Proba, la vedova che viveva al Pincio
AGOSTINO, VESCOVO, SERVO DI CRISTO E DEI SERVI DI CRISTO, SALUTA NEL SIGNORE DEI SIGNORI LA VENERABILE SERVA DI DIO PROBA - Lettera a Proba sul modo di pregare



Lettera a Proba sul modo di pregare - Prima Parte

Lettera a Proba sul modo di pregare - Seconda Parte

Lettera a Proba sul modo di pregare - Terza Parte


Anicia Faltonia Proba è la “vedova” a cui Sant’Agostino di Ippona inviò la famosissima lettera 130 che tratta esplicitamente della preghiera ed, insieme del desiderio. Agostino, infatti, cui Proba si rivolse per chiedere lumi sulla vera preghiera, risponde ponendo la questione cosa sia da chiedere a Dio, cosa sia desiderabile per l’uomo, cosa sia il bene. Da qui il discorso si allarga a considerare che tutti cercano la vita beata e questa è l’unica cosa da chiedere: ma questa richiesta porta con sé l’ulteriore questione cosa sia esattamente la felicità, cosa sia la vita beata e perché, nonostante essa sia ricercata da tutti, sia così difficile raggiungerla.

Benedetto XVI ha citato la lettera a Proba

in un bellissimo passaggio

della Spe salvi,

ricordando come l’uomo sappia dell’esistere della “vita vera”:


« Che cosa è, in realtà, la “vita”? E che cosa significa veramente “eternità”? Ci sono dei momenti in cui percepiamo all'improvviso: sì, sarebbe propriamente questo - la “vita” vera - così essa dovrebbe essere. A confronto, ciò che nella quotidianità chiamiamo “vita”, in verità non lo è. Agostino, nella sua ampia lettera sulla preghiera indirizzata a Proba, una vedova romana benestante e madre di tre consoli, scrisse una volta: In fondo vogliamo una sola cosa – “la vita beata”, la vita che è semplicemente vita, semplicemente “felicità”. Non c'è, in fin dei conti, altro che chiediamo nella preghiera. Verso nient'altro ci siamo incamminati – di questo solo si tratta.

Ma poi Agostino dice anche: guardando meglio, non sappiamo affatto che cosa in fondo desideriamo, che cosa vorremmo propriamente. Non conosciamo per nulla questa realtà; anche in quei momenti in cui pensiamo di toccarla non la raggiungiamo veramente. “Non sappiamo che cosa sia conveniente domandare”, egli confessa con una parola di san Paolo (Rm 8,26). Ciò che sappiamo è solo che non è questo. Tuttavia, nel non sapere sappiamo che questa realtà deve esistere. “C'è dunque in noi una, per così dire, dotta ignoranza” (docta ignorantia), egli scrive.

Non sappiamo che cosa vorremmo veramente; non conosciamo questa “vera vita”; e tuttavia sappiamo, che deve esistere un qualcosa che noi non conosciamo e verso il quale ci sentiamo spinti. »

Tratto dal Paragrafo 11



LETTERA ENCICLICA SPE SALVI DEL SOMMO PONTEFICE BENEDETTO XVI AI VESCOVI AI PRESBITERI E AI DIACONI ALLE PERSONE CONSACRATE E A TUTTI I FEDELI LAICI SULLA SPERANZA CRISTIANA



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