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4-5:
GOLA E LUSSURIA: Quando il piacere è fine a se
stesso
di Carlo Nardi*
Gola e lussuria, come dire Bacco e Venere, e non
di meno tabacco e cenere. È ovvia
lallusione al proverbio «Bacco tabacco e
Venere \ riducon luomo in cenere». Gola e
lussuria abbinate? Intanto, perché - è un altro
proverbio, questa volta latino - «se Cerere
manca», ossia pane e companatico, «anche Venere
è fredda». Dunque, sopravvivenza dellindividuo
e sopravvivenza della specie, di cui è spia una
duplice fame, innanzi tutto quella di cibo, e poi,
a pancia abbastanza piena, quella, non meno
allupata, di sesso, tutte e due nellambito
del «desiderio», in particolare della
«concupiscenza della carne», secondo la
tripartizione della Prima lettera di s. Giovanni
(2,16).
Gola
Certo, «concupiscenza», secondo la definizione
scolastica di «amore disordinato delle cose
sensibili», si colora di negatività, di
tendenziale peccaminosità: è un qualcosa che
«deriva dal peccato» almeno quello originale,
«ed inclina al peccato» (Concilio di Trento).
Eppure, è difficile pensare che alla madre Eva,
al vedere così appetitosa quella «benedetta»
mela, non fosse venuta lacquolina in bocca.
Con tutto il rispetto per i fiumi
dinchiostro, tra il teologico e il faceto,
versati su quella mela, in caso contrario si
dovrebbe ammettere unumanità
biologicamente diversa da quella che è. In
effetti, la concupiscenza. più che un male, è
«una sfida» per una vita umana, che è come
dire morale (ancora il Concilio di Trento). Del
resto, istinti e impulsi di per sé sono un bene.
Quindi: buon appetito, direi con la sensibilità
fenomenologica dellantico Aristotele, ma
anche con la signorilità del Padreterno, che,
quando si tratta di banchetto da lui imbadito,
non fa a miccino: «vini eccellenti, cibi
succulenti» (Is 25,6), proprio quelle cose che
unantica eresia, lencratismo,
condannava senza appello - tutti assolutamente
astemi e vegetariani! - eresia fondata sullidea
che la materia, nata da uno sbaglio di Dio o
fatta da un dio inferiore, è male, che il corpo
anche, che le sue pulsioni pure. Figuriamoci, le
sostanze inebrianti! Tantè che cera
chi diceva messa con lacqua! I cosiddetti
aquarii. Certo, la Chiesa se ne accorse e
condannò. Ma, come succede, leresia, fatta
uscire dalla porta, rientrò, come mentalità,
sempre ricorrente come tendenza, dalla finestra.
Sicché, per non poca ascesi, lo stomaco ci
sarebbe per digiunare e per fare a gara a chi
mangia di meno, alla ricerca di una «santa»
anoressia.
Ma oggi, per noi, che si può dire di sensato ed
utile sulla gola, di umano, di cristiano? Che, -
forse con lantico Socrate -, si mangia per
vivere e non si vive per mangiare. Parole sante,
da sottolineare. Sennò madre natura, - notavano
ancora gli antichi -, avrebbe dovuto farci la
gola lunga come quella delle gru con tanto di
papille gustative per un maggior godío. Il che
non è poco per una morale della temperanza,
nellambito duna retta ragione che a
una riflessione attenta non manca di dire
qualcosa di sensato, che il lettore coscienzioso
saprà applicare col suo cervello alle situazioni
della vita. Anche a proposito di compensazioni,
autoconsolazioni, autocommiserazioni, per cui
ecco il cioccolatino e il pasticcino, il fiasco
del vino e il bicchierino e il grondino. E, come
si sa, non cè due senza tre: e magari si
restasse a tre! E con Bacco il tabacco, e
derba in erba, e «in compagnia prese
moglie un frate». Ma non voglio togliere il da
fare ai figli dIppocrate e di Freud.
Ma non è detto tutto: perché mangiare non è un
puro e semplice atto biologico di sopravvivenza.
È la gioia di condividere un pezzo di pane, è
la tristezza del caviale da soli. Mangiare è
comunione, tantè che la Comunione, con la
ci maiuscola, è mangiare, uno dei verbi più
ricorrenti nella Sacra Scrittura.
A proposito, perché la manna, da raccogliersi
per la porzione di un giorno, se prelevata di
più, bacava (Es 16,4-5.16-29)? Perché chi ne
prendeva di più, è segno che non si fidava di
quel Dio che insegnerà a chiedere «il pane
quotidiano» (Mt 6,11) e ne pigliava al prossimo
che rimaneva senza. Sicché quel ben di Dio
andava a male, come «il lavoro per lAscensione»,
che «va tutto in perdizione», a quanto dicevano
i nostri vecchi. Invece, lo stomaco, che,
gorgogliando, reclama, fa capire quanto siamo
fragili e deboli, dipendenti e bisognosi di Dio,
e insegna a dirgli grazie. E poi, se «chi è a
pancia piena, non pensa a chi lha vuota»,
- proverbio già in Giovanni Crisostomo (350
circa - 407) -, forse solo una pancia vuota fa
capire, con Giobbe, la stoltezza umana di chi
«mangia da solo il suo pane senza che ne mangi
lorfano» (Gb 31,17). A proposito di gola,
digiuno, quaresima.
Lussuria
La lussuria, come si sa o si dovrebbe sapere, non
riguarda il lusso, ma il sesso. Il quale, come la
gola, garantisce la sopravvivenza, questa volta
del genere umano: non senza un perché si
chiamano «genitali». Ma la sessualità umana è
una realtà molto complessa, enigmatica e
interessante. Intanto, se lattrazione
fisica fosse solo il trucco di madre natura per
far figliare, con strane attivazioni di membra
che al solo rammentarle fanno ridere (Erasmo),
Quello lassù poteva farci riprodurre come i
lombrichi: da uno se ne fa due. Tantè che
ora cè chi singegna in intrugli del
genere. O fare andare in caldo ogni cinque anni,
come il panda.
Daltra parte, se scopo del sesso fosse
esclusivamente il piacere, in una successione di
desiderio, eccitazione, ricerca, sfogo, secondo
una «concezione idraulica» del medesimo, sesso
appunto a sciacquone (Fromm), perché così pochi
momenti e centimetri per questaltro godio,
che invece, una volta assaggiato, tende
allinfinito? Effetti dei pizzicori delle
foglie di fico sui tristi progenitori? Ma poi
perché il buon Dio ci avrebbe fatti «bambini»
e «bambine», maschi e femmine, se si trattasse
solo di dar lo sturo a un troppo pieno?
In realtà, il sesso tende allunione di
«tutto un corpo in un corpo» (Lucrezio). È il
mistero della biblica «una sola carne» (Gen 2,23-24;
Mc 10,8; Ef 5,29-30): immedesimazione in una
distinzione, anzi opposizione, e perciò
reciprocità, di lui per lei e lei per lui, di
lui con lei e lei con lui, di lui in lei e lei in
lui. È unione di persone: il coito, se umano,
comincia di solito con un bacio. In
quellunione che vuol essere totale, come se
fosse un pozzo (Prov 5,15) soffocato da tanti
detriti, - quelli sedimentati dalla lussuria
allinsegna dell«ogni lasciata è
persa» o «basta che respiri» -, si può
riscontrare un desiderio, anzi una volontà di
perennità e vitalità, per un sesso così
unitivo ed espressivo da essere umanamente e
serenamente procreativo. Certo, neppure
nellesercizio concreto del sesso cè
una unione totale di persone, che sarà data solo
nel mondo dei corpi risorti, del cui anelito la
verginità è segno particolare e «testimonianza
dellinvisibile» (Paolo VI).
Eppure, la Chiesa contemporanea (da Pio XII a
Benedetto XVI) e già patristica (Clemente di
Alessandria, Metodio, Proba Faltona, il monaco
Melezio), nella sua riflessione sulleros,
apprezza quellatto, con espressivi e
piacevoli annessi e connessi. E lo rispetta e
stima di molto, a quelle condizioni di unità e
fecondità coniugali. Tanto che verrebbe da dire:
anche troppo, e troppa grazia in quel ben di Dio
che richiede desser fatto e vissuto fin
troppo bene!
Come si fa? Tanto più in un mondo afrodisiaco (Bergson)
nei suoi richiami, stimoli, seduzioni, obblighi e
illusioni. Non solo. Fino a quarantanni or
sono, quando ancora una puerpera si sentiva in
dovere di «rientrare in santo», lantico
procreazionismo rigido (Agostino) del «non lo fo
per amor mio ma per dare figli a Dio» faceva
chiaramente capire doverano la virtù e il
vizio, castità e lussuria. Ora,
lapprezzamento cordiale del valore
delleros e nel contempo la dottrina del suo
significato inscindibilmente unitivo e
strutturalmente procreativo suscitano non pochi
problemi, per chi, sintende, vuole avere un
po di coscienza. Eppure, per non lasciare
che la vita di affetti, sentimenti, sensi vada a
finire in cenere umanamente infeconda, frutto
deludente di lussuria illusoria, è da rendersi
dove limpudicizia si annida, come egoismo,
disperazione e rivalsa.
Ancora. Proprio lì, - innanzi tutto nel cervello
e poi nel cuore, e anche
tra il bellico e
i ginocchi -, per un eros vissuto umanamente, è
da scegliere, senza demordere, la sfida morale di
un arduo cammino verso la fresca «purità di
cuore» evangelica (Mt 5,8). Insomma,
consapevolezza vissuta della bontà del sesso e
limpidezza che, sola, conosce gratitudine e
beatitudine.
Don Carlo Nardi, docente di
patrologia alla Facoltà Teologica
dellItalia Centrale, ha scritto numerosi
saggi sui Padri della Chiesa, con particolare
attenzione ai rapporti tra cultura classica e
cristianesimo.
Tratto da: Toscana Oggi |
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