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MEDITAZIONI DEL SANTO PADRE FRANCESCO NELLE MESSE QUOTIDIANE CELEBRATE NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE - A cura de L'Osservatore Romano


Omelie Giornaliere di Papa Francesco MEDITAZIONI DEL SANTO PADRE FRANCESCO NELLE MESSE QUOTIDIANE CELEBRATE NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE - A cura de L'Osservatore Romano
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Pregare il nostro Padre Giovedì, 20 giugno 2013

Non c’è bisogno di sprecare tante parole per pregare: il Signore sa quello che vogliamo dirgli. L’importante è che la prima parola della nostra preghiera sia «Padre». È il consiglio di Gesù agli apostoli quello rilanciato da Papa Francesco questa mattina, giovedì 20 giugno, durante la messa presieduta nella cappella della Domus Sanctae Marthae, concelebrata tra gli altri dal cardinale Zenon Grocholewski, Prefetto della Congregazione per l’Educazione Cattolica, il quale accompagnava un gruppo di collaboratori del dicastero.

Dunque il Pontefice ha ripetuto le raccomandazioni di Gesù nel momento in cui ha insegnato agli apostoli il Padre Nostro, secondo il racconto dell’evangelista Matteo (6, 7-15). Per pregare, ha detto in sostanza il Pontefice, non c’è bisogno di far rumore né di credere che sia meglio spendere tante parole. Non ci si deve affidare al rumore, al rumore della mondanità individuato da Gesù nel «far suonare la tromba» o in «quel farsi vedere il giorno del digiuno». Per pregare, ha ripetuto, non c’è bisogno del rumore della vanità: Gesù ha detto che questo è un comportamento proprio dei pagani.

Papa Francesco è andato anche oltre, affermando che la preghiera non va considerata come una formula magica: «La preghiera non è una cosa magica; non si fa magia con la preghiera». Raccontando, come fa spesso, la sua esperienza personale, ha detto di non essersi mai rivolto a stregoni che promettono magie ma di aver saputo cosa capita in incontri di questo tipo: si spendono tante parole per ottenere «ora la guarigione, ora qualcos’altro» con l’aiuto della magia. Ma, ha avvertito, «questo è pagano».

Come si deve pregare allora? È Gesù che ce lo ha insegnato: «Dice che il Padre che è in cielo “sa di quali cose avete bisogno, prima ancora che glielo chiediate”». Dunque, la prima parola sia «“Padre”. Questa è la chiave della preghiera. Senza dire, senza sentire questa parola, non si può pregare» ha spiegato il vescovo di Roma. E si è chiesto: «Chi prego? Il Dio Onnipotente? È troppo lontano. Questo io non lo sento, Gesù neppure lo sentiva. Chi prego? Il Dio cosmico? Un po’ abituale in questi giorni, no? Pregare il Dio cosmico. Questa modalità politeista che arriva con una cultura superficiale».

Bisogna invece «pregare il Padre», colui che ci ha generato. Ma non solo: bisogna pregare il Padre «nostro», cioè non il Padre di un generico e troppo anonimo «tutti», ma colui «che ti ha generato, che ti ha dato la vita, a te, a me», come persona singola, ha spiegato il Pontefice. È il Padre «che ti accompagna nel tuo cammino», quello che «conosce tutta la tua vita, tutta»; quello che sa ciò che «è buono e quello che non è tanto buono. Conosce tutto». Ma non basta ancora: «Se non incominciamo la preghiera — ha precisato — con questa parola non detta dalle labbra, ma detta dal cuore, non possiamo pregare come cristiani».

E per spiegare ancora meglio il senso della parola «Padre» il Pontefice ha riproposto l’atteggiamento fiducioso con il quale Isacco — «questo ragazzo di ventidue anni non era uno sciocco» ha sottolineato Papa Francesco — si rivolge al padre quando si accorge che non c’è l’agnello da sacrificare e nasce in lui il sospetto che sia egli stesso la vittima sacrificale: «Doveva fare la domanda e la Bibbia ci dice che ha detto: “Padre, manca la pecorella”. Però si fidò di quello che era accanto a lui. Era suo padre. La sua preoccupazione, cioè “magari sono io la pecorella?”, l’ha buttata nel cuore di suo padre».

È quello che accade anche nella parabola del figlio che sperpera l’eredità «ma poi torna a casa è dice: “Padre, ho peccato”. È la chiave di ogni preghiera: sentirsi amati da un padre»; e noi abbiamo «un Padre, vicinissimo, che ci abbraccia» e al quale possiamo lasciare tutti i nostri affanni perché «lui sa ciò di cui abbiamo bisogno».

Ma — si è chiesto ancora il Pontefice — è «un padre solo mio?». E ha risposto: «No è il Padre nostro, perché io non sono figlio unico. Nessuno di noi lo è. Se io non posso essere fratello, difficilmente potrei diventare figlio di questo Padre, perché è un Padre di sicuro mio, ma anche degli altri, dei miei fratelli». Da ciò, ha proseguito, discende che «se io non sono in pace con i miei fratelli, non posso dire Padre a lui. E così si spiega come Gesù, dopo averci insegnato il Padre Nostro, dice subito: “Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe».

Entra dunque in gioco il perdono. Ma «è tanto difficile perdonare gli altri» ha ripetuto il Santo Padre; è difficile davvero, perché noi portiamo sempre dentro il rammarico per quello che ci hanno fatto, per il torto subito. Non si può pregare conservando nel cuore astio per i nemici. «Questo — ha sottolineato il Pontefice — è difficile. Sì è difficile, non è facile». Ma, ha concluso, «Gesù ci ha promesso lo Spirito Santo. È lui che ci insegna da dentro, dal cuore, come dire “Padre” e come dire “nostro”», e come dirlo: «facendo la pace con tutti i nostri nemici».

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIII, n. 141, Ven. 21/06/2013)



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