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In Dialogo il Teologo Risponde
a cura della Facoltà Teologica dell'Italia Centrale

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Cristiani «copti» e «maroniti»: cosa indicano queste denominazioni?

Sentiamo parlare, talvolta anche in circostanze drammatiche e dolorose, di Cristiani Copti e di Cristiani Maroniti. Credo che sarebbe opportuno avere una spiegazione in merito a queste denominazioni ed a ciò che rappresentano nel mondo cristiano.

Gian Gabriele Benedetti

Risponde don Grzegorz Sierzputowski, docente di ecumenismo




La chiesa in Egitto, fondata, secondo la tradizione, dall’evangelista Marco, emerge alla piena luce della storia verso la fine del II secolo con le figure di Panteno, Clemente, Origene. La forza della tradizione letteraria-teologica fa rivestire ai vescovi di Alessandria un ruolo importante nella vita della grande chiesa del IV e del V sec. Quest’affermazione vale innanzi tutto per Atanasio, il cui lungo ministero (328-373) e la cui lotta senza tregua contro l’arianesimo l’hanno confermato come strenuo difensore della fede ortodossa di Nicea.

Il concilio di Calcedonia (451) si è dimostrato l’evento decisivo nei rapporti della chiesa in Egitto con altre chiese. Dal punto di vista dei difensori di Calcedonia, la teologia alessandrina-egiziana era monofisita, cioè non distingueva, anzi confondeva, le due nature di Cristo, divina e umana, e riconosceva solamente un’unica natura (mia physis) di Gesù Cristo. Per i latini si trattava di eresia. Nel corso del secolo successivo a Calcedonia, furono intrapresi sforzi da parte degli imperatori, per conservare l’unità della chiesa e reprimere i tentativi autonomistici dei cristiani d’Egitto. Il dissenso raggiunse il punto di non ritorno intorno all’anno 536: il patriarca Teodosio I (536 - 566) dopo il rifiuto della definizione di fede del concilio di Calcedonia fu condannato, dall’imperatore Giustiniano, all’esilio durato trent’anni.

La chiesa egiziana non riconosceva la validità dei sacramenti amministrati dai «calcedoniani», considerati eretici, e rifiutava le ordinazioni amministrate dal patriarca imposto da Costantinopoli. Tale situazione causò il graduale svuotamento della gerarchia non calcedoniana in Egitto e la successiva crisi condusse all’istituzione di una gerarchia separata, nata dall’attività missionaria di Giacomo Baradai, vescovo di Edessa, ordinato dal patriarca Teodosio. Baradai visitò ampie zone del Medio Oriente consacrando, secondo la tradizione, circa trenta vescovi e ordinando migliaia di preti. Istituì quindi, una gerarchia monofisita, che faceva da controparte a quella ortodossa già esistente. La chiesa orientale ortodossa (non calcedoniana), a partire dalla grande missione di Giacomo Baradai, ha portato il nome di «chiesa giacobita» fino ai tempi recenti.

La conquista dell’Egitto da parte degli arabi (641-642) segnò la fine degli sforzi bizantini di mantenere l’unità della chiesa e aprì una nuova epoca. Rimarrà attraverso i secoli, fino a oggi, il patriarca copto (dal vocabolo arabo qibt, qobt, risalente al greco Ai[gýpt]ios - «egizio»), non calcedoniano e il patriarca melchita (voce araba, dall’aramaico malakijjah, che indica «i cristiani dell’imperatore»), greco ortodosso.

Una caratteristica peculiare della chiesa egiziana è il movimento monastico, sia nella forma dell’eremitaggio, padre del quale è sant’Antonio Abate, sia in quella cenobitica con Pacomio. Già prima della metà del IV sec. parecchie migliaia di persone, uomini e donne, avevano cominciato a condurre la vita monastica, attirando molti da altre parti dell’impero romano, per avere un’esperienza di questa nuova forma di vita cristiana. La lingua liturgica della chiesa egiziana era all’inizio il greco e si continuò a utilizzare questa lingua nella liturgia per molti anni, almeno in parte, anche dopo l’invasione araba. La lingua copta fu introdotta nella liturgia a partire dal VII sec.

Attualmente la chiesa copta ortodossa in Egitto conta circa otto milioni di fedeli ed è la comunità cristiana più grande del Medio Oriente.

La chiesa maronita invece è una delle germinazioni della chiesa antiochena sorta come entità religiosa attorno all’antico monastero di Beth Maron, presso la tomba-santuario dell’eremita san Marone (350-433). È una chiesa di tradizione calcedonese, possiede un proprio patriarca «di Antiochia e di tutto l’Oriente» con una successione che dagli inizi del secolo VIII prosegue ininterrotta fino ai nostri giorni. La chiesa maronita ha conservato nei secoli un carattere autonomo anche durante l’epoca musulmana, con l’uso della liturgia propria e il clero sposato, oltre a rapporti amichevoli con Roma. Una forte tradizione tra i maroniti afferma che, in realtà, la loro chiesa non ruppe mai la comunione con la Santa Sede. La liturgia maronita è di origine siro-occidentale, ma fu influenzata dalla tradizione siro-orientale e quella latina. È celebrata prevalentemente in arabo.

Con le 10 diocesi (circa 770 parrocchie) e altre sette giurisdizioni nel medio oriente la chiesa maronita è la più grande chiesa del Libano rappresentando il 37% dei cristiani e il 17% della popolazione nazionale. Possiede una forte diaspora in diversi paesi del Nord e sud America e in Australia. Il patriarca di Antiochia dei maroniti con la sede in Bkerke vicino a Beirut estende la giurisdizione su circa 3.200.000 cristiani.








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