La Sacra Bibbia rilegata con copertina in Pelle e lastra in Argento. La Sacra Bibbia e Vangelo Rilegati con Copertina in Pelle Marrone e/o Bianca con una Lastrina in Argento a scelta tra varie icone. Produzione Artigianale Nazionale.
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-Il Santo del Calendario:





MEDITAZIONI DEL SANTO PADRE FRANCESCO NELLE MESSE QUOTIDIANE CELEBRATE NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE - A cura de L'Osservatore Romano

Per superare il deserto - Martedì, 20 marzo 2018

Quante volte accade che a un cristiano venga chiesto: “Prega per me”? E quante volte ci si impegna a farlo, consapevoli di cosa ciò davvero significhi? Per mettersi di fronte a Dio, «faccia a faccia» con Lui, per «bussare al suo cuore» ci vogliono, infatti, grande «coraggio» e altrettanta «pazienza». E una «libertà» interiore che non si può dare per scontata. È quanto ha sottolineato Papa Francesco, durante l’omelia della messa celebrata a Santa Marta giovedì 15 marzo, prendendo spunto dalla prima lettura del giorno (Esodo 32, 7-14).

Il Pontefice ha ripercorso con grande attenzione, punto per punto, il brano biblico nel quale viene presentato un «dialogo fra Dio e Mosè» che discutono di «un problema che Mosè doveva risolvere»: il fatto cioè che il popolo di Israele si fosse costruito un vitello d’oro per adorarlo. Ha sottolineato il Papa: «Il Signore era un po’ impaziente: si è adirato contro il suo popolo e alla fine ha detto: “Ma tu stai tranquillo, questo lo risolvo io, perché il tuo popolo si è pervertito. E questo popolo è un popolo dalla dura cervice”, dice il Signore. “Ora, lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori. Di te invece farò una grande nazione”». Ci si trova quindi di fronte a una posizione dura del Signore che «vuole risolvere questo problema della apostasia del popolo».Per superare il deserto - Martedì, 20 marzo 2018

Insomma erano «entusiasmati» e come prova «avevano riportato anche un ramo d’uva grande». Ma poiché gli abitanti della terra promessa erano «gente forte, alta», alcuni del popolo di Mosè «un po’ scettici, che volevano bilanciare la cosa», suggerirono di stare attenti, perché, dicevano: «sono bene armati, sono più forti di noi». Insomma hanno esposto «tutte le ragioni del pericolo di andare lì». E nel farlo, ha osservato il Papa, «guardavano la propria forza e si erano dimenticati della forza del Signore che li aveva liberati dalla schiavitù di quattrocento anni». In pratica, «si dimenticano i favori del Signore. E incominciarono a dire: “Non andiamo, ci uccideranno, ci mangeranno crudi”; poi la lamentela e questa frase: “Il popolo non sopportò il viaggio”».

Attualizzando la riflessione, Francesco ha paragonato tutto ciò al tempo della vita in cui «uno dice: “Ma, basta!”»: come quella «gente che incomincia una vita per seguire il Signore, per essere vicina al Signore». ma a un certo punto sembra lasciarsi superare dalle prove e dice: «Basta! Io mi fermo, torno indietro».

In proposito il Pontefice ha fatto notare il ruolo giocato dalle illusioni — «pensate, in Egitto, quanta carne, quante cipolle, quante cose belle mangiavamo; le cose saporite... non mancava nulla!» — esortando a guardare «la parzialità di questa memoria ammalata, di questa nostalgia distorta: “Mangiavate tutto di quello, ma nella mensa della schiavitù”: quello lo avevano dimenticato».

Del resto, ha sottolineato con enfasi Francesco, «queste sono le illusioni che porta il diavolo: ti fa vedere il bello di una cosa che hai lasciato, dalla quale ti sei convertito nel momento della desolazione del cammino, quando ancora non sei arrivato alla promessa del Signore». Ed «è un po’ così il cammino della Quaresima», ha notato aggiungendo: «possiamo concepire la vita come una Quaresima», poiché «sempre ci sono le prove e le consolazioni del Signore, c’è la manna, c’è l’acqua, ci sono gli uccelli che ci danno da mangiare...»; eppure, nonostante ciò, «quel pasto» del passato «era più buono». Ma, ha ammonito il Papa, «non dimenticarti che lo mangiavi a tavola della schiavitù!».

Ritornando quindi al brano biblico, il Pontefice ha ricordato che il popolo protestò contro Dio e contro Mosè: «Perché ci avete fatto uscire dall’Egitto, per farci morire in questo deserto? Perché non c’è né pane né acqua e siamo nauseati di questo cibo così leggero!». Sembra quasi, ha commentato con una battuta, che volessero «uno chef che facesse loro una cosa più gustosa». E questa, ha avvertito Francesco, «non è un’illusione: questo capita a tutti noi, quando vogliamo seguire il Signore ma ci stanchiamo».

In tutto ciò, si è chiesto il Papa, «il peggio dove è? Che il popolo ha sparlato di Dio» è stata la risposta. Mosè «credeva che parlassero soltanto contro di lui, ma Dio gli dice chiaramente: “Non sbagliarti: non è contro di te, è contro di me!”». E qui viene introdotta «la figura dei serpenti», perché «sparlare di Dio è avvelenarsi l’anima: “questo Dio mi ha lasciato solo”; forse non lo diciamo, ma lo sentiamo: “non mi aiuta... tante prove... questo cammino secco, tutto va male...”». Di conseguenza subentrano «la delusione del Dio che ci ha promesso tanto» e «la mancanza di perseveranza nel cammino: “Mi fermo qui” — “Ma cosa farai, qui?” — “Non so, se posso torno, sennò rimango...”. Il cuore depresso, avvelenato». Infatti «i serpenti sono» proprio «il simbolo dell’avvelenamento, della mancanza di costanza nel seguire il Signore nel cammino».

Ecco allora che «Mosè intercede: “Signore, cosa facciamo con questa gente?”» gli domanda, visto che il patriarca «parlava così con il Signore. Dice la Bibbia: “Come un amico a un amico, faccia a faccia”». Al punto che si potrebbe dire: «Negoziava con il Signore. Era furbo, era bravo. Era santo. E il Signore gli dice: “Fai un serpente...”».

Dato che «questo serpente guariva tutti coloro che erano stati morsi, attaccati dai serpenti per avere sparlato di Dio», esso — ha evidenziato il Papa — «era profetico: era la figura di Cristo sulla croce». Lo stesso Gesù lo dice nel vangelo del giorno (Giovanni 8, 21-30): «Quando avrete innalzato il Figlio dell’Uomo, allora conoscerete che io sono». Dunque il crocifisso innalzato «come il serpente. È qui — ha sintetizzato il Pontefice — la chiave della nostra salvezza, la chiave della nostra pazienza nel cammino della vita, la chiave per superare i nostri deserti: guardare il crocifisso. Guardare Cristo crocifisso». In proposito il Papa ha immaginato un dialogo tra un credente e il suo direttore spirituale: «Cosa devo fare, padre?» domanda il primo. «Guardalo. Guarda le piaghe. Entra nelle piaghe. Per quelle piaghe noi siamo stati guariti. Ti senti avvelenato, ti senti triste, senti che la tua vita non va, è piena di difficoltà e anche di malattia? Guarda lì. In silenzio. Guarda. Ma guarda, in quei momenti guarda il crocifisso brutto, cioè il reale: perché gli artisti hanno fatto crocifissi belli, artistici, anche alcuni sono d’oro, di pietre preziose. Non sempre è mondanità: quello vuole significare la gloria della croce, la gloria della risurrezione. Ma quando tu ti senti così, guarda questo: prima della gloria».

E in proposito Francesco ha confidato un ricordo personale: «Da bambino — non so se ho raccontato questo — una volta, Venerdì santo, si faceva la processione delle fiaccole nella parrocchia, e la nonna ci portava tutti. E veniva il Cristo giacente, in dimensioni naturali, in marmo». Quando passava la processione «noi eravamo sempre, tutti gli anni, nella banchina, perché c’erano due direzioni di tram in quella strada. E la nonna ci faceva inginocchiare: “Guardalo bene: ma domani risusciterà!”». Infatti in quel «tempo, prima della riforma liturgica di Pio XII, la risurrezione si faceva il sabato mattina, non la domenica. E poi la stessa nonna, il sabato mattina, quando si sentivano le campane della risurrezione», invitava «a lavarsi gli occhi con acqua, per vedere la gloria di Cristo. Ci faceva vedere tutti e due».

Da qui l’esortazione conclusiva del Papa: «insegnate ai vostri bambini a guardare» entrambi, sai il crocifisso, sia la gloria di Cristo. Con una precisazione: soprattutto «nei momenti brutti, nei momenti difficili, avvelenati un po’ dall’aver detto nel nostro cuore qualche delusione contro Dio», bisogna guardare specialmente «le piaghe. Cristo innalzato come il serpente: perché lui si è fatto serpente, si è annientato tutto per vincere “il” serpente maligno».

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVIII, n.065, 21/03/2018)



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