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MEDITAZIONI DEL SANTO PADRE FRANCESCO NELLE MESSE QUOTIDIANE CELEBRATE NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE - A cura de L'Osservatore Romano

 

Omelie Giornaliere di Papa Francesco MEDITAZIONI DEL SANTO PADRE FRANCESCO NELLE MESSE QUOTIDIANE CELEBRATE NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE - A cura de L'Osservatore Romano
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Paura di risorgere - Venerdì, 19 settembre 2014


L’identità cristiana si compie per noi solo con la risurrezione, che sarà «come un risveglio». Per questo Papa Francesco ha invitato a «stare con il Signore», a camminare con lui come discepoli, di modo che la risurrezione cominci già qui e ora. Ma «senza paura della trasformazione che avrà il nostro corpo alla fine del nostro percorso cristiano».

È proprio sull’essenza della risurrezione che il Pontefice ha incentrato l’omelia della messa celebrata venerdì mattina, 19 settembre, nella cappella della Casa Santa Marta, prendendo spunto dal passo della prima Lettera di san Paolo ai Corinzi (15, 12-20) proposta dalla liturgia. L’apostolo, ha subito spiegato, «deve fare una correzione difficile, in quel tempo: quella della risurrezione». Infatti «i cristiani credevano che sì, Cristo è risorto, se n’è andato, è finita la sua missione, ci aiuta dal cielo, ci accompagna»; ma «non era tanto chiara» per loro «la collegata conseguenza che anche noi risusciteremo».

In realtà, ha affermato Francesco, «loro pensavano in un altro modo: sì, i morti sono giustificati, non andranno all’inferno — molto bello! — ma andranno un po’ nel cosmo, nell’aria, lì, l’anima davanti a Dio: l’anima soltanto». Ma «non capivano, non entrava nella loro mente la risurrezione»: cioè che «anche noi risusciteremo».

«C’è una resistenza forte» ha fatto notare il Papa, e «questo dai primi giorni». Così lo stesso «Pietro, che aveva contemplato Gesù nella sua gloria sul Tabor, la mattina della risurrezione è andato di corsa al sepolcro» pensando che avessero rubato il corpo del Signore. Questo perché «non entrava nella loro mente una risurrezione reale»: la loro visione “teologica”, ha spiegato il Pontefice, «si fermava nel trionfo». Tanto che «il giorno dell’ascensione diranno: Ma dimmi, Signore, adesso farai la liberazione, il regno d’Israele?».

«Quel nostro passaggio dalla morte alla vita per la risurrezione non lo capivano» ha ribadito il vescovo di Roma. «Neppure Maria Maddalena, che amava tanto il Signore», lo aveva capito. E così anche lei ha pensato: «Hanno rubato il corpo!».

In sostanza i discepoli non comprendevano «la risurrezione sia di Gesù sia dei cristiani». Alla fine hanno accettato solo «quella di Gesù, perché lo hanno visto; ma quella dei cristiani non era capita così». La loro convinzione era che «andremo in cielo, ma niente cose strane» del tipo: «i morti saranno risuscitati».

Lo stesso accade, del resto, «quando Paolo va ad Atene e incomincia a parlare» della risurrezione: «i greci saggi, filosofi, si spaventano» ha ricordato il Papa. La questione è che se «la risurrezione di Cristo è un prodigio, una cosa che forse spaventa, la risurrezione dei cristiani è uno scandalo: non possono capirlo!». E «per questo Paolo fa questo ragionamento tanto chiaro: Se Cristo è risorto, come possono dire alcuni tra voi che non vi è risurrezione dai morti? Se Cristo è risorto, anche i morti risusciteranno».

«C’è — ha osservato il Pontefice — la resistenza alla trasformazione, la resistenza a che l’opera dello Spirito, che abbiamo ricevuto nel Battesimo, ci trasformi fino alla fine, alla risurrezione». E «quando noi parliamo di questo, il nostro linguaggio dice: ma io voglio andare in cielo, non voglio andare all’inferno!» Tuttavia «ci fermiamo lì». E «nessuno di noi dice: io risusciterò come Cristo!».

«Anche a noi — ha proseguito Francesco — è difficile capire questo. E molto». È più facile immaginare una sorta di «panteismo cosmico» e pensare: «Ma, saremo nella contemplazione, lì, nel mondo, il mondo sarà cambiato». C’è dunque «la resistenza a essere trasformati, che è la parola che usa Paolo: “Saremo trasformati. Il nostro corpo sarà trasformato”». Una resistenza che è «umana», ha riconosciuto il Papa. Tant’è che «quando un uomo, o una donna, deve subire un intervento chirurgico, ha molta paura perché o gli toglieranno qualcosa o gli metteranno quell’altra cosa: sarà trasformato, per così dire. Una piccola paura». Ma, ha precisato, «con la risurrezione tutti noi saremo trasformati».

«Questo è il futuro che ci aspetta — ha ribadito Francesco — e questo ci porta a fare tanta resistenza alla trasformazione del nostro corpo», ma «anche resistenza all’identità cristiana». E ha aggiunto: «Forse non abbiamo tanta paura dell’apocalisse del maligno, dell’anticristo che deve venire prima; forse non abbiamo tanta paura. Forse non abbiamo tanta paura della voce dell’arcangelo o del suono della tromba: ma, sarà la vittoria del Signore». Eppure abbiamo «paura della nostra risurrezione: tutti noi saremo trasformati». E «quella trasformazione sarà la fine del nostro percorso cristiano».

«Questa tentazione di non credere alla risurrezione dei morti — ha spiegato il Papa — è nata nella prima Chiesa, nei primi giorni della Chiesa. Paolo, nell’anno 50 circa, deve chiarire lo stesso ai Tessalonicesi e parlarne una, due volte». E «alla fine, per consolarli, per incoraggiarli, dice una delle frasi più piene di speranza che ci sono nel Nuovo testamento: “Alla fine, saremo con lui”». E sarà uno «stare con il Signore, così, con il nostro corpo e con la nostra anima». Questa è la nostra «identità cristiana: stare con il Signore». Un’affermazione che, ha rimarcato il Pontefice, non è certo «una novità». Anzi, «è la prima cosa che si dice dei primi discepoli». Infatti «quando Giovanni il Battista segnala Gesù come l’agnello di Dio e i due discepoli vanno con lui, dice il Vangelo: “E quel giorno stettero con lui”».

«Noi risusciteremo per stare con il Signore — ha confermato il Pontefice — e la risurrezione incomincia qui, come discepoli, se noi stiamo con il Signore, se noi camminiamo con il Signore. Questa è la strada verso la risurrezione. E se noi siamo abituati a stare con il Signore, questa paura della trasformazione del nostro corpo si allontana».

In realtà la risurrezione «sarà come un risveglio» ha chiarito Francesco ripetendo le parole del salmo 16: «Al risveglio mi sazierò della tua immagine». Anche «Giobbe ci dice: io lo vedrò con i miei occhi. Non spiritualmente: con il mio corpo, con i miei occhi trasformati».

Per questo non si deve «aver paura dell’identità cristiana», che «non finisce con un trionfo temporale, non finisce con una bella missione». Perché «l’identità cristiana si compie con la risurrezione dei nostri corpi, con la nostra risurrezione: lì è la fine, per saziarci dell’immagine del Signore».

Perciò, ha affermato il Papa, «l’identità cristiana è una strada, è un cammino dove si sta con il Signore, come quei due discepoli che stettero con il Signore tutta quella serata». Così «anche tutta la nostra vita è chiamata a stare con il Signore per rimanere, stare con il Signore, alla fine, dopo la voce dell’arcangelo, dopo il suono della tromba». E a questo proposito il Papa ha voluto ricordare in conclusione che sempre san Paolo, nella Lettera ai Tessalonicesi, «finisce questo ragionamento con questa frase: “Consoliamoci con questa verità”».

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.214, Sab. 20/09/2014)







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