XXII DOMENICA DEL
TEMPO ORDINARIO / C
Lectio
divina su Lc 14,1.7-14
chiunque si esalta
sarà umiliato, e chi si umilia sarà
esaltato
Invocare
Signore, abbiamo tutti
un insaziabile bisogno di ascoltarti, e
lo sai, perché tu stesso ci hai creati
così. «Tu solo hai parole di vita
eterna» (Gv 6,68). In queste parole
crediamo, di queste parole abbiamo fame e
sete; per queste parole, in umiltà e
amore, impegniamo tutta la nostra
fedeltà. «Parla, Signore, perché il
tuo servo ti ascolta» (1 Sam 3,9). È la
preghiera trepidante dell'inconsapevole
Samuele; la nostra è un po' diversa, ma
è stata proprio la tua voce, la tua
Parola, a cambiare la trepidazione dell'antica
preghiera nell'anelito di comunione di un
figlio che grida al Padre suo: Parla ché
il tuo figlio ti ascolta.
Leggere
Avvenne che 1un
sabato Gesù si recò a casa di uno dei
capi dei farisei per pranzare ed essi
stavano a osservarlo. 7Diceva
agli invitati una parabola, notando come
sceglievano i primi posti: 8«Quando
sei invitato a nozze da qualcuno, non
metterti al primo posto, perché non ci
sia un altro invitato più degno di te, 9e
colui che ha invitato te e lui venga a
dirti: Cèdigli il posto!.
Allora dovrai con vergogna occupare lultimo
posto. 10Invece, quando sei
invitato, va a metterti allultimo
posto, perché quando viene colui che ti
ha invitato ti dica: Amico, vieni
più avanti!. Allora ne avrai onore
davanti a tutti i commensali. 11Perché
chiunque si esalta sarà umiliato, e chi
si umilia sarà esaltato». 12Disse
poi a colui che laveva invitato:
«Quando offri un pranzo o una cena, non
invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli
né i tuoi parenti né i ricchi vicini,
perché a loro volta non ti invitino anchessi
e tu abbia il contraccambio. 13Al
contrario, quando offri un banchetto,
invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; 14e
sarai beato perché non hanno da
ricambiarti. Riceverai infatti la tua
ricompensa alla risurrezione dei giusti».
Un momento di silenzio
meditativo perché la Parola possa
entrare in noi ed illuminare la nostra
vita.
Passi utili alla
meditazione
Lc 1,46-55; 4,18; 5,32;
6,32-38; 7,36; 10,21-22; 11,37; 12,33-34;
18,14.22; 19,8.10; 20,46; 22,25-27; Gv 5,28-29.44;
1Cor 11,22.29; At 24,15; 1Cor 11,21; Gc 2,1-5;
Is 55,1-3; 66,1-2; Sir 3,18-20; Mt 23,12.
Capire
Gesù, nella sua
itineranza in mezzo alla gente, accettava
di buon grado lospitalità di
chiunque. La sua spiritualità è fondata
sullofferta gratuita del Regno da
parte di Dio. Per lui conta soprattutto
accostarsi a ogni uomo e donna per
comunicargli la bella notizia. Questo
annuncio non richiede la sacralità del
culto, ma risuona negli spazi della
quotidianità umana per meglio
interpellare la coscienza del singolo e
aprirla a Dio. Uno di questi spazi
privilegiati da Gesù è la tavola
apparecchiata per un pasto. Per la
cultura antica, soprattutto semitica,
condividere un pasto, ancor più se in
occasioni festose, equivale a sancire una
comunione di intenti e di destini.
Condividere il pane è simbolo di una
condivisione più profonda, quella degli
affetti e degli ideali.
La parabola sulla
scelta dei posti viene raccontata in
giorno di sabato quando ormai Gesù è a
Gerusalemme, dove si compirà il mistero
pasquale, dove si celebrerà l'eucarestia
della nuova alleanza, a cui segue, poi, l'incontro
con il vivente e l'incarico di missione
dei discepoli che prolunga quella storica
di Gesù. La luce della pasqua fa vedere
il cammino che il Signore fa percorrere a
tutti quelli che sono chiamati a
rappresentarlo come servo, diakonos, in
mezzo alla comunità, raccolta attorno
alla mensa. È il tema lucano della
commensalità o convivialità. Le realtà
più belle Gesù le ha realizzate,
proclamate e insegnate a tavola in una
cornice conviviale.
Nel capitolo 14 Luca,
con la sua arte di abile narratore,
dipinge un quadro, in cui sovrappone due
immagini: Gesù a mensa definisce il
volto della nuova comunità, convocata
attorno alla mensa eucaristica. La pagina
è suddivisa in due scene: prima l'invito
a pranzo in casa di uno dei capi dei
farisei, in giorno di festa, sabato (Lc
14, 1-6); poi l'insegnamento con due
piccole parabole sul modo di scegliere i
posti a tavola e i criteri per fare gli
inviti (Lc 14, 7-14); infine la parabola
sulla grande cena (Lc 14,15-16), che
riguarda ancora il problema degli
invitati: chi parteciperà alla mensa del
regno? Questa si prepara fin d'ora nel
rapporto con un Gesù, che convoca
attorno a sé le persone nella comunità-chiesa.
Meditare
v. 1: Avvenne
che un sabato Gesù si recò a casa di
uno dei capi dei farisei per pranzare ed
essi stavano a osservarlo. Il
convito è il momento più alto della
convivenza umana, è il simbolo della
maggiore intimità che questa convivenza
può raggiungere.
In questo versetto
dalla traduzione non appare
abbiamo un semitismo: per mangiare
pane che ha lo stesso significato
di prendere cibo. Ciò vuole
collegarsi al v. 15: beato chi mangia
il pane nel regno di Dio che levangelista
Luca userà per introdurre la parabola
del banchetto messianico.
Gli occhi di tutti sono
posati su di lui. I suoi miracoli, i suoi
discorsi pungenti, le sue parabole
geniali, erano già saltati di bocca in
bocca e, se non bastasse, la sua ultima
invettiva contro il potere costituito (Lc
13,31-35) aveva fatto del giovane rabbì
di Nazareth uno degli argomenti preferiti
nei circoli dei benpensanti.
Apparentemente potrebbe
sembrare che le regole offerte da Gesù
durante questo pranzo, e proposte
attraverso due parabole, siano solo norme
di buon comportamento. Inceve Gesù mira
molto più in alto. Non vuole dare delle
regole di buon educazione, ma regole del
Regno di Dio.
vv. 7-8: Diceva
agli invitati una parabola, notando come
sceglievano i primi posti
Anche Gesù osserva la nostra vita, il
nostro modo di vivere, di scegliere. E
non è di qualcuno in particolare, Luca
sottolinea linvitante e gli
invitati pieni di pregiudizi egoistici,
banali arrivismi, preoccupazioni
gerarchie. Ecco perché Gesù mettendo a
nudo, lì su quel banchetto, i sentimenti
di tutti li smantella dicendo loro: Quando
sei invitato a nozze da qualcuno, non
metterti al primo posto, perché non ci
sia un altro invitato più degno di te.
Gesù vuole mettere sotto la lente di
ingrandimento l'atteggiamento sicuro e
orgoglioso dei farisei, che si credono
giusti e si illudono di occupare i primi
posti. Sembra che il vangelo supponga un
banchetto dove i posti sono incerti; non
si riesce a sapere prima a chi appartenga
il posto uno o il posto due. Anzi, lincertezza
è così grande che per essere sicuro di
non usurpare un posto che non mi spetta,
io dovrei mettermi proprio allultimo
posto. Perché questo modo di ragionare?
Perché qui non si tratta di un banchetto
offerto dagli uomini ad altri uomini, qui
limmagine è quella del banchetto
di Dio. E nel banchetto di Dio non si
possono avere pretese e non si possono
avere nemmeno dei diritti. Tutto quello
che mi viene dato linvito a
nozze, il posto in cui vengo collocato
tutto quello che mi viene dato è
assolutamente gratuito. Lo debbo ricevere
come un dono, con riconoscenza, con
stupore, con gioia grande. Dobbiamo
andare davanti al Signore con lumiltà
di un mendicante che è stato invitato e
che riceve gratuitamente e liberamente
dal Signore un posto di onore.
In greco, per invitare
si utilizza il verbo che significa
chiamare (kalein). Invito
è sinonimo di chiamata.
v. 10: Invece,
quando sei invitato, va a metterti
allultimo posto, perché quando
viene colui che ti ha invitato ti dica:
Amico, vieni più avanti!.
Allora ne avrai onore davanti a tutti i
commensali. Il versetto non è
una norma di galateo; si tratta di una
scelta che ha il valore di contestazione
per coloro che cercano i primi posti. Per
Gesù non si tratta di una semplice norma
sapienziale, di una regola di buon vivere;
è invece la regola del Regno di Dio e
intende descrivere il vero atteggiamento
religioso. Linvitato che si mette
allultimo posto non cerca altro che
la gioia del banchetto; gode
semplicemente di essere stato invitato e
considera questo invito un dono più che
un merito. Lumile, che considera
ogni bene un dono di Dio, proclama in
questo modo la grandezza e la generosità
infinita di Dio; ma il superbo, che
considera tutto come suo merito, che vede
ogni beneficio di Dio come una
glorificazione di sé, si appropria
ingiustamente della gloria che spetta a
Dio solo; perciò, quanto più sei grande
tanto più grande è il dono che hai
ricevuto e tanto più grande deve
diventare la tua umiltà.
Gesù chiede di seguire
la via che è la sua: lultimo posto
è, nel vangelo, il posto scelto da Gesù:
Io sto in mezzo a voi come colui
che serve, dirà Gesù secondo il
vangelo di Luca durante lultima
cena, quella cena che diverrà sintesi di
una vita intera, la vita di Gesù. Lumiltà
è quindi forma autentica della vita; ma
lumiltà non è il deprezzamento di
sé, bensì quel modo di pensare di sé
che nasce dalla convinzione di non avere
in sé il fondamento ultimo della propria
vita. Gesù lo dice parlando di quellinvitato
che non cerca da sé il primo posto e
attende che sia un altro a chiamarlo
a salire più in alto: un
modo inusuale per dire che la vita piena
si ottiene per grazia.
Abbiamo qui un
riferimento allEucarestia. LEucaristia
è un banchetto, è il banchetto del
Signore e a questo banchetto il Signore
ci ha invitato. Dovremmo perciò riuscire
a vivere la gioia semplicemente di essere
invitati, lo stupore e la riconoscenza
per questo. E poi non conta, stiamo allultimo
posto: non è un posto di umiliazione, è
un posto donore anche quello,
perché chiunque tu sia, invitato allEucaristia,
sei invitato a ricevere il dono della
vita del Signore. Vuol dire: il Signore
è vissuto ed è morto per te, la sua
vita e la sua morte ti vengono donate,
regalate in questa Eucaristia. Qui,
veramente, ritroviamo il senso di unesistenza
dilatata, arricchita e liberata dallamore
del Signore.
v. 11: Perché
chiunque si esalta sarà umiliato, e chi
si umilia sarà esaltato. Questa
è la regola fondamentale della mensa del
Regno! Il Regno esige che luomo
rinunci ad ogni pretesa di salvarsi da
solo, coi suoi titoli personali. Il
linguaggio usato da Luca innalzare-esaltare
e umiliare-abbassare rimanda
alla figura e allesperienza del
Cristo così comè cantata nellinno
di Paolo ai Filippesi: Cristo
umiliò se stesso facendosi obbediente
fino alla morte e alla morte di croce.
Per questo Dio lo ha esaltato e gli ha
dato il nome che è al di sopra di ogni
altro nome (Fil.2,6-11); ed è
questa la gloria che conta, quella vera
che non tramonta; ma è la gloria che,
necessariamente, passa per la via
dolorosa dell'umiliazione e della croce.
Ecco allora profilarsi il volto del vero
umile glorificato, il Cristo, che diventa
modello per tutta la comunità dei
discepoli. Il messaggio ha come sua
radice limitazione di Cristo.
v. 12: Disse
poi a colui che laveva invitato:
Quando offri un pranzo o una cena, non
invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli
né i tuoi parenti né i ricchi vicini,
perché a loro volta non ti invitino anchessi
e tu abbia il contraccambio. Come
fare gli inviti a un banchetto? Invitando
chi non ha da contraccambiare! Si capisce.
Puoi impostare i rapporti con gli altri
secondo la logica del dono o secondo la
logica dello scambio. Certo, la logica
dello scambio non è cattiva; ma è conclusa
in se stessa: io ti faccio un dono e
ricevo da te un dono corrispondente. Ma cè
un altro modo dimpostare le cose:
quello di dare gratuitamente, senza
aspettare un contraccambio. Dio stesso
prende su di sé il debito del povero che
tu hai beneficiato e tu vieni a trovarti
in credito nei confronti di Dio: riceverai
la tua ricompensa, alla risurrezione dei
giusti (Lc 14,14). Fa
parte della tradizione biblica la
convinzione che chi fa la
carità al povero fa un prestito al
Signore (Pr 19,17). E
anche questa affermazione trova uneco
nella prima lettura: Lacqua
spegne un fuoco acceso, lelemosina
espia i peccati (Sir 3,29). Il
peccato è un debito verso Dio; lelemosina
lo estingue pagando lammontare al
povero.
vv. 13-14: Al
contrario, quando offri un banchetto,
invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e
sarai beato perché non hanno da
ricambiarti. Riceverai infatti la tua
ricompensa alla risurrezione dei giusti».
È la finale di questa parola di
salvezza. Siamo sempre all'interno di un
amore interessato, all'interno di una
concezione chiusa della vita. L'evangelista
Luca in questo versetto fa un elenco
iniziando dai poveri, che nel vangelo di
Luca sono i destinatari delle beatitudine:
«Beati voi poveri, perché vostro è
il regno di Dio». Nell'elenco degli
invitati i poveri sono precisati come i
menomati fisicamente, gli handicappati,
esclusi dalle confraternite farisaiche e
dal rituale del tempio (cfr. 2Sam 5,8; Lv
21, 18). Questo stesso elenco si ritrova
nella parabola della grande cena: poveri,
storpi, ciechi e zoppi prendono il posto
degli invitati di riguardo (Lc 14, 21).
In queste parole finali
Gesù sta pensando alla sua futura
comunità: la sogna come un luogo di
ospitalità per tutti gli esclusi. Non si
tratta certo di un insegnamento nuovo.
Gesù l'ha già rivolto a tutti nel
discorso della montagna (Lc 6,32-34): se
amate soltanto coloro che vi amano, qual
è il vostro merito? Anche i peccatori
amano coloro che li amano.
C'è la beatitudine per chi è povero («beati
voi poveri, perché vostro è il Regno di
Dio») e c'è anche la beatitudine per
chi trasforma i propri beni in occasione
di ospitalità, ma deve trattarsi di un'ospitalità
anche verso gli esclusi: «sarai beato
perché non hanno da ricambiarti.
Riceverai infatti la tua ricompensa nella
risurrezione dei giusti.
Il Vangelo nel
pensiero dei Padri della Chiesa
Che il povero sia il
custode della vostra casa: ti sia muro e
baluardo, scudo e lancia. Dove cè
lelemosina, il diavolo non osa
avvicinarsi, come non lo osa nessunaltra
sventura. (...) Mi obietterai: Ma ci sono
molti imbroglioni e ingrati! E perciò
otterrai una ricompensa maggiore, se li
accogli per il nome di Cristo ... Ma come
potremo difenderci, quando non accogliamo
neppure quelli che conosciamo, ma a tutti
chiudiamo la porta? La nostra casa sia lalbergo
di Cristo; esigiamo da loro la paga, non
però che ci versino denaro, ma che
rendano la nostra casa locanda di Cristo;
corriamo allintorno da tutte le
parti, tiriamo, portiamo via a forza la
nostra preda: è maggiore il beneficio
che riceviamo di quello che facciamo (Giovanni
Crisostomo, Om. sugli Atti
54.4).
Seguiamo
perciò le sue vie che egli ci ha
mostrato, in modo particolare la via dell'umiltà,
perché egli stesso è divenuto umile per
noi. Ci ha mostrato con l'insegnamento la
via dell'umiltà e l'ha percorsa
soffrendo per noi. Non avrebbe sofferto
se non si fosse umiliato; chi avrebbe
potuto uccidere Dio, se Dio non si fosse
umiliato? Il Cristo infatti è Figlio di
Dio, e il Figlio di Dio è anch'egli Dio.
È lui il Figlio di Dio, il Verbo di Dio,
del quale parla Giovanni: In principio
era il Verbo e il Verbo era presso Dio e
il Verbo era Dio. Egli era in principio
presso Dio. Ogni cosa è stata fatta per
mezzo di lui e niente è stato fatto
senza di lui . Chi avrebbe
potuto uccidere colui per mezzo del quale
sono state fatte tutte le cose e senza il
quale niente è stato fatto? Chi avrebbe
potuto ucciderlo, se egli non si fosse
umiliato? Ma in che modo si è umiliato?
Dice ancora Giovanni: Il Verbo si è
fatto carne ed ha abitato in mezzo a noi .
Il Verbo di Dio infatti non avrebbe
potuto essere ucciso. Perché potesse
morire per noi, poiché [per sua natura]
non poteva morire, il Verbo si è
fatto carne ed ha abitato in mezzo a noi.
Immortale, assunse la mortalità,
perché potesse morire per noi, e con la
sua morte uccidere la nostra morte.
Questo ha fatto il Signore, questo ha
compiuto per noi. Onnipotente, si è
umiliato; umiliato, è stato ucciso; è
stato ucciso, è risorto, è stato
esaltato per non abbandonarci, morti,
nell'inferno, ma per glorificarci in lui
nella resurrezione dei morti, mentre ora
ci ha innalzati nella fede e nella
confessione dei giusti. Perciò ci ha
dato come via l'umiltà. Se la
percorreremo confesseremo al Signore e
allora con verità possiamo cantare. Confesseremo
a te, Dio, confesseremo a te e
invocheremo il tuo nome .
Sfrontatamente invochi il nome di colui
al quale non vuoi confessare. Anzitutto
confessa per preparare una degna dimora a
colui che invochi. Il tuo cuore infatti
è pieno di malizia. Il confessare
elimina l'immondezza che ti porti dentro
e pulisce la casa in cui possa entrare
colui che invochi. Chiunque invoca prima
di confessare, vuole offendere colui che
invoca. Se infatti non osi invitare a
casa tua un qualche personaggio
importante se prima non hai pulito la tua
casa, affinché i suoi occhi non ne
rimangano offesi, oserai nel tuo cuore
pieno di malizia invocare il nome di Dio,
senza prima eliminare l'interiore
malvagità con la confessione? Perciò la
confessione, fratelli miei, ci rende
umili, resi umili ci giustifica,
giustificati ci glorifica. Se siamo
superbi il Signore ci resiste; se siamo
umili il Signore ci esalta, poiché resiste
ai superbi, ma dà grazia agli umili;
e Chi si esalta sarà umiliato,
chi si umilia sarà esaltato .(Agostino,
Discorso 23/A sul responsorio del Sal
74).
Cerchiamo di essere
piccoli; richiediamolo e impariamolo dal
nostro grande maestro. Pur essendo tu una
nullità, non sarai tu piccolo, dal
momento che per te è diventato piccolo
Colui che è tanto grande? Impara da
Cristo ciò che non impari dalluomo:
in lui risiede la regola dellumiltà.
Chi si avvicina a lui viene prima formato
mediante lumiltà, perché sia
onorato nellesaltazione (Agostino, Discorsi
68.9, 11).
Alcune domande per
la riflessione personale e il confronto
Umile e aperto a tutti;
è lo stile di Dio. È anche il mio stile,
verso Dio e i fratelli?
Con quali sentimenti vivo le mie
relazioni con il prossimo, soprattutto
nell'assemblea liturgica? Mi presento a
Dio con cuore puro, che mi apre; o con l'orgoglio
che chiude in me stesso?
Lo stile a cui Dio mi invita, mi mette in
discussione, mi sta chiedendo di cambiare
qualcosa nella mia vita?
Pregare
Dio agisce nella
storia in favore del suo popolo. Il suo
intervento dal momento delluscita
dallEgitto fino al possesso della
terra promessa viene continuamente
ricordato e cantato dal popolo dellalleanza.
Anche noi siamo invitati ad unirci al
salmista per innalzare a Dio inni di
gioia per il suo continuo soccorso e la
sua protezione. (dal Sal 67 [68]):
I giusti si rallegrano,
esultano davanti a Dio
e cantano di gioia.
Cantate a Dio,
inneggiate al suo nome:
Signore è il suo nome.
Padre degli orfani e
difensore delle vedove
è Dio nella sua santa
dimora.
A chi è solo, Dio fa
abitare una casa,
fa uscire con gioia i
prigionieri.
Pioggia abbondante hai
riversato, o Dio,
la tua esausta eredità
tu hai consolidato
e in essa ha abitato il
tuo popolo,
in quella che, nella
tua bontà,
hai reso sicura per il
povero, o Dio.
Contemplare-agire
Lasciamo che lo Spirito
Santo entri nella nostra vita. Ciascuno
di noi, oggi, è interpellato a scovare
il piccolo fariseo che lo abita! Gesù ci
mette in guardia: non è la tua presunta
giustizia che ti fa guadagnare il primo
posto davanti a Dio. Apparenza,
intelligenza, fortuna, abbondante conto
in banca, buona carriera, fisico sano e
sportivo, sono criteri umani di giudizio.
Ma nel Regno ciò che conta è l'amore.
Su questo saremo giudicati.
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