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MEDITAZIONI DEL SANTO PADRE FRANCESCO NELLE MESSE QUOTIDIANE CELEBRATE NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE - A cura de L'Osservatore Romano

 

Omelie Giornaliere di Papa Francesco MEDITAZIONI DEL SANTO PADRE FRANCESCO NELLE MESSE QUOTIDIANE CELEBRATE NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE - A cura de L'Osservatore Romano
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Dio delle sorprese - Lunedì, 13 ottobre 2014

«Un cuore che ami la legge, perché la legge è di Dio», ma «che ami anche le sorprese di Dio», perché la sua «legge santa non è fine a se stessa»: è un cammino, «è una pedagogia che ci porta a Gesù Cristo». È quanto Papa Francesco ha invitato a chiedere al Signore nella preghiera, durante la messa celebrata stamattina, lunedì 13 ottobre, nella cappella di Santa Marta.

All’omelia il Pontefice si è soffermato soprattutto sul brano del Vangelo di Luca (11, 29-32) in cui Gesù apostrofa le folle che si accalcavano per ascoltarlo come «una generazione malvagia» perché «cerca un segno». Secondo il vescovo di Roma «è evidente che Gesù parla ai dottori della legge», che «parecchie volte nel Vangelo» gli chiedono «un segno». Essi, infatti, «non vedevano tanti segni di Gesù». Ma proprio per questo «Gesù li rimprovera» in diverse occasioni: «Voi siete incapaci di vedere i segni dei tempi», dice loro nel Vangelo di Matteo ricorrendo all’immagine dell’albero del fico: «Quando il suo ramo diventa tenero e germogliano le foglie è vicina l’estate; e voi non capite i segni dei tempi».

Papa Francesco ha esortato dunque a interrogarsi sul motivo per cui i dottori della legge non capivano i segni dei tempi, invocando un segno straordinario. E ha proposto alcune risposte: la prima è «perché erano chiusi. Erano chiusi nel loro sistema, avevano sistemato la legge benissimo, un capolavoro. Tutti gli ebrei sapevano che cosa si poteva fare, che cosa non si poteva fare, fino a dove si poteva andare. Era tutto sistemato». Ma Gesù li spiazza facendo «cose strane», come «andare con i peccatori, mangiare con i pubblicani». E questo ai dottori della legge «non piaceva, era pericoloso; era in pericolo la dottrina, che loro, i teologi, avevano fatto nei secoli».

In proposito il vescovo di Roma ha riconosciuto che si trattava di una legge «fatta per amore, per essere fedeli a Dio», ma era divenuta ormai un sistema normativo chiuso. Essi «semplicemente avevano dimenticato la storia. Avevano dimenticato che Dio è il Dio della legge», ma è anche «il Dio delle sorprese. E anche al suo popolo, Dio ha riservato sorprese tante volte»: basti pensare a «come li ha salvati» nel mar Rosso dalla schiavitù d’Egitto, ha ricordato il Papa.

Nonostante ciò, comunque, essi «non capivano che Dio è sempre nuovo; mai rinnega se stesso, mai dice che quello che aveva detto era sbagliato, mai; ma sorprende sempre. E loro non capivano e si chiudevano in quel sistema fatto con tanta buona volontà; e chiedevano» a Gesù di dar loro «un segno», continuando a non capire invece «i tanti segni che faceva Gesù» e rimanendo in un atteggiamento di totale «chiusura».

La seconda risposta all’interrogativo iniziale, ha fatto notare il Pontefice, va ricondotta al fatto che essi «avevano dimenticato che erano un popolo in cammino. E quando quando uno è in cammino trova sempre cose nuove, cose che non conosce. E queste cose dovevano assumerle in un cuore fedele al Signore, nella legge». Ma, anche in questo caso, «un cammino non è assoluto in se stesso, è il cammino verso un punto: verso la manifestazione definitiva del Signore». Del resto, tutta «la vita è un cammino verso la pienezza di Gesù Cristo, quando verrà la seconda volta. È un cammino verso Gesù, che tornerà nella gloria, come avevano detto gli angeli agli apostoli il giorno dell’ascensione».

Insomma, ha ribadito Papa Francesco ripetendo le parole del brano evangelico, «questa generazione cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona»: ovvero — ha chiarito — «il segno della risurrezione, della gloria, di quella escatologia verso la quale andiamo in cammino». Però molti dei suoi contemporanei «erano chiusi in se stessi, non aperti al Dio delle sorprese»; erano uomini e donne che «non conoscevano il cammino e nemmeno questa escatologia, al punto tale che quando in Sinedrio, il sacerdote domanda a Gesù: “Ma di’, tu sei il Figlio dell’uomo?” e Gesù dice: “Sì, e vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della potenza, venire sulle nubi del cielo”, questi si stracciarono le vesti, si scandalizzarono. “Ha bestemmiato! Bestemmia!”, gridavano». Il segno che Gesù dà per loro era una bestemmia.

Per questo motivo, ha spiegato il Papa, Gesù li definisce «generazione malvagia», in quanto «non hanno capito che la legge che loro custodivano e amavano era una pedagogia verso Gesù Cristo». Infatti «se la legge non porta a Gesù Cristo, non ci avvicina a Gesù Cristo, è morta». E per questo Gesù rimprovera i membri di quella generazione «di essere chiusi, di non essere capaci di conoscere i segni dei tempi, di non essere aperti al Dio delle sorprese, di non essere in cammino verso quel trionfo finale del Signore», al punto «che quando lui lo esplicita, essi credono che sia una bestemmia».

Da qui la consegna finale a riflettere su questo tema, a interrogarsi sui due aspetti, chiedendosi: «Io sono attaccato alle mie cose, alle mie idee, chiuso? O sono aperto al Dio delle sorprese?». E ancora: «Sono una persona ferma o una persona che cammina?». E in definitiva, ha concluso, «io credo in Gesù Cristo e in quello che ha fatto», cioè «è morto, risorto... credo che il cammino vada avanti verso la maturità, verso la manifestazione di gloria del Signore? Io sono capace di capire i segni dei tempi ed essere fedele alla voce del Signore che si manifesta in essi?».

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.234, Mar. 14/10/2014)





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