Erano undici o
dodici gli apostoli ai quali è apparso il
Risorto?
Nel
versetto 5 cp. 15 di I Corinti si parla di
«Gesù... apparso a Cefa e quindi ai Dodici».
Vorrei una spiegazione teologica: perché si
parla di dodici Apostoli e non di undici come
erano in realtà? Giuda Iscariota non cera
più e ancora non era stato eletto Mattia a
sostituirlo. In altri documenti, vedi Atti 1,13
ci sono anche i nomi degli undici (non dodici)
Apostoli. In Lc 24,9 ugualmente si citano gli
undici e così via.
Elena
Risponde don Stefano Tarocchi, Preside della
Facoltà Teologica e docente di Teologia biblica
«Vi
ho trasmesso, anzitutto, quello che anchio
ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri
peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è
risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture,
e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In
seguito apparve a più di cinquecento fratelli in
una sola volta: la maggior parte di essi vive
ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve
a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo
fra tutti apparve anche a me
» (1 Cor 15,3-8).
Il testo cui la domanda si riferisce, tratto
dalla prima lettera di Paolo alla comunità di
Corinto, contiene una delle più antiche
confessioni di fede sulla risurrezione di Gesù,
come troviamo anche in Rom 1,3-4: «il Vangelo
riguardo al Figlio suo, nato dalla stirpe
di Davide secondo la carne, costituito Figlio di
Dio con potenza secondo lo Spirito di
santificazione mediante la risurrezione dai morti,
Gesù Cristo, nostro Signore».
Entrambi i testi riferiscono uno stadio della
tradizione precedente allapostolo, come lui
stesso dichiara espressamente: «Vi ho trasmesso,
anzitutto, quello che anchio ho ricevuto»
(1 Cor 15,3), e riguardo allEucaristia:
«Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che
a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù,
nella notte in cui veniva tradito, prese del pane...»
(1 Cor 11,23). I verbi che qui sono usati («trasmettere»
- «ricevere») richiamano quelli usati nella
tradizione rabbinica, quando un maestro
consegnava oralmente al suo discepolo ciò che
egli sapeva per via di unanaloga
trasmissione.
Quanto allinsegnamento sulla risurrezione,
ci si è interrogati se originariamente non fosse
addirittura formulato nella lingua aramaica, o
direttamente in quella greca, così come Paolo lo
accoglie nel suo scritto, facendolo proprio.
Lipotesi migliore sembra la seconda, e ci
riporta alla chiesa di Antiochia, in cui Paolo è
presente dagli inizi degli anni 40 dellera
cristiana. La formula, tuttavia, è certamente
più antica: si può dire che risale fino al
decennio precedente, praticamente
allindomani della stessa risurrezione di
Gesù.
La frase è costituita da quattro verbi:
«morì», «fu sepolto», «è risuscitato il
terzo giorno», «apparve», ma solo il primo e
il terzo sono fondamentali nellannuncio.
Gli altri due verbi sono le conseguenze del
centro dellavvenimento: «Colui che è
morto è stato risuscitato». E soprattutto, la
sua morte è avvenuta «per i nostri peccati»,
come compimento delle Scritture (affermato due
volte!).
Quanto alle manifestazioni del Risorto, ossia i
momenti in cui i discepoli percepiscono
lavvenuta novità di vita, operata su Gesù,
esse sono consegnate alla nostra fede. La
lettrice giustamente avverte la difficoltà di
interpretare il fatto che, mentre in 1 Corinzi si
parla di «Dodici», di fatto dopo la
risurrezione i discepoli sono soltanto undici,
come affermano il vangelo di Luca e il libro
degli Atti. Così leggiamo che le donne ritornate
dal sepolcro «annunziarono tutto questo agli
Undici e a tutti gli altri» (Lc 24,9), e i due
discepoli di Emmaus «partirono senzindugio
e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono
riuniti gli Undici e gli altri che erano con
loro» (Lc 24,33). Così Mattia «fu associato
agli undici apostoli» (At 1,26), i cui nomi
sappiamo dalla lista di At 1,13.
Per la verità, questo particolare non sembra
importante nelle manifestazioni di Gesù
raccontate nel vangelo di Giovanni (Gv 20,18.19.26).
Si parla solo di alcuni «discepoli»
nellepisodio del mare di Galilea (cf. Gv 21,1-2.14).
Cè però un dettaglio, che potrebbe far
luce sullintera questione: quando parla di
Tommaso, il Vangelo di Giovanni dice: «uno dei
Dodici, chiamato Dìdimo» (Gv 20,24; cf. 20,26;
21,2), senza preoccuparsi della sorte di Giuda
dopo la passione.
Si può allora affermare che, anche nella lettera
ai Corinzi, il numero Dodici, abbia un contenuto
che va oltre il significato indicato dalla
semplice cifra. Per essere precisi, in alcune
tradizioni testuali della lettera di Paolo (dal V
secolo in poi), i copisti tentarono di
armonizzare lapparente incoerenza,
sostituendo «dodici» con «undici», ma senza
reale necessità. Infatti, il numero Dodici
indica qualcosa che richiama la scelta di Gesù,
dal «valore ideale e quasi sacrale,
intoccabile» (R. Penna): per cui prima si parla
di Pietro da solo («apparve a Cefa») e quindi
dei «Dodici».
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