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MEDITAZIONI DEL SANTO PADRE FRANCESCO NELLE MESSE QUOTIDIANE CELEBRATE NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE
A cura de L'Osservatore Romano



La solitudine del pastore - Martedì, 18 ottobre 2016

Paolo, Giovanni Battista e Massimiliano Kolbe — e con loro tantissimi pastori di ogni tempo — hanno vissuto sulla loro pelle la solitudine, l’abbandono e la persecuzione, ma anche «la vicinanza del Signore» soprattutto nei momenti di prova. È un invito a riconoscere sempre la presenza di Dio, pur nell’esperienza del dolore e della malattia, quello che il Papa ha suggerito durante la messa celebrata martedì 18 ottobre nella cappella della Casa Santa Marta.

Per la sua meditazione Francesco ha preso le mosse dal passo della seconda lettera di san Paolo a Timoteo (4, 10-17), proposto dalla liturgia. «Paolo è a Roma, prigioniero in una casa, in una stanza, con una certa libertà, ma aspettando non sa cosa» ha spiegato. E «in quel momento Paolo si sente solo»: è «la solitudine del pastore quando ci sono difficoltà, ma anche la solitudine del pastore quando si avvicina la sua fine: spogliato, solo e mendicante». E così ecco che l’apostolo scrive a Timoteo: «Prendi con te Marco e portalo, perché mi sarà utile per il ministero. Venendo, portami il mantello e i libri». Dunque Paolo è «solo e mendicante: mendica a Timoteo le sue piccole cose perché possano essere di utilità a lui».

L’apostolo è anche «vittima di accanimento», al punto che di una persona dice: “Si è accanito contro la nostra predicazione!”. Paolo è «solo, mendicante, vittima di accanimento», e per di più «dice quella parola tanto triste: “tutti mi hanno abbandonato”». Nel tribunale è rimasto senza assistenza e riconosce: «soltanto il Signore Gesù mi è stato vicino».

È vero che l’apostolo è «solo, mendicante, vittima di accanimento, abbandonato — ha affermato Francesco — ma è il grande Paolo, quello che ha sentito la voce del Signore, la chiamata del Signore; quello che è andato da una parte all’altra, che ha sofferto tante cose e tante prove per la predicazione del Vangelo, che ha fatto capire agli apostoli che il Signore voleva che anche i gentili entrassero nella Chiesa». È «il grande Paolo che nella preghiera è salito fino al settimo cielo e ha sentito cose che nessuno aveva sentito prima».

Ma ora «il grande Paolo» è «lì, in quella stanzetta di una casa, a Roma, aspettando come finirà questa lotta nell’interno della Chiesa fra le parti, fra la rigidità dei giudaizzanti e quei discepoli fedeli a lui». E «così finisce la vita del grande Paolo, nella desolazione: non nel risentimento e nell’amarezza, ma con la desolazione interiore».

Del resto, ha fatto notare il Papa, «Gesù lo aveva detto a Pietro che sarebbe finito così anche lui». E anche «tutti gli apostoli sono finiti così: “Quando sarai vecchio, stenderai le tue mani e un altro ti annoderà la cintura e ti porterà dove tu non vuoi”». Questa, ha spiegato il Pontefice, «è la fine dell’apostolo».

Proprio «da quella stanzetta di Paolo — ha detto Francesco — possiamo pensare a due grandi: Giovanni Battista e Massimiliano Kolbe. Il primo, «in cella, solo, angosciato, manda i suoi discepoli a domandare a Gesù: “Sei tu o dobbiamo aspettare un altro?”. E poi il capriccio di una ballerina e la vendetta di una adultera gli taglia la testa: finisce così il grande Giovanni Battista, del quale Gesù dice che era l’uomo più grande nato da una donna».

E ancora «più vicino a noi — ha detto il Papa — pensiamo alla cella di Massimiliano Kolbe, che aveva fatto un movimento apostolico in tutto il mondo e tante cose grandi: è in quella cella, affamato, aspettando la morte» nel lager di Auschwitz.

«L’apostolo quando è fedele non si aspetta un’altra fine di quella di Gesù» ha affermato Francesco. C’è appunto «lo spogliamento dell’apostolo: viene spogliato, senza niente, perché è stato fedele». E ha la stessa consapevolezza di Paolo: «Soltanto il Signore mi è stato vicino», perché «il Signore non lo lascia e lì trova la sua forza».

«La fine di Paolo» è nota: «Dopo quasi due anni, vivendo così, nell’incertezza, in questo travaglio interno della Chiesa, una mattina vengono due soldati, lo prendono, lo portano fuori, gli tagliano la testa».

Ma come può finire in questo modo — viene naturale domandarsi — «un uomo così grande che ha girato il mondo per la predicazione, che ha convinto gli apostoli che Gesù è venuto anche per i gentili, che ha fatto tanto bene, che ha lottato, che ha sofferto, che ha pregato, che ha avuto la più alta contemplazione?». Eppure «questa è la legge del Vangelo: se il seme del grano non muore, non dà frutto, perché questa è la legge che Gesù stesso ci ha indicato con la sua persona». Con la certezza, però, che «poi viene la risurrezione».

«Uno dei teologi dei primi secoli — ha ricordato il Pontefice — diceva che “il sangue dei martiri era il seme dei cristiani”». Perché «morire così come martiri, come testimoni di Gesù», è proprio come «il seme che muore e dà il frutto e riempie la terra di nuovi cristiani». E «quando il pastore vive così, non è amareggiato: forse ha desolazione, ma ha quella certezza che il Signore è accanto a lui». Quando invece «il pastore, nella sua vita, si è occupato di altre cose che non siano i fedeli — è per esempio attaccato al potere, è attaccato ai soldi, è attaccato alle cordate, è attaccato a tante cose — alla fine non sarà solo, forse ci saranno i nipoti, che aspetteranno che muoia per vedere cosa possono portare con loro».

Francesco ha voluto condividere, a questo proposito, ciò che prova nel suo cuore quando va «a fare visita alla casa di riposo dei sacerdoti anziani», dove — ha raccontato — «trovo tanti di questi bravi sacerdoti che hanno dato la vita per i fedeli e sono lì, ammalati, paralitici, sulla sedia a rotelle; ma subito si vede quel sorriso, perché sentono il Signore vicinissimo a loro». Non si possono certo dimenticare «quegli occhi brillanti che hanno e domandano: “Come va la Chiesa? Come va la diocesi? Come vanno le vocazioni?”». Sono preoccupazioni che hanno dentro «fino alla fine, perché sono padri, perché hanno dato la vita per gli altri».

In conclusione il Pontefice ha rilanciato la testimonianza di «Paolo solo, mendicante, vittima di accanimento, abbandonato da tutti, meno che dal Signore Gesù: “Solo il Signore mi è stato vicino!”». Perché, ha insistito, «il pastore deve avere questa sicurezza: se lui va sulla strada di Gesù, il Signore gli sarà vicino fino alla fine». E così ha invitato a pregare «per i pastori che sono alla fine della loro vita e che stanno aspettando che il Signore li porti con lui». Preghiamo, ha detto, «perché il Signore dia loro la forza, la consolazione e la sicurezza che, benché si sentano malati e anche soli, il Signore è con loro, vicino a loro: che il Signore dia loro la forza».

(da: www.osservatoreromano.va)






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