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In Dialogo il Teologo Risponde
a cura della Facoltà Teologica dell'Italia Centrale

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Perché nella liturgia molte espressioni sono al singolare?

Perché non si dice: «non siamo degni di partecipare alla tua mensa, ma di’ soltanto una parola e noi saremo salvati»? (Io sbaglio se dico così? Quando lo dico mi sento felice. Quando lo dico al singolare mi prende la tristezza. Non siamo lì per sostenerci e incoraggiarsi ?) Può darsi che qualcuno abbia dei rimorsi più o meno pesanti degli altri, ma penso che in ogni caso, ognuno si sentirebbe più sollevato sentendo la comunione degli altri.


Alberto Malvaldi


Risponde padre Valerio Mauro, docente di Teologia Sacramentaria



La domanda del lettore esprime un atteggiamento di singolare partecipazione al rito eucaristico. Fa trasparire un sentimento di comunione con i fratelli che vivono la celebrazione e trova nel piccolo cambiamento delle parole proposte dalla liturgia una dimensione più autentica e vicina a quanto la celebrazione stessa invita a vivere. Tuttavia, nel passaggio dal singolare al plurale abbiamo pur sempre una mutazione di quanto il rito chiede di pronunciare e vivere. Cerchiamo allora di comprendere meglio il senso della liturgia nella linea di quella partecipazione attiva del popolo di Dio che è richiesto da tempo dal rinnovamento inaugurato dal Magistero del Concilio Ecumenico Vaticano II.

La Sacrosanctum Concilium, costituzione sulla sacra liturgia, dopo aver messo in evidenza che «la liturgia è il culmine verso cui tende la vita della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua forza spirituale» (SC 10), chiede ai pastori di «vigilare affinché nell’azione liturgica non solo siano osservate le leggi per la validità e lecita celebrazione, ma che i fedeli vi prendano parte consapevolmente, attivamente e fruttuosamente» (SC 11). E certamente la conoscenza del senso dei gesti e delle parole previste dal rito liturgico aiuta molto in questa partecipazione consapevole e attiva, rendendola sempre più fruttuosa.

Per rispondere al nostro lettore mi soffermo su due riflessioni, una più generale, l’altra più specifica. La liturgia alterna frasi al singolare e al plurale, ma il senso dei gesti e delle acclamazioni resta sempre quello di una parteciapzione comunitaria. Per esempio, dopo le parole di Gesù pronunciate sul pane e sul vino e l’espressione «Mistero della fede», l’acclamazione dell’assemblea è al plurale: «Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta». Da notare che questa acclamazione riprende il testo paolino di 1Cor 11,26, ampliandolo e modificandolo dalla seconda persona plurale alla prima, sempre al plurale. In altre occasioni si parla insieme al singolare, pur avendosi una manifestazione comunitaria di fede. Così è nella recita del Credo: «Credo in un solo Dio,…». Così è pure nell’atto penitenziale all’inizio della Messa: «Confesso a Dio onnipotente e a voi fratelli…».

L’idea di fondo è che la liturgia costituisce sempre una preghiera del popolo di Dio, sia nelle sue espressioni al singolare che al plurale. Nella precisazione di ogni espressione liturgica, dai testi propri del sacerdote alle acclamazioni del popolo, dai canti fino ai gesti e atteggiamenti del corpo, l’attenzione della Chiesa è rivolta a custodire il senso di questa «opera di Cristo sacerdote e del suo corpo, che è la Chiesa… azione sacra per eccellenza» (SC 7).

Nel caso specifico della domanda, l’acclamazione che siamo invitati a dire, sia il sacerdote che presiede che il resto del popolo di Dio è tratta da un preciso episodio evangelico. Il testo principe della liturgia eucaristica resta sempre quello latino. E qui bisogna ricordare come il rinnovamento conciliare della liturgia non abbia escluso la lingua latina, perché non si tratta solo di una questione di traduzione in volgare, ma di un completo rinnovamento dei riti. Forse non tutti sanno o si rendono conto che si può dire tranquillamente la Messa in latino, secondo il rito del Messale promulgato da papa Paolo VI e che abbiamo ancora in uso come forma tipica. Nell’ottica del rinnovamento conciliare, motivi pastorali fanno celebrare la Messa nelle lingue del popolo, attraverso le traduzioni fatte dalle Conferenze Episcopali e approvate dalla Congregazione romana per la liturgia. Ora nella forma tipica latina le parole suonano così, tradotte letteralmente: «Signore, non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma dì soltanto una parola e l’anima mia sarà salvata». La frase è una citazione letterale di Mt 8,8: sono le parole che il centurione rivolge a Gesù, non appena il Signore gli aveva detto che sarebbe venuto a casa sua per guarire il suo servo malato. È una delle più grandi manifestazioni di fede che troviamo nel Vangelo, come lo stesso Gesù riconosce. Per questo la liturgia la prende, mantenendola nella sua espressione singolare, proprio per mantenere questo riferimento evangelico alla fede del centurione. Davanti alla comunione che stiamo per ricevere, ci vengono poste sulla bocca le parole di quest’uomo. La traduzione della Conferenza Episcopale Italiana ha preferito dare un riferimento più diretto alla partecipazione al banchetto eucaristico: «Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa».

Si mantiene il singolare perché ognuno di noi è responsabile della propria partecipazione all’Eucaristia, come scrive Paolo ai Corinti nel brano citato sopra (cf 1Cor 11,28). Suppongo che il singolare sia stato mantenuto sia perché indicato dall’esortazione di Paolo sia per l’origine evangelica dell’acclamazione: la consapevolezza che stiamo per avere un incontro personale con il Signore. Tuttavia, come ho cercato di mostrare sopra, ogni espressione liturgica, formulata sia al singolare che al plurale, ha sempre un valore ecclesiale. Pur concedendo al lettore tutta la mia comprensione e apprezzando il suo intento, credo che sia sempre meglio attenersi alle parole e ai gesti indicati dalla liturgia. Comprendendoli e modificandoli quando è permesso dalla liturgia stessa, potremo viverla in maniera sempre più fruttuosa.



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