzio è privarlo della sua dignità umana, perché noi siamo degli esseri dotati del dono del linguaggio. D'altra parte, certe forme di silenzio sono imposte come condizioni per una comunicazione tranquilla. Se uno parla e se noi siamo attenti ad ascoltarlo, esigiamo dagli altri che stiano zitti.

L’ uomo che prega è attento a questo Uno le cui parole sono più preziose di tutte le altre voci udibili. Niente è dunque più naturale di esigere il silenzio durante le letture, la salmodia, la liturgia. Si comprende anche che nel monastero la regola generale per tutte le conversazioni è quella di Basilio: «Quali parole rendono un discorso "ozioso"? Risposta: in generale, è inutile ogni parola che non contribuisca all'adempimento di ciò che è nostro dovere nel Signore. E tale è il pericolo di una simile parola che, quand'anche sia bene ciò che si dice, e non sia tuttavia ordinato all'edificazione della fede, chi ha parlato non è affatto al sicuro a motivo della bontà del suo discorso, ma anzi, per non aver ordinato il suo parlare all'edificazione, egli rattrista lo Spirito Santo di Dio».

Ma le forme eroiche del silenzio, la rottura quasi totale dei contatti umani, di cui le Vite dei santi «silenziosi» danno tanti esempi, non peccano dell'eccesso opposto? Non contraddicono lo Spirito che parla agli uomini per mezzo di altri
uomini ispirati? L’obiezione diviene ancora più grave se si ricorda che gli esicasti riducevano, per così dire, al silenzio Dio stesso che parla nella salmodia e nelle letture spirituali: essi semplificavano progressivamente la preghiera fino all'«orazione del silenzio». Va da sé che simili forme di silenzio non sono per tutti. Per apprezzarne il valore, bisogna anzitutto sapere che tra tutte le parole ispirate la più preziosa è la voce di Dio, ascoltata nel silenzio del cuore.

L'amerimnìa - il silenzio interiore

La solitudine e il silenzio non fanno un esicasta. Come dirà un giorno un grande promotore della spiritualità esicasta, Nicodemo l'Aghiorita, abbiamo dentro di noi un discorso interiore con il quale «ragioniamo e componiamo delle opere, diamo dei giudizi e leggiamo libri interi in silenzio senza che la bocca parli». La maggior parte delle persone ragionano o sragionano silenziosamente, in balia della loro affettività.

Nella sua ricerca di Dio, l'esicasta ha un nemico più temibile della società degli uomini e della dissipazione esteriore: è la dissipazione di un cuore che rimane agitato, turbato, legato ai suoi attaccamenti, alle sue preoccupazioni, ai suoi pensieri, tutto un arsenale che egli porta con sé nella sua anacoresi.

L’hesychìa esige dunque l’apatheia. Tuttavia non è con il termine di apatheia che si esprime generalmente l'esicasmo, se si fa eccezione per il circolo evagriano. Presso gli autori esicasti più autentici la parola apatheia non prevale mai su quella di noncuranza.

La noncuranza di cui si tratta non è la noncuranza in senso colpevole, la negligenza riguardo alle cose di Dio, l'accidia, né la noncuranza alla maniera dei messaliani, che desideravano una vita oziosa e una falsa sicurezza. Si tratta piuttosto della buona noncuranza che lo pseudo-Efrem caratterizza chiamandola «noncuranza delle cose terrene». È ad essa che fa spesso allusione Doroteo di Gaza, spiegando che consiste nel «lottare per non avere più nessun affanno delle cose di questo mondo e attendere a Dio solo assiduamente e senza distrazioni, come è detto della vergine (1Cor 7,34-35)».

È ad essa che Giovanni Climaco consacra il XXVII scalino della sua Scala del Paradiso, dove dice: «L'opera principale dell'hesychia è una amerimnìa riguardo a tutte le cose, razionali e irrazionali». Giovanni Climaco si rende conto che egli si esprime troppo radicalmente, allora giustifica la sua sentenza con due motivi psicologici. Anzitutto, gli affanni si chiamano l'un l'altro. Inoltre, la tranquillità interiore è uno stato d'animo che non soffre di alcuna divisione. «Un pelo da niente turba completamente la vista e una preoccupazione minima fa svanire l'hesychìa». Ma bisogna andare ancora più lontano. Per Climaco, l'hesychìa non è solo l'«allontanamento dei turbamenti razionali», essa è anche «eliminazione dei pensieri»; è l'espressione evagriana che qualifica la sommità della preghiera contemplativa. Si tratta dunque di una noncuranza mistica che si giustifica con la vocazione speciale di Dio e non con qualche desiderio quietista.

La nepsis - l'antìrresis

Per acquisire e conservare l'hesychìa del cuore, la prudenza domanda «che si massacrino fin dall'inizio i figli di Babilonia», cioè a dire i pensieri cattivi, i logismoi. Così i trattati parlano della «custodia del cuore», della «custodia dello spirito», dell'attenzione. Per custodirsi, bisogna essere sobri e vigilanti, «neptici» (cf 1Pt 5,8), «attenti». Già nello pseudo-Macario hesychìa, népsis, prosoché e preghiera si trovano intimamente uniti.

Ma è soprattutto la scuola sinaitica che insiste su questa vigilanza. Per l'autore delle Centurie, conosciuto sotto il nome di Esichio di Batos o il Sinaita, tutta l'ascesi sembra ridursi alla nepsis da lui definita come «un metodo spirituale che libera interamente l'uomo, con il soccorso di Dio e per mezzo di una pratica sostenuta e decisa, dai pensieri e dalle parole appassionate, così come dalle azioni cattive».

La «custodia alla porta del cuore» è anzitutto un metodo di difesa per respingere immediatamente i pensieri intrusi per mezzo dell'antìrresis. Gesù, tentato dal demonio, risponde alle sue suggestioni con i testi della Scrittura (Mt 4,3 - 11).
Allo stesso modo gli asceti sapevano rispondere a ogni suggestione diabolica con una bella citazione della Bibbia. Il manuale classico di questa arte è l'Antirrètikos di Evagrio, diviso in otto parti che corrispondono allo stesso numero di vizi. A proposito di ciascun pensiero si danno citazioni di testi scritturistici che permettono di scacciarlo.

Ma che bella fatica impararli per un monaco senza cultura! Tuttavia la pratica porterà ad una semplificazione. L'invocazione di Gesù è sufficiente a «scacciare tutti i demoni» e la «preghiera di Gesù» sostituisce nell'esicasmo le classificazioni complicate. «Nel numero delle misteriose e straordinarie proprietà del Nome di Gesù, scrive Ignatii Brjancaninov; si trova quella di cacciare i demoni. Questo potere è stato annunciato dal Signore stesso: “coloro che credono in me, ha detto, nel mio Nome scacceranno i demoni” (Mc 16,17)».

L’attenzione - prosoché


Secondo la definizione più semplice, l'attenzione è una applicazione dello spirito. Enunciato che basterà a rendere evidente il ruolo dell'attenzione nella spiritualità. I cristiani potrebbero qui riferirsi alle più grandi autorità filosofiche. Epitteto offre tutto un capitolo «sull'attenzione». Sant'Antonio ricevette un giorno dal cielo un avvertimento: “bada a te stesso”. Questa semplice ingiunzione scritta nella prima pagina degli Apoftegmi e che tutti i monaci dovevano sapere a mente, ha avuto più influsso dei lunghi discorsi di Basilio e di altri predicatori. Tuttavia anche un'altra sentenza sarà spesso citata, quella di Evagrio: «l'attenzione in cerca di preghiera troverà la preghiera, perché se c'è una cosa che segue la preghiera, questa è l'attenzione. Bisogna dunque sforzarsi in essa». Il testo si staglia bene da solo nella memoria, sia per la promessa che contiene che per la suggestiva allitterazione delle due parole: attenzione, preghiera. Gli esicasti scriveranno dunque dei trattati «Sull'attenzione e sulla preghiera». Come applicazione dello spirito, l'attenzione ha un ruolo di selezione che va fino ad escludere ciò che non è desiderabile. Nella preghiera essa lo esercita a differenti livelli.

Il primo tipo di attenzione è detta verbale: essa è volta alla pronuncia stessa delle parole della preghiera e sul senso immediato del testo. Il flagello delle distrazioni ha suscitato negli spirituali, dopo i primi secoli, delle continue esortazioni morali, come queste di Giovanni Crisostomo: «Molti entrano in chiesa; recitano innumerevoli versetti della preghiera, poi vanno via; ma non sanno ciò che hanno detto. Le loro labbra si agitano e il loro orecchio non ascolta. Tu stesso non ascolti la tua preghiera e vorresti che Dio l'esaudisca?» Ciascuno si sente obbligato a ripetere queste ammonizioni che tutti però considerano alla lettera irrealizzabili. Gli esicasti ebbero il coraggio di dirlo apertamente.

Niceforo chiama questa specie di attenzione la «seconda orazione» e la definisce così: «Lo spirito, ritirandosi dalle cose sensibili, custodendosi dalle sensazioni di fuori e raccogliendo tutti i suoi pensieri, avanza, dimentico di tutte le vanità; ora fa l'esame dei suoi pensieri, ora applica la sua attenzione alle domande che la sua bocca rivolge a Dio, ora attira a sé i suoi pensieri cattivi, ora, preso lui stesso dalla passione, usa violenza per ritornare a sé. Combattendo così, la pace è impossibile come la vittoria».Tutti sanno che la molteplicità affatica. Sono allora proporsi dei metodi per semplificare questa «attenzione verbale».

Il secondo tipo di attenzione può essere chiamato «meditativo» o «contemplativo». Tale attenzione si definisce con queste belle parole di Riccardo di San Vittore: «Una libera veduta dello spirito sugli spettacoli della sapienza che la tengono sospesa di ammirazione». L'intelletto non si sente più costretto a seguire tutto ciò che le labbra mormorano, esso fa la sua libera scelta per concentrarsi su ciò che è utile alla sua pietà.

La terza attenzione è definita in Occidente «mistica» o «affettiva»; in Oriente il termine classico è l'«attenzione al cuore». Essa è concepita a gradi diversi. Da dove viene la dissipazione continua dello spirito?, si domanda Basilio. Lui stesso risponde: «La dispersione viene dalla pigrizia dello spirito che non si occupa delle cose necessarie». E da dove viene questa pigrizia? «Lo spirito si abbandona alla pigrizia e alla noncuranza per mancanza di fede nella presenza di Dio che scruta i reni e i cuori». Basilio è dunque, come tanti altri, fermamente convinto che tutte le distrazioni possono essere guarite da un vivo sentimento della presenza di Dio.

Ecco un'altra testimonianza proveniente dai solitari di Egitto: «Il discepolo di abba Ammonas raccontava: “Un certo giorno, mentre noi dicevamo l'ufficio, il mio spirito fu turbato e io dimenticai una parola del salmo. Quando avemmo terminato, l'anziano riprese la parola e mi disse: Quando sono all'ufficio, io penso che sono sul fuoco e che brucio, e il mio pensiero non può allontanarsi né a destra né a sinistra, e tu, dove era il tuo pensiero mentre dicevamo l'ufficio, se hai omesso una parola [un versetto] del salmo? Non sapevi che stavi davanti a Dio e che parlavi a Dio?”

In questo caso non sarebbe preferibile concentrare tutta la nostra attenzione sulla presenza di Dio e considerare tutto il resto come secondario? Tutti gli esperti della vita spirituale rispondono affermativamente a tale questione.

Per riuscire in questo sforzo, sono dati molti consigli.

Il sentimento della presenza di Dio può prendere una forma immaginativa. «Io pongo sempre innanzi a me JHWH, sta alla mia destra, non posso vacillare», dice il Sal 15,8. Rappresentarsi un giudice davanti al quale si deve rendere conto delle proprie opere fu sempre raccomandato ai monaci che coltivavano il pénthos, mentre la visione di Lui che sta alla nostra destra dà coraggio ai deboli. Se questa forma di attenzione è considerata utile, molti spirituali considereranno il suo valore assai relativo e gli esicasti cercheranno di scartarla come una aberrazione.

Ma già Basilio era cosciente dell'imperfezione di queste immagini che collocano Dio fuori di noi, mentre è presente in noi, nel nostro cuore. L'esercizio d'attenzione a Dio diviene dunque esortazione a fare attenzione a se stessi.

Abbiamo tutta un'omelia di Basilio su tale espressione; e una istruzione di Efrem con un prologo e dodici capitoli.
Questo tema sarà uno dei favoriti, soprattutto dagli esicasti, campioni per eccellenza dell'attenzione. Solo che il loro vocabolario identifica chiaramente «se stessi» con il cuore: là è il centro della persona umana e la sede dove Dio abita.

La visione della luce taborica

Se la «preghiera del cuore» è ben conosciuta nella spiritualità orientale, per gli esicasti essa è la chiave della loro mistica. Essa costituisce la «terza orazione» proposta nel famoso trattato Metodo della santa orazione e attenzione. Il suo principio non è «raccogliere le idee e invocare il soccorso del cielo» (seconda orazione), né «immaginare le bellezze celesti» (prima orazione).

La vera attenzione» consiste «in questo, che nell'orazione lo spirito custodisce il cuore, dentro al quale torna e ritorna senza sosta...; allora, avendo gustato che il Signore è buono, non è più espulso dal soggiorno del cuore, perché dice anch'esso con l'apostolo: è bene per noi stare qui (Mt 17,4)».

Da questa descrizione sommaria possiamo ricavare qualche nota caratteristica della «preghiera del cuore». Essa non è immaginativa. L'autore predica un autentico iconoclasmo interiore. Essa non è più «concettuale», sapendo che la molteplicità delle idee non va di pari passo con l'esichia. Inoltre, colui che prega «si vede lui stesso tutto intero illuminato». "Tutto ciò fa supporre che l'ispirazione evagriana vi sia facilmente riconoscibile e che la mistica esicasta appartenga al tipo della mistica della luce».

In effetti, sono numerosi i testi della letteratura esicasta che parlano della visione della luce. Il più famoso è quello di Massimo il Capsocalyvita. I lettori senza esperienza potranno facilmente interpretare queste visioni come delle visioni sensibili.

Anche Niceforo protesta con veemenza contro questo errore. D'altra parte, tuttavia, non si ha l'impressione che si tratti di una visione della «pura luce» senza oggetto né forma, come è descritta da Evagrio. Perché Niceforo vede in questo stato l'«io illuminato». In altri testi «tutto» è illuminato, il mondo intero, in modo simile a ciò che hanno visto gli apostoli durante la Trasfigurazione del Signore.

Simeone il Nuovo Teologo esorta l'esicasta ad essere «come coloro che salgono con Gesù sul Tabor e contemplano il bagliore sfolgorante, la trasformazione delle sue vesti e la luce del suo volto», o ancora, tra altri modelli a cui l'esicasta può ispirarsi, come Mosè, recandosi solo sulla cima della montagna ed entrando all'interno della nube. «Colui che giungerà là, non vedrà solo Dio di spalle, ma si troverà scientemente faccia a faccia con Lui...; sarà anzitutto l’iniziato ai misteri del regno dei cieli, poi detterà le leggi agli altri; sarà illuminato, poi illuminerà gli altri..

Nelle visioni di Simeone, abbiamo constatato due cose capitali: egli identifica la luce con Cristo e Cristo vive nel cuore dell'uomo soprattutto per mezzo della carità. Concezione che spiega perché gli esicasti davano una tale importanza all'invocazione di Gesù.

Il ricordo di Gesù


Per esercitarsi nella «preghiera del cuore», gli antichi monaci praticavano delle invocazioni giaculatorie perché la loro preghiera fosse monologistos, un puro ricordo di Dio.

Ora, presso gli esicasti il ricordo «di Dio» riceve la sua forma concreta come ricordo «di Gesù». Essi vi insistono molto. Per Esichio di Batos, l'invocazione costante del Signore Gesù deve diventare tanto abituale quanto la respirazione (notiamo l'espressione «quanto la respirazione!»), perché senza Gesù Cristo non si può niente.

Questo tratto mette fortemente in rilievo il carattere cristologico della preghiera. Dio non si rivela all'uomo se non per mezzo di Cristo e se egli illumina il cuore è perché la sua immagine appare più chiaramente. Lo scopo della preghiera sarà dunque di unire costantemente il suo cuore a Gesù e, con Gesù nel cuore, unirsi al Padre e a tutto ciò che esiste.

La preghiera giaculatoria degli esicasti sarà la «preghiera a Gesù» (o «preghiera di Gesù»). Nella sua forma tradizionale, l'invocazione diventerà uno dei tratti più caratteristici della pietà degli esicasti.


Tratto da Tomàs Spidlìk, La preghiera secondo la tradizione dell’Oriente cristiano, Ed. Lipa, Roma.


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