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In Dialogo il Teologo Risponde
a cura della Facoltà Teologica dell'Italia Centrale


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Gesù salva anche chi è vissuto prima di lui?



Ho letto di recente, in un libro di Margherita Hack, che tra le sue critiche alla religione cattolica c’è anche quella che, se Gesù è venuto sulla Terra per la salvezza degli uomini, il suo sacrificio non varrebbe per chi è vissuto prima della sua nascita. Milioni di persone che non hanno potuto conoscere il messaggio di Cristo: questa, secondo Margherita Hack, sarebbe una profonda ingiustizia che prova l’assurdità delle teorie cristiane. Confesso che la cosa mi ha fatto sorridere, però non saprei nemmeno articolare bene una risposta precisa. Cosa dice su questo punto la teologia?


Paola Vatterini


Risponde padre Giovanni Roncari, docente di Storia della Chiesa




La critica che la Signora Margherita Hack rivolge al cristianesimo è in realtà molto più antica, e non è certo una novità, anzi è una delle prime critiche-domande rivolte al cristianesimo rissunte in un interrogativo che attraversa i primi secoli cristiani: cur tam sero? Perchè tanto tardi? Ed è anche la conseguenza della realtà storica di Gesù e della sua morte. Se è un fatto storico, e non una vaga leggenda («c’era una volta...»), vi è necessariamente un prima e un poi. I primi cristiani non hanno eluso questa domanda che non dimostra affatto l’assurdità del cristianesimo, ma piuttosto la sua provvidenziale complessità.

Fin dagli inizi l’evento Cristo è stato compreso con valenza universale, prima di tutto proiettato verso il futuro: il cristianesimo non è un fatto interno all’ebraismo, anche se storicamente ne costituisce la culla, ma interessa tutti gli uomini. Non solo verso il futuro però, ma anche con lo sguardo verso il passato. L’evento Cristo è cosmico e riguarda l’umanità come tale. Secondo il Nuovo Testamento la redenzione non è un mito gnostico, ma si concretizza in un evento storico, poichè la storia è il terreno degli uomini («patì sotto Ponzio Pilato...») evento che rivela il progetto salvifico di Dio che inizia nella creazione e tende alla «ricapitolazione di tutte le cose in Cristo» (Ef.1,10) quando Egli «tornerà nella gloria per giudicare i vivi e i morti».

Questo progetto divino si è rivelato solo ora, cioè con il Cristo storico, o in qualche modo si è fatto conoscere anche prima, sia pure in forma incompleta? E gli uomini vissuti prima di Cristo ne sono stati in qualche modo partecipi?

Gli antichi padri ebrei ne erano senz’altro partecipi. L’Antico testamento viene reinterpretato alla luce di questo piano divino. È quanto leggiamo negli Atti degli Apostoli nel discorso di Pietro, di Stefano, di Paolo ad Antiochia di Pisidia. Come Adamo è esemplare per tutti gli uomini, così lo è Cristo risorto: «Poichè, se per un uomo venne la morte, per un uomo c’è anche la resurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo così tutti saranno vivificati in Cristo» (1Cor.22). E inizia anche una lettura positiva dell’atteggiamento religioso dei non ebrei: Paolo all’areopago di Atene.

Questo cammino, pieno di se e di ma, continua nella letteratura cristiana antica. È necessaria una precisazione: questi autori non parlano di una positività delle religioni non cristiane, che anzi vengono respinte, ma della presenza di elementi validi nella vita e filosofia dei pagani come segno di una presenza già attiva di Cristo nella storia: è la teoria dei «semina verbi» i semi, cioè di quel Verbo che matureranno nella pienezza dei tempi. Ascoltiamo uno dei primi padri apologisti del cristianesimo, san Giustino: «Ci è stato insegnato che Cristo è il primogenito di Dio, e abbiamo già dimostrato che egli è il logos di cui fu partecipe tutto il genere umano. E coloro che vissero secondo il logos sono cristiani, anche se furono giudicati atei, come tra i Greci, Socrate ed Eraclito e altri come loro ... cosicchè anche coloro che erano nati prima ed erano vissuti non secondo il logos, furono malvagi e nemici di Cristo e uccisori di quanti vivevano secondo il logos: quanti invece sono vissuti e vivono secondo il logos, sono cristiani impavidi e imperturbabili». (Prima Apologia, n.46). Per Giustino vivere secondo il logos significa vivere secondo ragionevolezza e coscienza poiche queste sono riflesso del Logos eterno, che è Cristo, rivelazione del Padre.

La dottrina teologica dei «semina verbi», fondata nella sacra Scrittura, ha avuto una lunga storia, da sant’Agostino al Vaticano II, di cui in questa sede non possiamo certo parlare, ma che insegna a scoprire positivamente sia nella storia che nella natura i «segni» della presenza di Cristo: Una lettura tutt’altro che semplice e facile, anzi piena di difficoltà (pericolo di sottovalutare la novità di Cristo, del relativismo religioso, della necessità delle evangelizzazione..), ma affascinante e che rende i cristiani consapevoli che l’evento Cristo è più grande di ogni sua concretizzazione storica. Egli è davvero l’Alfa e l’Omega, il Principio e la Fine ...a Lui appartengono i secoli (Veglia Pasquale).

La fede della Chiesa nella salvezza universale di Cristo è espressa anche in un articolo del credo apostolico (quello usato dal Catechismo della Chiesa Cattolica) quando professa «...discese agli inferi...» La frase si riferisce prima di tutto alla morte «reale» di Gesù che come ogni uomo mortale scende negli inferi secondo l’immagine usata dagli antichi. Ma vi scese come vincitore della morte (liturgia del sabato santo) per liberare tutti coloro che avevano sperato in lui, anche senza conoscerlo, vivendo con bontà e onestà. L’espressione «scendere agli inferi» che può evocare immagini legate a miti pagani (Enea che scende nell’ade...) deve essere ben capita. La sacra Scrittura usa immagini legare alla cultura del tempo che vanno, come si usa dire, decodificate, per prenderne il vero messaggio: Cristo nella sua resurrezione supera le categorie del tempo e dello spazio e consente a «tutti» i figli di Adamo di diventare figli di Dio: «Cristo, dunque è disceso nella profondità della morte affinchè i morti udissero la voce del Figlio di Dio» (Gv.5,25) e ascoltandola vivessero: Gesù, l’autore della vita ha ridotto all’impotenza mediante la morte, colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, liberando così tutti quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita. (Catechismo della Chiesa Cattolica, 635).






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