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I «sette peccati capitali»:
i vizi a cui si possono ricondurre tutti i peccati umani






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I «sette peccati capitali»:

Introduzione


Chi si ricorda dei sette peccati capitali?

Come ogni anno Toscanaoggi propone ai suoi lettori, nelle domeniche di Quaresima, un percorso di riflessione e approfondimento. Quest’anno il viaggio sarà dedicato alla riscoperta di quelli che la tradizione cristiana ha catalogato come i «sette peccati capitali»: i vizi a cui si possono ricondurre tutti i peccati umani. Un elenco antico, ma ancora attuale: accompagnati da illustri teologi, canonisti e moralisti, scopriremo come questi peccati sono stati interpretati nel corso della storia, ma soprattutto vedremo come ancora oggi tanti nostri comportamenti quotidiani possono essere giudicati secondo queste categorie. Il «relativismo morale», contro cui spesso si scaglia papa Benedetto XVI, significa anche un indebolimento del concetto di peccato: richiamarsi ai sette peccati capitali è un modo per rendere più facile l’esame di coscienza e valutare la nostra vita alla luce di criteri oggettivi. - di Carlo Nardi*


Era la domenica mattina, ancora festa umanamente santificabile, e quella lista di sette nomi un po’ strani, - accidia, lussuria ... -, non voleva entrare in mente. Non c’era più da insistere perché suonava il «cennino»: messa e poi il catechismo, a San Michele a Castello, fine anni cinquanta, che il sottoscritto imparava, o avrebbe dovuto imparare, su La dottrina cristiana. Testo della regione toscana, imprimatur del card. Dalla Costa. Apro il libriccino della classe quinta e, proprio per il tempo di quaresima, vi leggo la lezione su «vizi e peccati», di cui ricordo la domanda «Quanti sono i vizi capitali» e la risposta che tentavo di dare: «superbia, avarizia, lussuria, ira, gola, invidia, accidia» (cap. 6, Firenze 1953, p. 20), dopo la precisazione del numero sette, il numero occidentale, latino, quello anche del poderoso recente Catechismo universale (n° 1866) e del suo Compendio fresco fresco (n° 398). Poi si spiegava perché «capitali». Perché da quelli derivano tutti gli altri vizi e peccati, di cui i sette sono i «capi»: sono come il bandolo della matassa.

Quei sette nomi servono per «raccapezzarci» nella nostra vita morale. Erano, sono d’uso comune nei manuali per la dottrina e per i libri di devozione: per l’esame di coscienza, per prepararsi alla confessione e, perché no?, per cominciar per bene, intanto, la quaresima. Dispiace, perché non fa bene alla vita cristiana, che quella lista, con quei nomi, sia ormai presa sul serio quasi esclusivamente da chi è incalzato da qualche quiz televisivo, patente evidenza dell’ignoranza del popolo italiano in fatto di religione cattolica.

Invece è una successione essenziale, telegrafica, ma di tutta dignità. I sette vizi capitali scandiscono l’ascesa liberante delle anime sul monte del Purgatorio dantesco, e, in modo quanto mai significativo, Dante, poeta e teologo, pone a contrappunto di ciascun vizio, da cui l’«umano spirito si purga» (I,5), una delle beatitudini evangeliche. Dante suggerisce che le beatitudini siano la migliore griglia sui cui impostare la vita e pertanto la morale cristiana? Di fatto, nel suo poema di liberazione e speranza, ai vizi non oppone i comandamenti o le virtù, ma la promessa piena e definitiva di vita, felicità, beatitudine. Del resto, che cosa aveva fatto il Signore?

E procedendo a ritroso, l’elenco è, per esempio in San Tommaso d’Aquino (Il male 8,1) che assume la lista dal grande educatore del medioevo latino, il papa San Gregorio Magno nei Morali su Giobbe (31,45,87), a conclusione dell’età dei Padri della Chiesa. Dalla tradizione scolastica viene la definizione di «vizio», termine tecnico, scientifico, della filosofia e teologia morale, rispetto al fratello più alla buona che è l’italiano «vezzo», il figlio primogenito del latino vitium. E, per una definizione di sapore aristotelico (Etica a Nicomaco II,1), il vizio è un habitus operativo cattivo, come la virtù un habitus operativo buono. Che c’entra l’«abito»? Habitus è una qualità permanente, un’«abitudine», e il vizio è quella che ci induce ad operare in modo cattivo, che ci facilita ad agire in quella brutta maniera.

Che la virtù sia un’abitudine buona, ci fa forse storcere il naso, figli come siamo d’un postromanticismo eroizzante all’insegna della spontaneità. Ma che nel vizio ci sia molta coazione a ripetere, che ci siano dei tic poco o punto vezzosi, in cui ci s’ingolfa in nome della libertà, ma da cui ci si districa solo con forti motivazioni morali e con una volontà deliberata, l’esperienza comune lo avverte, in una certa sintonia col dottor Freud. Avverte un guazzabuglio di condizionamenti e di responsabilità. E la liberazione è all’insegna di una grazia almeno anelata, talora invocata, anche celebrata, grazia che è e diventa in noi carità, amore vero di Dio, di noi stessi e del prossimo, insomma virtù. Sennò, anche quella forza di volontà ci metterebbe a rischio di fare la preghiera del fariseo e si trasformerebbe nel peggiore dei vizi che ci possa essere: la superbia, quello di crederci tanti padreterni. Ma piccoli, piccoli. Vizio, quindi, anche ridicolo.


La definizione del Catechismo
I vizi possono essere catalogati in parallelo alle virtù alle quali si oppongono, oppure essere collegati ai peccati capitali che l’esperienza cristiana ha distinto, seguendo san Giovanni Cassiano e san Gregorio Magno. Sono chiamati capitali perché generano altri peccati, altri vizi. Sono la superbia, l’avarizia, l’invidia, l’ira, la lussuria, la golosità, la pigrizia o accidia».
(Dal Catechismo universale della Chiesa Cattolica, n. 1866)


* Don Carlo Nardi, docente di patrologia alla Facoltà Teologica dell’Italia Centrale, ha scritto numerosi saggi sui Padri della Chiesa, con particolare attenzione ai rapporti tra cultura classica e cristianesimo. Tratto da: Toscana Oggi


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