XV DOMENICA DEL
TEMPO ORDINARIO (anno C)
I precetti del
Signore fanno gioire il cuore
Lectio
divina su Lc 10,25-37
Invocare
Vieni, Spirito Santo,
donaci di comprendere che questa Parola
che ascolteremo, parla direttamente alla
nostra vita, e ci rivela il progetto di
amore che Dio nutre per ciascuno.
Vieni, e apri le
orecchie del nostro cuore perché
ascoltando la Parola possiamo imparare ad
essere davvero discepoli di Gesù, e a
scegliere, senza paura, quello che il
Vangelo ci chiede.
Vieni, e aiutaci a far
entrare con forza questa Parola nella
nostra esistenza, perché la trasformi,
la renda bella, e tutti possano vedere
che anche noi abbiamo incontrato il
Signore Gesù che ci ha cambiato la vita.
Amen.
Leggere
25Ed ecco,
un dottore della Legge si alzò per
metterlo alla prova e chiese: «Maestro,
che cosa devo fare per ereditare la vita
eterna?». 26Gesù gli disse:
«Che cosa sta scritto nella Legge? Come
leggi?». 27Costui rispose: «Amerai
il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore,
con tutta la tua anima, con tutta la tua
forza e con tutta la tua mente, e
il tuo prossimo come te stesso». 28Gli
disse: «Hai risposto bene; fa' questo e
vivrai». 29Ma quello, volendo
giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è
mio prossimo?». 30Gesù
riprese: «Un uomo scendeva da
Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani
dei briganti, che gli portarono via tutto,
lo percossero a sangue e se ne andarono,
lasciandolo mezzo morto. 31Per
caso, un sacerdote scendeva per quella
medesima strada e, quando lo vide, passò
oltre. 32Anche un levita,
giunto in quel luogo, vide e passò oltre.
33Invece un Samaritano, che
era in viaggio, passandogli accanto, vide
e ne ebbe compassione. 34Gli
si fece vicino, gli fasciò le ferite,
versandovi olio e vino; poi lo caricò
sulla sua cavalcatura, lo portò in un
albergo e si prese cura di lui. 35Il
giorno seguente, tirò fuori due denari e
li diede all'albergatore, dicendo: «Abbi
cura di lui; ciò che spenderai in più,
te lo pagherò al mio ritorno». 36Chi
di questi tre ti sembra sia stato
prossimo di colui che è caduto nelle
mani dei briganti?». 37Quello
rispose: «Chi ha avuto compassione di
lui». Gesù gli disse: «Va' e anche tu
fa' così».
Un momento di silenzio
meditativo perché la Parola possa
entrare in noi ed illuminare la nostra
vita.
Capire
Una parabola molto
conosciuta, quella del Buon Samaritano e
una parola, o meglio un verbo che viene
messo al centro dalla liturgia di oggi:
il verbo amare.
Il verbo amare unito
alle due direzioni fondamentali della
vita: quella verticale - amare Dio - e
quella orizzontale - amare i fratelli -.
Qualcuno ha scritto che queste due
direzioni ci vengono continuamente
richiamate dai due bracci della croce di
Gesù... è lui che, con tutta intera la
sua vita, ci insegna ad amare.
Levangelista Luca
racconta, allinterno di circa dieci
capitoli, lesperienza di Gesù che
si dirige a Gerusalemme. Qui vivrà i
giorni della sua morte e risurrezione.
Gesù dunque è in viaggio e lungo il suo
cammino racconta questa parabola. In
particolare in Lc 9, 51 si dice che
Gerusalemme è la città verso la quale
Gesù «si diresse decisamente». Gesù
inizia a seguire con più decisione e
consapevolezza il progetto del Padre e
questo chiede anche ai discepoli e a
quelli che vogliono ereditare la
vita eterna.
Il contesto più
immediato è quello della missione dei 72
discepoli e del loro ritorno da Gesù (10,1-20)
con il canto di lode di Gesù al Padre.
Allamore del Padre che scende sulla
terra (e ai prodigi che compie nella
missione dei discepoli) risponde lamore
dei figli e fratelli che si innalza fino
al cielo.
In questo contesto si
innesta la parabola del buon samaritano,
sintesi del discorso della pianura:
"Siate misericordiosi come il Padre
vostro è misericordioso" (6,36). La
misericordia non ha bisogno di un codice
di leggi per manifestarsi; dipende solo
dalla sensibilità delle persone in
relazione alla vita, soprattutto quella
dei bisognosi.
La parabola del buon
samaritano riassume una storia ed
unesperienza di amore infinito,
tuttora in atto: la storia di Cristo, che
per tutti noi si è fatto Samaritano
misericordioso e perdonante (Gv 8,48)
(S. Cipriani).
Passi utili alla
meditazione
Dt 4,1;6,4-5;
19,21; 24,17,18; Mt 9,13; 12,7; 22,40; 23,4;
Sal 1,1-2; 37,21;119,112; Sap 6,18-18; Lc
6,36;14,13-14;22,26-27; 24,27; Mc 12,33;
Gal 6,2; Col 3,12-13; Fil 2,5; Gv 5,6; 10,10b-11;
Is 1,6; 61,1; 57,18; Ger 8,22; 30,17; Ez
16,8-9;34,16; Lc 15,5-6; 1Cor 6,11
Meditare
v. 25: un
dottore della Legge si alzò per metterlo
alla prova Il dottore della legge
è un esperto di Torà e di questioni
teologiche. Gesù però mostra
apprezzamento nei suoi confronti, e
questo è importante.
Anzitutto domandiamoci
a chi è rivolta la parabola. Essa è
provocata da questa domanda che viene
rivolta a Gesù circa la vita eterna: «Maestro,
che cosa devo fare per ereditare la vita
eterna?». Vuole mettere alla
prova Gesù, perché ha i suoi dubbi, le
sue ritrosie. Pone la domanda che ogni
uomo si pone quando è posto dinanzi al
senso del proprio esistere nel mondo:
cosa bisogna fare per avere la vita in
pienezza? Il suo problema è ereditare la
vita, entrare nella vita. Ereditare è il
verbo che normalmente viene usato per
parlare del rapporto con la terra
promessa, la terra nella quale si entra.
La
parabola è quindi rivolta ad ogni uomo,
la parabola è rivolta a ciascuno di noi.
vv. 26-28: Gesù
gli disse: «Che cosa sta scritto nella
Legge? Come leggi?». Gesù non
risponde alla domanda, ma stimola il
dottore della legge a riandare alle
conoscenze che gli appartengono e lo
contraddistinguono; lo rimanda alla legge,
rimanda lascoltatore alla
conoscenza della volontà di Dio che si
manifesta nel suo comandamento. Essa
contiene gli elementi sufficienti per
poter sciogliere ogni dubbio.
Lo scriba risponde
dunque: «Amerai il Signore tuo Dio
con tutto il tuo cuore, con tutta la tua
anima, con tutta la tua forza e con tutta
la tua mente, e il tuo prossimo come te
stesso»
in poche parole la
sua risposta è amore di Dio e amore del
prossimo.
La saldatura dei due
passi biblici (Dt 6,5 e Lv 19,18) è
solida: ora formano un solo comandamento,
la cui osservanza assicura la vita eterna.
Il problema, qui, non è tanto nellenunciato,
che è noto, non si discute, è chiaro:
lo sanno i maestri e lo sanno i discepoli.
Il
problema non riguarda lenunciato,
che è conosciuto, appunto, ma lo starci
dentro.
Avere
la vita eterna è fare il bene, lasciando
però che sia Dio a determinare il senso
delle nostre relazioni. Se non abbiamo la
coscienza che la carità "centra"
col nostro rapporto con Dio e con gli
altri, essa rimane un qualcosa per il
tempo libero. Essa invece è una forma
del comandamento di Dio e della vita
autentica delluomo. La carità è
il senso e la méta di ogni giorno: «Hai
risposto bene; fa' questo e vivrai». La
parola di Gesù è inequivocabile. Ci
invita ad abbattere le barriere e gli
steccati che frapponiamo tra noi e tanti
altri che secondo i nostri gretti giudizi
non meritano di stare a contatto con noi
o di essere aiutati da noi. Lamore
verso il prossimo non ha confini e non
deve essere grettamente calcolato secondo
i nostri parametri umani. Altrimenti,
anche se crediamo di essere cristiani,
non lo siamo per niente.
v. 29: Ma
quello, volendo giustificarsi, disse a
Gesù: «E chi è mio prossimo?».
In greco è usata una parola che vuol
dire vicino; vicino può essere un
avverbio; con davanti un articolo diventa
un sostantivo: il vicino, il prossimo. Se
non ha larticolo può diventare
preposizione, per esempio: vicino ad uno,
vicino a... Il dottore della legge dice:
chi è vicino a me? Qual è
il senso di questa domanda? È come se
dicesse: È vero che bisogna amare
Dio e il prossimo; io sono disposto a
tutto; ho capito, lo so, lo insegno da
tanto tempo, questo è il mio mestiere,
la mia professione, la mia specialità:
amare Dio e amare il prossimo. Anche noi
tante volte, pur avendo delle buone
intenzioni, cerchiamo di giustificarci.
Non sappiamo come identificare il nostro
prossimo ma al contempo siamo disponibili,
proclamiamo una generosità che però
fatica a diventare atteggiamento stabile.
Ed è per questo che Gesù narra la
parabola: per strutturare il nostro
desiderio, per rendere stabili le nostre
intenzioni, per dare competenza alle
nostre iniziative, per aiutarci a non
essere dei pressappochisti della carità.
Gesù narra se stesso
come parabola perché nessuno possa dire:
non lo sapevo. Noi pensiamo: a me chi è
vicino? A me chi pensa? Di me chi si
prende cura? Chi mi sta dietro? È
questo il problema; la parabola, infatti,
va proprio in questa direzione: chi si è
avvicinato? Chi è vicino a me?
Se il comandamento di
Dio può apparire come una legge esterna,
la storia di Gesù lo precisa in una
figura personale.
v. 30: Gesù
riprese: «Un uomo scendeva da
Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani
dei briganti, che gli portarono via tutto,
lo percossero a sangue e se ne andarono,
lasciandolo mezzo morto. Da
questo versetto inizia il racconto della
parabola, e Gesù racconta che un uomo
scendeva da Gerusalemme a Gerico. Chi è
costui? Mentre di tutti gli altri
personaggi ci viene indicata lidentità
o il ruolo, di questo personaggio non ci
viene detto niente, un uomo. Che sia
bianco o nero, alto o basso, povero o
ricco, fortunato o sfortunato, sapiente o
ignorante
non viene detto
assolutamente niente.
Non per caso! E
necessario che questo uomo non abbia
qualifiche e non deve avere qualifiche
perché le qualifiche qui non contano.
Non è che la parabola funziona solo se
questo uomo ha alcune caratteristiche.
Quali siano le sue caratteristiche è
assolutamente indifferente! Giovane o
vecchio, ebreo o nepalese, non deve
cambiare niente! Per questo luomo
non viene descritto. Si racconta qui la
vicenda di ogni uomo e donna che
camminano in questo mondo. Ogni uomo è
portatore di un bisogno, ogni uomo è
destinatario della nostra azione. Di lui
però sappiamo che stava tornando da
Gerusalemme ed era diretto a Gerico.
Fermiamoci
sembra
che ci sia un cammino a ritroso. Abbiamo
già detto altrove che Gesù sta andando
verso Gerusalemme. Questo uomo sta
andando nella direzione opposta; è un
uomo che ha sbagliato strada. Gesù sta
andando verso Gerusalemme e luomo
sta andando verso Gerico, in direzione
opposta.
Unaltra
cosa, al termine del versetto si dice di
questuomo: è mezzo morto. Mezzo
morto vuol dire evidentemente nel crinale
tra la vita e la morte. Forse può vivere,
forse morirà, è lì a metà; vive ma
non possiede una vita sicura, chiara;
rischia di morire
ma non è morto,
cè ancora speranza, è in quella
sottile linea di divisione tra vita e
morte.
Questuomo è il
dottore della legge guarda, questo
sei tu ; Gesù sta parlando di lui,
sta rispondendo a lui. Vedi, tu ti
trovi in questa condizione, sei quel tale
che ha sbagliato strada, ma non è per
forza colpa tua: ci sono i briganti in
giro per il mondo, e poi comunque è
così, poi scivoli, poi ti ammali, ti
trovi imbrigliato in situazioni
insopportabili e non ti puoi più
sollevare.
vv. 31-32: un
sacerdote scendeva per quella medesima
strada e, quando lo vide, passò oltre.
Anche un levita, giunto in quel
luogo, vide e passò oltre. Di
fronte alla carità a volte anche noi ci
facciamo dei falsi alibi, persino
rivestiti di una giustificazione
religiosa, come è successo al sacerdote
e al levita: essi contrappongono il loro
servizio religioso e il culto allesercizio
della carità. Non si accorgono che il
culto a Dio è riferito alla comunione
con Dio e con gli uomini: culto e carità
sono un segno, che in modo diverso
costruisce lunica comunione.
I due evitano il ferito;
non si sa il motivo
levangelista
non lo descrive forse addirittura per
obbedienza alla Legge: se infatti il
ferito fosse già morto, toccarlo
significherebbe cadere in una forma di
impurità che la Legge ebraica vietava.
Non giudichiamo troppo
severamente il sacerdote, perché lui è
un sacerdote e deve mantenere uno stato
di purità, ha i suoi doveri, le sue
responsabilità.
La parabola contesta le
false alternative tra Dio e luomo,
tra azione e contemplazione, tra
preghiera e impegno. Pur nella diversità
delle vocazioni larmonia tra parola
e gesto deve sempre essere presente. Ci
deve essere equilibrio tra il momento in
cui si riconosce la priorità e lassolutezza
di Dio nel culto e nella contemplazione
orante e il momento in cui questa
assolutezza si fa carne e storia nel
riconoscimento dellaltro.
Anche noi "passiamo
oltre" quando la necessità della
vita cristiana è solo un ripiegamento su
di sé, o la religione è solo uno
strumento di affermazione, o ancora
quando il nostro servizio è solo una
forma di gratificazione che non ha
stabilità, che è solo efficientismo.
Proseguendo sulla nostra strada evitiamo
la sfida della carità che chiede di
istruirci sul mistero di Dio e sul nostro
rapporto con gli altri.
vv. 33-34:
Invece un Samaritano, che era in viaggio
Qui inizia la svolta della parabola: è
passato un sacerdote, è passato un
levita, passa una terza figura, e uno
istintivamente si aspetterebbe un laico,
e invece non tocca a un laico, tocca a
uno straniero. Un samaritano, uno di fede
imperfetta, se non addirittura un nemico.
I samaritani non appartenevano neppure
pienamente al popolo di Dio: eppure
proprio un samaritano riconosce luomo
nel bisogno e si china su di lui.
Il Samaritano era in
viaggio: questo è il viaggio nel senso
forte del termine. Il salmo 84 dice:
..il santo viaggio. Beato chi
decide nel suo cuore il santo viaggio.
È il viaggio della salita a Gerusalemme.
E qui cè un samaritano, unico, che
va controcorrente, che sale. Il
Samaritano rappresenta Gesù, è lui il
viandante che sale a Gerusalemme.
passandogli
accanto, vide e ne ebbe compassione.
In greco, il verbo si commosse
è il medesimo con cui si indica la
commozione profonda di Gesù a Nain o
quella del padre del figlio prodigo nel
vedere il figlio tornare a casa. Ecco lessenziale:
chi soccorre il povero si è identificato
con latteggiamento di Gesù e di
Dio, ha capito chi è Dio.
Il Samaritano gli si
fece vicino. Chi viene vicino a me?
dicevamo prima. Gli si fece vicino,
gli fasciò le ferite, versandovi olio e
vino; poi lo caricò sulla sua
cavalcatura, lo portò in un albergo e si
prese cura di lui. Sono i
gesti di compassione e di vicinanza del
samaritano. Il provare profonda emozione,
il chinarsi, il portare in braccio, il
curare e fasciare le ferite ricordano
alcuni indimenticabili passi di Osea sullamore
di Dio verso Israele. Lamore di Dio
è il centro della legge, ma amarlo vuol
dire lasciarsi plasmare da lui fino a far
diventare la propria vita una trasparente
immagine del chinarsi misericordioso di
Dio sulle sue creature.
v.
35: Il giorno seguente, tirò
fuori due denari e li diede all'albergatore,
dicendo: «Abbi cura di lui; ciò che
spenderai in più, te lo pagherò al mio
ritorno». Anche in questo
versetto ricordiamo i gesti dellazione
divina. Cè un sovrappiù della
carità di Gesù: egli pensa anche al
dopo. Cè una caparra e cè
una promessa. Si apre lo spazio e il
tempo della nostra libertà in attesa del
suo ritorno. È questo il tempo della
nostra carità, della possibilità che ci
è data di ritrascrivere la figura del
buon samaritano. Il riferimento è alla
carità pasquale di Gesù, nella
consapevolezza che la "differenza"
della carità di Gesù non è un freno ma
è la sorgente della nostra missione.
Tutte
le forme, piccole o grandi, in cui molti
esprimono la loro dedizione, sia nel
gesto volontario, sia nella dedizione con
cui svolgono il loro lavoro quotidiano,
sono frammenti preziosi che alludono allinsuperabile
ricchezza del gesto pasquale. Bisogna
quindi saper guardare con gli occhi e il
cuore di Dio per riconoscere il bisogno e
il bisognoso, e fermarsi per servirli.
Siamo chiamati a riconoscere lorigine
del nostro agire: il nostro operare si
fonda nella carità di Dio, che vuole che
ogni uomo viva una vita piena. Per questo
occorre che luomo sia strappato al
suo bisogno e sia posto nella condizione
di scegliere liberamente per il bene.
v. 36: Chi
di questi tre ti sembra sia stato
prossimo di colui che è caduto nelle
mani dei briganti?». Gesù
ha capovolto dunque la domanda iniziale:
la questione vera non è chi è il
prossimo, ma chi si è fatto prossimo. Spinge
il dottore della legge a partire da un
preciso punto di osservazione: a partire
dalla situazione dello sventurato. La
prossimità non è una situazione, una
persona, un fatto ma è una relazione da
istituire. Trovare il prossimo significa
farsi prossimo, leggere e scegliere i
tempi, i momenti, le persone della
carità.
Il dottore della legge viene invitato a
prendere posizione a sua volta, ma non
dalla parte di chi può fare del bene,
bensì di chi è nella sventura.
Solo dopo potrà
operare da prossimo. Solo così ci si
introduce seriamente nel concetto di
prossimità. Non si può definire il
prossimo a partire da se stessi. Gesù fa
notare che la carità non è solo un fare
ma è un capire, è scegliere: ci vuole
una intelligenza della carità.
La
carità chiede testa e cuore, chiede di
comprendere le cause senza fermarsi solo
a tamponare gli effetti.
Ci
vuole quindi una carità che comprende,
che non dà tutto oggi, perché anche il
domani ha bisogno di te.
v. 37: Quello
rispose: «Chi ha avuto compassione di
lui». Gesù gli disse: «Va' e anche tu
fa' così». La parola
compassione (patire con) non è l'elemosina
di chi è qualcosa verso chi non è
nessuno, ma è il vivere insieme la
passione della vita. Infatti, la sua
etimologia ci spinge a sentire dispiacere
o male altrui, quasi li soffrissimo noi.
Lo scriba questo lha inteso bene! Gesù
quindi conferma la sua risposta e lo
invita a fare altrettanto.
La carità è missione,
è invio, è un riprendere le orme di
Cristo Gesù nella quotidianità. Per
fare questo Gesù chiede tempo, vuole
disponibilità totale, spinge a lavorare
ad un progetto comune, ad entrare in una
storia, in un stabilità di vita. Questa
è la vita eterna: fare lo stesso
tragitto che ha scritto Gesù, abitare il
luogo della nostra infermità.
Il Vangelo nel pensiero
dei Padri della Chiesa
Accade dunque che sulla
stessa strada discendessero prima un
sacerdote, poi un levita, che magari
avevano fatto del bene ad altre persone,
ma non lo fecero a costui che era disceso
da Gerusalemme a Gerico. Il sacerdote,
che secondo me raffigura la Legge, lo
vede; e ugualmente lo vede il levita, il
quale, io credo, rappresenta i
profeti. Tutti e due lo vedono, ma
passano oltre e lo abbandonano là. Ma la
provvidenza riservava questuomo
mezzo morto alle cure di colui che rea
più forte della legge e dei profeti,
cioè del Samaritano, il cui nome
significa Guardiano. Questi
è colui che non sonnecchia né dorme
vegliando su Israele (Sl 121.4). È
per soccorrere luomo mezzo morto
che questo samaritano si è messo in
cammino; egli non discende da Gerusalemme
a Gerico, come il sacerdote e il levita,
o piuttosto, se discende, discende per
salvare il moribondo e vegliare su di lui.
A lui i Giudei hanno detto: Tu sei un
samaritano e un posseduto dal demonio
(Gv 8.48); e Gesù, mentre ha negato di
essere posseduto dal demonio, non ha
voluto negare di essere samaritano, in
quanto sapeva di essere buon guardiano.
(Origene, Comm. a Luca 34.5)
Dunque questo
samaritano discende- e chi è che
discende dal cielo se non colui che è
salito al cielo, il Figlio dellUomo
che è nel cielo (Gv 3.13)?- e
vedendo quelluomo mezzo morto che
nessuno sino allora aveva potuto guarire...
si avvicinò a lui; cioè,
accettando di soffrire come noi, si è
fatto nostro prossimo, ed esercitando la
sua misericordia, ci si è fatto vicino.
(...) Poiché dunque nessuno ci è più
prossimo di colui che ha guarito le
nostre ferite, amiamolo come Signore, e
amiamolo anche come prossimo: niente
infatti è così prossimo come il capo
alle membra. Amiamo anche colui che è
imitatore di Cristo: amiamo colui che
soffre per la povertà altrui, a motivo
dellunità del corpo. Non è la
parentela che ci fa lun laltro
prossimi, , ma la misericordia, poiché
la misericordia è conforme alla natura:
non cè niente infatti di più
conforme alla natura che aiutare chi con
noi partecipa della stessa natura. (Ambrogio,
Comm. a Luca 7.74, 84).
«Un uomo scendeva da
Gerusalemme a Gèrico». Cristo... non ha
detto «uno scendeva», bensì «un uomo
scendeva», perché il brano concerne
tutta l'umanità. Questa, in seguito alla
colpa di Adamo, ha lasciato il soggiorno
elevato, calmo, senza sofferenza e
meraviglioso del paradiso, a buon diritto
chiamato Gerusalemme nome che
significa «La Pace di Dio» ed è
disceso verso Gèrico, regione bassa e
cava, dove il caldo è soffocante.
Gèrico, è il ritmo febbrile della vita
di questo mondo, vita che allontana da
Dio... Una volta che l'umanità ha
imboccato quella vita, lasciando la via
retta... il branco dei demoni selvaggi
viene ad attaccarla come una banda di
briganti. La spogliano del vestito della
perfezione, non le lasciano nulla della
sua forza d'animo, né della purezza,
della giustizia o della prudenza, nulla
di ciò che caraterizza l'immagine divina
(Gen 1,26), ma dopo averla colpita con i
colpi ripetuti dei diversi peccati, la
atterrano e la lasciano finalmente mezza
morta...
La legge data da Mosè è passata..., ma
le è mancata la forza, e non ha potuto
condurre l'umanità alla piena guarigione,
non ha potuto rialzare l'umanità che
giaceva in questo modo... Infatti la
Legge offriva dei sacrifici e delle
offerte che «non hanno il potere di
condurre alla perfezione coloro che si
offrono a Dio»... perché «è
impossibile eliminare i peccati con il
sangue di tori e di capri» (Eb 10,1-4)...
Infine, un Samaritano
passò accanto. Apposta Cristo dona a se
stesso il nome di Samaritano. Infatti...
egli è venuto in persona, compiendo il
disegno della Legge e mostrando con le
sue opere «chi è il prossimo» e cosa
significa «amare gli altri come se
stesso». (Severio di Antiochia (circa
465-538), vescovo, Discorsi, 89
).
Alcune domande per la
riflessione personale e il confronto
Anche io, come il
dottore della legge: come posso io
entrare nella vita, come si entra nel
Regno?
Come posso io mettermi
in cammino su questa strada che mi
conduce a Gerusalemme e non a Gerico?
Ma io, come entro nel
gaudio eterno? Come eredito la vita?
Che cosa ti spinge nell'offrire
amore al prossimo? Il bisogno di amare ed
essere amato, o la compassione e l'amore
di Cristo?
Pregare
Raccogliamoci in
silenzio ripercorrendo la nostra
preghiera e rispondiamo al Signore con le
sue stesse parole (da 1Pt 2,21-24):
Cristo patì per voi,
lasciandovi un esempio,
perché seguiate le sue orme:
egli non commise peccato
e non si trovò inganno
sulla sua bocca;
oltraggiato non rispondeva con oltraggi,
e soffrendo
non minacciava vendetta.
ma rimetteva
la sua causa
a colui che giudica con giustizia.
Egli portò i nostri peccati
sul suo corpo
sul legno della croce,
perché, non vivendo più per il peccato
vivessimo per la giustizia
dalle sue piaghe siete stati guariti.
Contemplare-agire
Abbandoniamoci allazione
dello Spirito Santo per aderire col
cuore e la mente al Signore che con la
sua Parola ci trasforma in persone nuove
che compiono sempre il suo volere. "Sapendo
queste cose, sarete beati se le metterete
in pratica" (Gv 13, 17).
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