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MEDITAZIONI DEL SANTO PADRE FRANCESCO NELLE MESSE QUOTIDIANE CELEBRATE NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE - A cura de L'Osservatore Romano


Omelie Giornaliere di Papa Francesco MEDITAZIONI DEL SANTO PADRE FRANCESCO NELLE MESSE QUOTIDIANE CELEBRATE NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE - A cura de L'Osservatore Romano
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La fede non è casistica - Venerdì, 21 febbraio 2014


Chiedersi cosa possa fare o non fare la Chiesa, oppure cosa sia o non sia lecito, è cadere nella casistica che, insieme all’ideologia, è il segno di riconoscimento di una persona che conosce a memoria dottrina e teologia ma senza fede. Perché la fede non è mai astratta: va testimoniata.

Proprio dal rischio di una fede senza opere Papa Francesco ha messo in guardia stamani, venerdì 21 febbraio, durante la messa celebrata nella cappella della Casa Santa Marta. Spunto per la riflessione del Pontefice è stato il passo della lettera di san Giacomo (2, 14-24.26) secondo il quale come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta. «L’apostolo Giacomo — ha spiegato il Papa — fa questa catechesi» che «è una parenesi sulla fede: vuole spiegare bene come è la fede». E per farlo «gioca con questa contrapposizione tra la fede e le opere». L’affermazione di Giacomo «è chiara: una fede che non dà frutto nelle opere non è fede».

«Anche noi — ha avvertito il Papa — sbagliamo tante volte su questo». E «sentiamo dire: io ho tanta fede!», oppure «io credo tutto!» ma proprio «la persona che dice questo forse ha una vita tiepida, debole». Tanto che «la sua fede è come una teoria, ma non è viva nella sua vita».

Nella lettera, ha proseguito il Pontefice, «l’apostolo Giacomo quando parla di fede parla proprio della dottrina, di quello che è il contenuto della fede». Ed è come se dicesse a ciascuno di noi: «Ma voi potete conoscere tutti i comandamenti, tutte le profezie, tutte le verità di fede, ma se questo» non si traduce «nella pratica e nelle opere, non serve».

Così, ha precisato il Papa, «possiamo recitare il Credo, teoricamente anche senza fede. E ci sono tante persone che lo fanno! Anche i demoni!». Infatti, ha aggiunto, «i demoni conoscono benissimo quello che si dice nel Credo e sanno che è verità. “Tremano” dice l’apostolo Giacomo, perché sanno che è verità» pur non avendo fede. I demoni «conoscono tutta la teologia, sanno a memoria il Denzinger», il classico manuale che raccoglie le formulazioni dottrinali della Chiesa, «ma non hanno fede». Del resto, ha affermato il Pontefice, «avere fede non è avere una conoscenza: avere fede è ricevere il messaggio di Dio che ci ha portato Gesù Cristo, viverlo e portarlo avanti».

Papa Francesco ha quindi indicato «i segni» per riconoscere «una persona che sa quello che si deve credere, ma non ha fede». Il Pontefice ne ha indicati due in particolare, che si ritrovano nel Vangelo. Un primo segno che rivela la conoscenza della teologia senza fede «è la casistica». E ha ricordato tutti coloro che si accostavano a Gesù per presentargli casistiche tipo: «È lecito pagare le tasse a Cesare?» oppure il caso di «quella donna rimasta vedova, poveretta, che secondo, la legge del levirato, ha dovuto sposare, per avere un figlio, i sette fratelli di suo marito». Questa è «la casistica». E «la casistica — ha detto il Papa — è proprio il posto dove vanno tutti quelli che credono di avere fede» ma conoscono soltanto il contenuto. Così «quando troviamo un cristiano» che domanda solo se «è lecito fare questo e se la Chiesa potrebbe fare questo», vuol dire che «o non c’è la fede o è troppo debole».

Il secondo segno indicato dal Papa è l’ideologia. Non si può essere, ha detto, «cristiani che pensano la fede come un sistema di idee, ideologico» appunto. È un rischio che c’era «anche nel tempo di Gesù» e lo rappresentavano gli gnostici. «Di loro, ideologi della fede, l’apostolo Giovanni dice che sono l’anticristo». Così, ha spiegato ancora il Papa, coloro «che cadono nella casistica o nell’ideologia sono cristiani che conoscono la dottrina ma senza fede. Come i demoni. Con la differenza che quelli tremano, questi no: vivono tranquilli».

Papa Francesco ha quindi proposto tre figure concrete, prese dal Vangelo, che invece «non conoscono la dottrina ma hanno tanta fede». E ha parlato della donna cananea, una pagana, che aveva avuto fede in Gesù «perché lo Spirito Santo le aveva toccato il cuore». E ha poi «dato testimonianza della sua fede: questa è la parola chiave». Quindi la samaritana che «prima non credeva in niente» o credeva in modo sbagliato, ma ha avuto «fede dopo l’incontro con Gesù»: cioè prima aveva «un pensiero casistico» chiedendosi se si dovesse adorare Dio «in questo monte o in quello», poi però, dopo aver «parlato col Signore, ha sentito qualcosa» nel suo cuore e di corsa è «andata a dire: ho trovato uno che mi ha detto tutto quello che ho fatto!». Ha avuto fede «perché ha incontrato Gesù Cristo e non verità astratte».

La terza figura evangelica riproposta dal Papa è quella del «cieco dalla nascita che è andato da Gesù a chiedere la grazia di vedere». E «poi poveretto — ha aggiunto — è stato coinvolto in una lotta di partiti farisei, sadducei, dottori della legge: è stato chiamato lui e i suoi genitori a dare testimonianza dopo questa vicenda noiosa e fastidiosa». Il Vangelo racconta che «il Signore lo ha guardato e gli ha detto: “tu credi?”». Quell’uomo «non sapeva la teologia, forse conosceva i comandamenti». Eppure ha riconosciuto in Gesù il Figlio di Dio «e in ginocchio ha adorato il Signore».

Ecco, dunque, le due realtà contrapposte: da una parte «quelli che hanno dottrina o sanno le cose» e dall’altra «quelli che hanno la fede». Con una certezza: «La fede porta sempre alla testimonianza. La fede è un incontro con Gesù Cristo, con Dio». E questo incontro «porta alla testimonianza» come sottolinea l’apostolo Giacomo nella sua lettera, e rimarca che «una fede senza opere, una fede che non ti coinvolge e non ti porta alla testimonianza, non è fede. Sono parole. E niente più che parole».

Il Pontefice ha infine invitato a guardare a queste tre figure e a chiedere «la grazia di avere una fede che dia frutti e che porti all’annuncio e alla testimonianza».


(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.043, Sab. 22/02/2014)





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