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2.
SUPERBIA: quando la stima di se stessi diventa
disprezzo degli altri
di Stefano Grossi*
Più che un singolo tipo di peccato la superbia
appare come unespressione che indica una
costellazione di peccati: orgoglio, arroganza,
arbitrio, tracotanza, apparenza esteriore,
desiderio di abbassare gli altri per emergere.
Tuttavia se andiamo a ricercare nella Scrittura
la parola che traduciamo con superbia, ci
accorgiamo che questa ha anche un significato
positivo: lebraico gaon indica ciò
che è alto ed elevato e, in senso figurato, ciò
che eccelle e che per valore si distacca dalla
media.
Litaliano conserva questo valore positivo
attraverso laggettivo «superbo» come
apprezzamento per tutto ciò che si distingue,
che rappresenta una realizzazione eccellente e
diventa punto di riferimento. Nella versione
greca dei Settanta gaon viene spesso
tradotto con hybris esprimendone però solo il
lato negativo di prepotenza, violenza, arroganza;
nei libri sapienziali viene utilizzato anche
hyperephania, quasi termine tecnico, per indicare
latteggiamento che gli uomini pii debbono
assolutamente evitare. Nel Nuovo Testamento al
poco usato hybris si preferisce alazoneia e anche
hyperephania per esprimere uno stile di vita
basato sullattribuire a se stessi più di
quanto si ha o si è.
San Gregorio Magno sintetizza il peccato di
superbia indicandone quattro manifestazioni:
credere che il bene posseduto derivi
esclusivamente da se stessi oppure di averlo
ricevuto solo per i propri meriti; vantarsi di
ciò che non si ha; cercare di far apparire
uniche e singolari le proprie doti disprezzando
gli altri.
Questa semplice nota linguistica ci aiuta a
cogliere in cosa consiste la forza di seduzione
tipica di questo peccato che, non a caso, S.
Tommaso - riprendendo sia S. Agostino che S.
Gregorio Magno - definisce come amore smodato
della propria eccellenza. Esiste, infatti, in
ciascuno di noi il legittimo desiderio di
primeggiare, di migliorare noi stessi, di
giungere alla perfezione fino al limite di quella
divina; si tratta di uno stimolo positivo e
potente a cercare di dare il meglio di sé nelle
diverse situazioni e campi in cui siamo chiamati
a operare. La capacità seducente della superbia,
il suo fascino, consiste proprio
nellesaltare questo desiderio naturale di
eccellere centrando in modo assoluto
lattenzione su se stessi, prescindendo da
qualsiasi considerazione oggettiva, assumendo
come criterio fondamentale del proprio agire una
regola del tipo: «conta solo arrivare primi,
perciò sii il numero uno a qualsiasi costo e con
qualsiasi mezzo».
La superbia, così, mostra di essere un
atteggiamento che cambia volto a seconda della
situazione in cui si manifesta: in assoluto e
fondamentalmente è la pretesa di essere come Dio
in rapporto a tutto ciò (persone, viventi e cose)
che ci circonda, ma si mostra anche come
desiderio di essere «il più
» bello,
forte, ricco, simpatico, intelligente, colto,
raffinato, professionale, esperto, e potremmo
continuare con tutte le caratteristiche positive
della nostra umanità fino a comprendere le
stesse dimensioni etiche e religiose: pio, buono,
coerente, santo. Perciò per naturale propensione
la superbia si nutre di menzogna e di violenza
perché la ricerca ad ogni costo della propria
superiorità costringe a svilire o a negare la
positività delle doti altrui e a combatterle
come se fossero pericolosi avversari con tanta
più virulenza quanto più si percepisce che
laltro è effettivamente migliore di noi.
A questo punto viene spontaneo pensare che il
miglior antidoto per la superbia sia coltivare
lumiltà, cosa senza dubbio vera purché
non si scambi umiltà con ritrosia, timidezza o
mediocrità; con la paura di impegnarsi, di
confrontarsi alla pari, apertamente e lealmente
con gli altri; con la vigliaccheria e lincapacità
di donare con le parole e i gesti il positivo di
cui siamo portatori.
Credo che lumiltà abbia bisogno di un
percorso che inizia dai gesti semplici della
cortesia: chiedere «per favore» e ringraziare;
diviene capacità di gioire e utilizzare al
meglio ciò che si ha; procede con lo sviluppo di
una onestà intellettuale che sa di dover capire
a fondo la posizione dellaltro prima di
emettere un qualsiasi giudizio; trova il suo
compimento nellaccettazione gioiosa che
tutto il nostro essere è dono del Padre e il
nostro operare è risposta alliniziativa
della grazia divina in Cristo. È, infine,
coscienza ecclesiale come San Paolo ricordava ai
fedeli di Corinto: «Queste cose, fratelli, le ho
applicate a modo di esempio a me e ad Apollo per
vostro profitto perché impariate nelle nostre
persone a stare a ciò che è scritto e non vi
gonfiate dorgoglio a favore di uno contro
un altro. Chi dunque ti ha dato questo privilegio?
Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto?
E se lhai ricevuto, perché te ne vanti
come non lavessi ricevuto?» (1Cor 4,6-7).
Don Stefano Grossi, docente
di filosofia alla Facolta Teologica
dellItalia Centrale, tiene corsi di
antropologia e di etica alla Facolta Teologica
per lItalia Centrale
Tratto da: Toscana Oggi |
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