Nella liturgia
del Venerdì Santo è prevista anche la Comunione?
Nella
nostra parrocchia da qualche anno a questa parte
il Venerdì Santo non ci si comunica. Il nostro
parroco ci ha sempre abituati a ricevere
lEucarestia, al contrario il vice parroco
sostiene che il corpo di Gesù non è disponibile
perché «morto». Siamo confuse. Vorremmo
chiarimenti a riguardo.
Lettera firmata
Risponde padre Giovanni Roncari, docente di
storia della Chiesa
Il
triduo pasquale della passione, morte e
resurrezione del Signore costituisce la fonte e
il vertice di tutto lanno liturgico. Non
meraviglia che la settimana santa o settimana
maggiore come veniva chiamata negli antichi libri
liturgici sia la più ricca di celebrazioni e che,
durante la storia, abbia subito molte
trasformazioni, arricchimenti e anche
complicazioni pur mantenendo sempre il nucleo
fondamentale celebrante listituzione della
Eucarestia (giovedì santo), la morte del Signore
(venerdì santo), la resurrezione (veglia
pasquale sia pure nel mutamento di orario: notte,
mattina del sabato santo...)
E una storia davvero complessa e
interessante, qui possiamo solo accennarla.
Per quanto riguarda il venerdì santo, possiamo
così riassumerla. Nelle liturgie occidentali si
evolve una celebrazione con tre elementi
fondamentali: liturgia della Parola,
ladorazione della Croce, la liturgia dei
Presantificati, cioè la comunione con
leucarestia consacrata (presantificata)
nella Messa del giovedì santo. Intorno a questi
tre essenziali momenti si sviluppano tanti
simboli, riti, preghiere che arricchiscono e
anche appesantiscono tutta la celebrazione. Sono
elementi senza dubbio positivi la solenne
preghiera dei fedeli (per tanti secoli
lunica rimasta nella liturgia romana), il
progressivo scoprimento della croce accompagnato
dallinvito a rivolgere lo sguardo verso la
croce alla quale è appesa la salvezza del mondo
ecc..Più complicata e controversa è invece la
liturgia eucaristica che pur non essendo una
Messa in senso proprio, ne assume, quasi, le
forme celebrative.
Nei primi secoli cristiani nei tempi penitenziali
della quaresima non si celebrava la Messa, ma si
faceva la comunione con leucarestia
consacrata la domenica precedente accompagnandola
da letture e preghiere: era la messa,
impropriamente chiamata così, dei Presantificati.
Il termine si riferisce al pane e al vino
consacrati precedentemente. Il venerdì santo non
veniva fatta la comunione per sottolineare il
lutto della chiesa per la morte del suo Signore.
Però con landar del tempo (VII-VIII secolo)
si iniziò a fare la comunione anche il venerdì
santo come momento di fede e adorazione per il
corpo consegnato per noi. Questo uso, tuttavia,
non fu nè generale nè da tutti condiviso.
Addirittura nel 1622 la Congregazione dei Riti
della curia romana (lantenata della attuale
Congregazione del Culto Divino) vietò la
comunione ai fedeli nel venerdì santo.
Per diversi secoli, dal basso medioevo fino alla
riforma di Pio XII nel 1955, la liturgia
eucaristica del venerdì santo si svolgeva in
questo modo: nella messa in coena Domini del
giovedì santo venivano consacrate due ostie
grandi, una delle quali veniva messa in un calice
e, al termine della celebrazione, portata
solennemente ad un altare riccamente adornato (quello
che impropriamente veniva chiamato sepolcro) e
serviva per la comunione per il solo celebrante
nel venerdì santo, durante una celebrazione che
imitava la Messa: incensazione dellaltare,
lavanda delle mani, invito orate fratres, quindi
saltando tutto il canone, recita del Padre nostro,
con le preghiere annesse, e finalmente la
comunione del solo celebrante. Si aveva
limpressione di qualcosa di artificioso e
complicato.
Nella riforma della settimana santa, Pio XII
semplificò decisamente questa celebrazione,
eliminando tutto ciò che poteva far ricordare
una messa e riducendola alla comunione, preceduta
dalla recita del Padre Nostro, estendendola però
a tutti i partecipanti perchè: «partecipando
alla comunione di quel Corpo che oggi per tutti
viene consegnato, ricevano più abbonandati
frutti della redenzione» (Decreto Generale sulla
Settimana Santa, n.47, Roma 1955)
La riforma liturgica post-conciliare ha
sostanzialmente confermato, per quanto riguarda
la comunione, la riforma di Pio XII, anche negli
aspetti celebrativi.
Ma non mancano situazioni diverse: per rimanere
in Occidente, la liturgia ambrosiana (Milano) non
prevede la comunione il venerdì santo: Anche in
Spagna non viene distribuita la comunione in
questo specialissimo giorno. La motivazione è
quella cara alla antichità cristiana: il giorno
di digiuno e di lutto. Non si tratta affatto che
il corpo del Signore non è disponibile perché
è morto. Lespressione è assolutamente
impropria: leucarestia è
lattualizzazione per noi del mistero
pasquale del Signore morto e risorto. Ma, credo,
queste parole siano solo un malinteso.
La storia ci insegna che non esistono motivi
assolutamente decisivi per luna o laltra
prassi liturgica: se ricevere o no
leucarestia. È, mi sembra, una questione
di sensibiltà spirituale e liturgica, che ha
motivazioni valide nelluno e
nellaltro caso. Forse, allora, il discorso
va spostato su altre considerazioni che mi
sembrano non meno importanti. Il singolo
celebrante non deve imporre ai fedeli
partecipanti e in qualche misura concelebranti,
le proprie personali idee o sensibilità
spirituali e liturgiche, ma deve celebrare in
comunione con tutta la chiesa attraverso lo
strumento del libro liturgico, letto e
attualizzato in modo pastoralmente valido. Per
quanto riguarda la comunione, se farla o no, non
rientra in quei legittimi adattamenti che lo
stesso messale prevede o consiglia. «Si rispetti
religiosamente e fedelmente la struttura
dellazione liturgica della passione del
Signore (liturgia della Parola, adorazione della
croce e santa comunione), che proviene dalla
antica tradizione della Chiesa. A nessuno è
lecito apportarvi cambiamenti di proprio
arbitrio». (cfr. Preparazione e celebrazione
delle feste pasquali, della Congregazione per il
Culto Divino, Roma 1988, n.64)
|