 |

|
3.
IRA: Arrabbiarsi «a vanvera»: questo è il vero
peccato
di Carlo Nardi
Perché anche lira tra i vizi capitali? E
perché, invece, Giuseppe Giusti, tra il serio e
il faceto, lavrebbe messa, - se ben ricordo
-, niente meno che «tra i sacramenti»? Un
po dordine non nuoce.
La lista dei vizi capitali ha un perché. Per
Platone, - Fedro, Repubblica, Timeo specialmente
-, lanima umana ha tre aspetti: quello
razionale che dovrebbe regolare tutto, come
lauriga guida i cavalli. Nellanima i
«cavalli» sono due: cè una parte oscura,
la brama, con parola più tecnica
«concupiscenza» (epithymía) nellambito
degli «appetiti»; cè la parte chiara,
nel campo delle «repulsioni», lo «sdegno» (thymós)
o irascibilità. Se vi sinstalla
unabitudine cattiva, cattiva per il cattivo
uso, ossia labuso, leccesso dello
sdegno, quel vizio non è più
l«irascibilità» in sé, in latino ira,
ma liracondia, ossia la smania di vendetta
col far del male, la «libidine di vendicarsi»,
nel senso comune della parola (Agostino).
Insomma, dalla «irascibilità» di Platone
vengono fuori non solo lira o meglio
iracondia, ma anche laccidia e
linvidia. Dal desiderio di avere deriva
lavarizia, intesa come avidità, da quello
di piacere gola e lussuria, da quello di potere
la superbia, talora considerata un oscuramento
dellintelletto, divenuto guida cieca.
Perciò, già in Platone e poi sopratutto in
Aristotele (Etica a Nicomaco) fino a San Tommaso
(Il male) e a Dante (Purgatorio), forse fino alla
non banale buffonata del Giusti, si distingue tra
lo sdegno come tendenza, impulso naturale, e il
suo uso o esercizio, che può essere in modo
giusto o sbagliato, debito o indebito, buono o
cattivo nei fini e nei mezzi. In questo secondo
caso lirascibilità (ira) diventa
peccaminosa e viziosa, iracondia (ira mala) che,
per odio, nel suo desiderio di distruzione, mira
comunque a produrre danno, nutrendosi di invidia,
di occhio cattivo.
Le osservazioni di Aristotele sono state
apprezzate dai cristiani. In fondo, che uomo
sarebbe quello che non si sa sdegnare di fronte
allingiustizia? Metterebbe a rischio la sua
umanità. È significativa, anche se di sapore
filosofico, laggiunta dellavverbio
«a vanvera» nel testo del discorso della
montagna come lo leggiamo in Basilio nella sua
predica Contro gli iracondi: «Chi si adira col
fratello a vanvera, sarà sottoposto
al giudizio».
Altri filosofi dellantichità, gli stoici,
intendevano piuttosto estirpare, sradicare ogni
ribollimento fin dai suoi primi impulsi. Sulla
loro scia, Seneca e Plutarco, stoici peraltro di
assai larga osservanza, nelle loro trattazioni
sullira, si soffermano sulla fenomenologia
delliracondo. La valutazione morale è
implicita, ma immediata, come nei nostri modi di
dire: sangue al cervello, fumo al naso, perdita
del lume degli occhi, andare in bestia, come un
cane arrabbiato, trionfo dellirrazionalità,
fino allirreparabile, lomicidio, fino
al non ritorno, tra umani la guerra, tra
cristiani lo scisma.
Certo, San Basilio introduce un certo
razionalismo morale nel suo testo evangelico con
la limitazione imposta dallavverbio «a
vanvera». Eppure non intende affatto offrire
speciosi motivi per «curare il male col male»
nella vendetta, dove, paradossalmente, chi vince
perde. Anzi, assumendo argomentazioni dagli
antichi, propone rimedi pratici per superare
lira: immaginarsi allo specchio in quella
«breve follia», nello stesso tempo tremendi e
ridicoli; tacere, il benedetto mordersi la lingua
in quel momento, e, come retroterra, il ricordare
esempi e coltivare pensieri di mitezza, bontà,
perdono. Comunque, non intende metter su una
collezione di modelli lontani o generici valori,
ma indurre a lasciarsi plasmare dalla grazia di
Cristo. Tanto più che Gesù indica felicità e
pienezza di vita nella «mansuetudine» di «chi
fa la pace», beatitudini (Mt 5,5.7.9) con cui
Basilio (cap. 7), come Dante (Purgatorio),
suggellano il loro trattare di ira.
Ma la capacità di «sdegnarsi» a volte è
sacrosanta
Poco dopo il 313 un cristiano latino, Lattanzio,
scriveva un libro sullIra di Dio. Succo
dellopera: Iddio vivo e vero, della Bibbia,
vecchio come nuovo testamento, non è un Dio
«pacioccone» come quello degli antichi, degli
epicurei, che se ne sta lassù, senza voler beghe
dalle cose umane. Banalizzando didatticamente, un
Dio contento e beato nel suo «nirvana».
Facendo eco allantico scrittore latino, con
una riflessione del card. Carlo Maria Martini («Lira
di Dio e altri scritti» (1962-1994). A cura di S.
Giacomini, Milano 1995) e un impegnativo libro di
teologia fresco fresco (R. Miggelbrink, «Lira
di Dio. Il significato di una provocante
tradizione biblica», Brescia 2005), si può dire
che Dio non è insensibile al dolore di chi perde
soprattutto per colpa degli uomini. Non è
insensibile al grido del sangue di Abele, ma
anche alle paure del fuggiasco Caino, che Dio
segna perché «nessun tocchi Caino». E si
potrebbe continuare con lEsodo, con i
profeti, con S. Giacomo nella sua Lettera.
Ira del Dio della Bibbia che ode il grido e
conosce lira dei poveri, si direbbe con
Paolo VI a quasi quarantanni dalla
«Populorum progressio», già commentata da La
Pira. Perché un rischio cè: quello di non
domandarci più il senso di quelle ire e, semmai,
misurarle con le nostre rabbie. E il rischio mi
pare direttamente proporzionale al tempo passato,
- perso? -, davanti alla televisione, perché per
sopravvivere, - ora bambini rapiti per estrarre
organi; dopo, lIsola dei famosi o il Grande
Fratello, che mi tocca scrivere anche con la
lettera maiuscola -, è dobbligo la perdita
della capacità psicologica di sdegnarsi. Pena
lipocondria. O arrabbiarsi solo se
lingiustizia la subisco io nella mia vita,
cose, idee, valori. Se la subiscono altri, poco
importa.
A proposito, «ira di Dio» anche in Paolo,
peraltro ingoiata dalla sua grazia sovrabbondante,
ma perché con quellira è misteriosamente
connessa la morte del Figlio. Forse anche nel
nostro modo di dire «è costato lira di
Dio» riecheggia la drammaticità sconcertante
tra ira e misericordia nella pasqua di Cristo,
per un grazie dessere liberati
dallira, trepidanti per non ritrovarsi tra
«quelli che muoion nellira di Dio», in
parole povere «in peccato mortale»
nellora in cui ... «più panico o meno
uccelli».
Don Carlo Nardi, docente di patrologia alla
Facoltà Teologica dellItalia Centrale, ha
scritto numerosi saggi sui Padri della Chiesa,
con particolare attenzione ai rapporti tra
cultura classica e cristianesimo.
Tratto da: Toscana Oggi |
|
|
|