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7.
INVIDIA: Quel sentimento doloroso, figlio della
frustrazione
di Guglielmo Borghetti *
«Per cosa sono da meno di lui? Per intelligenza?
Per ricchezza interiore? Per sensibilità? Per
forza? Per importanza? Perché devo subire la sua
superiorità?» Così sinterroga Nicolaj
Kavalerov, protagonista del romanzo Invidia (1928)
di Jurij Olesa, scrittore sovietico, meditando
rancore sul suo nemico personale Babicev, che
rappresenta ai suoi occhi un concentrato di
negatività assolute.
Come tutti i vizi capitali linvidia è
antica come luomo; a differenza della
superbia, della gola della lussuria,
linvidia è forse lunico vizio che
non procura piacere; evidentemente le sue radici
nascoste affondano nel nucleo profondo di noi
stessi dove si raccoglie la nostra identità che
per costituirsi e crescere ha bisogno del
riconoscimento; quando questo manca,
lidentità si fa più incerta, sbiadisce,
si atrofizza ed entra in scena linvidia che
permette a chi è incapace di valorizzare se
stesso una salvaguardia di sé nella demolizione
dellaltro; oltre ad essere un vizio è un
meccanismo di difesa, disperato tentativo
maldestro di recuperare la fiducia e la stima di
se stessi impedendo la caduta del proprio valore
svalutando laltro; questa è la strategia
dellinvidioso: svalutare le persone
percepite come «migliori» di sé non solo in
pensieri e parole, ma anche danneggiando il
malcapitato invidiato considerato colpevole di
farsi apprezzare e stimare dagli altri più del
dovuto, più di quanto non lo sia
linvidiante. Non confondiamo invidia e
gelosia: la prima è risentimento verso qualcosa
che qualcuno ha, ma che non mi appartiene; la
seconda è la paura che qualcuno mi porti via
ciò che già ho; linvidia è figlia della
frustrazione e di un senso di impossibilità a
realizzarsi che si riflette in un odio
distruttivo verso laltro; linvidioso
«è un carnefice di se stesso» (S. Pier
Crisologo) e di chi gli è vicino.
Nella società della competizione, del successo e
della nuova ricchezza linvidia cresce a
dismisura, è proporzionale allesibizione
esagerata di pochi contro il disagio e la
delusione di molti. Il sociologo Paolo De Nardis
parla dellinvidia nel suo LInvidia.
Un rompicapo per le scienze sociali (2000) e
avanza linterrogativo se linvidia non
sia un peccato capitale della nostra società:
così Helmut Schoeck nel suo Linvidia e la
società (1974) dimostra che linvidia è
uno dei più importanti motori sociali sia nelle
società comuniste, sia in quelle capitalistiche
e cè anche chi annota che linvidia
è stata considerata una pecca della democrazia
già dal mondo greco, dalle Vespe di Aristofane
fino alle acute analisi di Tocqueville. In una
società in cui tutti sono uguali ci si chiede
perché tizio è più ricco o più famoso di me.
Anche per F. Nietzsche è tipico di tutti i
movimenti egualitari - cristianesimo, socialismo,
democrazia -, avere uno spirito gregario: il
gregge si difende odiando e invidiando chi sta
sopra e sostiene che linferno è uninvenzione
dei cristiani che si trovano al fondo della
classe sociale. Nelle società in cui la
disuguaglianza è assunta come un dato naturale
si è indotti ad accettare più facilmente la
supremazia dellaltro e a tollerare il
proprio limite. Mentre nelle società dove la
disuguaglianza è ritenuta innaturale o prodotto
delliniquità sociale, linvidia veste
i panni della virtù e si trasforma in istanza di
giustizia.
Linvidia è un sentimento che non sopporta
il limite naturale in forza di una pressione
sociale, perché è la società a decidere il
valore degli individui, e nella società
contemporanea il criterio di decisione è il
successo. Il sentirsi limitati e impotenti ha un
carattere costitutivamente relazionale nel senso
che dipende dalle relazioni sociali attraverso
cui passa il riconoscimento individuale; quando
la società fa mancare il riconoscimento produce
la metamorfosi dellimpotenza in invidia e
aumenta al suo interno la circolazione di questo
sentimento che impoverisce il mondo senza
riuscire a valorizzare chi lo prova; è proprio
questa la ragione per cui linvidioso è
costretto a nascondere il suo sentimento e a non
lasciarlo mai trasparire perché altrimenti
darebbe a vedere la sua impotenza, la sua
inferiorità e la sua sofferenza.
Linvidia in questa prospettiva oltre un
vizio capitale è un indotto sociale, e, fatta
salva listanza di giustizia che può
promuovere, è un sentimento «inutile» perché
non approda alla valorizzazione di sé,
«doloroso» perché rabbuia e impoverisce il
mondo e per giunta è un sentimento da tenere
«nascosto» senza neppure il conforto che può
venire dal parlarne con qualcuno; pochissimi,
infatti, parlano chiaramente e volentieri
dellinvidia che provano: parlarne
apertamente inibisce perché è come mettersi a
nudo, svelare la parte più meschina e
vulnerabile di sé; parlare della persona che si
invidia e spiegare il perché significa parlare
della parte più profonda di se stessi, delle
aspirazioni e dei fallimenti personali, delle
difficoltà e dei limiti che si trovano in noi
stessi.
Nel libro della Sapienza si ricorda che «la
morte è entrata nel mondo per invidia del
diavolo» (Sap. 2,24); il testo sacro collega il
limite dellumanità ad un peccato
dinvidia e Satana è linvidioso per
eccellenza. Percorrendo la Sacra Scrittura emerge
un filo sapienzale, da Caino a Saul che mostra
come linvidia nasca dalla grandezza
dellaltro non accolta e diventata elemento
di confronto e rivela un senso di sconfitta.
Chesterton dice che luomo che non è
invidioso vede le rose più rosse degli altri,
lerba più verde e il sole più abbagliante,
mentre linvidioso le vive con disperazione.
Uno sguardo purificato aiuta a cogliere il valore
delle cose, la loro intima bellezza e non riduce
tutto alloggetto da catturare e possedere
ad ogni costo.
Don Guglielmo Borghetti è
Preside dello Studio Teologico Interdiocesano
«Mons. E. Bartoletti» di Camaiore. È docente
di atropologia filosofica ed etica e di
psicologia della religione.
Tratto da: Toscana Oggi |
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