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In Dialogo il Teologo Risponde
a cura della Facoltà Teologica dell'Italia Centrale




Il Vangelo ci invita a perdonare. Cosa fare quando non ci riusciamo?

Nel Vangelo di Matteo (18-22) si trova la famosa domanda rivolta da Pietro a Gesù che dice: Signore quante volte dovrò perdonare mio fratello se pecca contro di me? Fino a sette volte? E Gesù gli risponde chiaramente: «Non ti dico fino a sette ma fino a settanta volte sette».

Quindi bisogna perdonare sempre, come ha fatto Gesù che arrivò a perdonare il ladrone sulla croce portandolo con sé in paradiso o come fece San Giovanni Paolo II quando incontrò il suo attentatore turco Mehmet Ali Agca dimostrando un grande coraggio e dando un grande esempio a tutta l’umanità. La cosa però non sempre riesce facile.

La domanda che le faccio è questa: se fra due persone c’è incompatibilità o se si subisce un torto troppo grande e persino grave e non ci viene di perdonare vuol dire che non siamo buoni cristiani/cattolici al punto che non godremo mai della Luce del Signore?



Risponde don Gianni Cioli, docente di Teologia morale alla facoltà teologica dlel'Italia centrale.

La disposizione al perdono, al riconciliarsi usando misericordia è senz’altro una delle richieste essenziali per l’esistenza cristiana. Sebbene attraversi tutta la Sacra Scrittura, è esplicitamente indicata nei testi evangelici come uno dei segni dell’autenticità della sequela e dell’imitazione di Gesù (Lc 23,34) e del Padre suo (Lc 6,36), ovvero della radicalità evangelica (Mt 5,24; 18,21-22). In particolare nel Vangelo di Matteo, la disponibilità a perdonare «di cuore, ciascuno al proprio fratello» (Mt 18,35), è presentata come la condizione necessaria per ottenere il perdono del Padre celeste, o meglio, per mantenere viva la grazia del perdono ricevuto, come ci illustra con efficacia la nota parabola del servo spietato (Mt 18,23-35).

Sarebbe tuttavia un errore intendere in chiave legalista e rigorista il dovere cristiano di perdonare. Una lettura legalista delle richieste di radicalità evangelica poste da Gesù potrebbe condurre facilmente alla disperazione. Piuttosto, sono da intendersi come una chiamata alla libertà e un’esortazione a mettersi, per così dire, in cammino. Il recente magistero morale della Chiesa insiste giustamente sulla necessità di considerare e mettere in atto la «legge della gradualità», secondo la formula usata da Giovanni Paolo II: «la cosiddetta “legge della gradualità”, o cammino graduale, non può identificarsi con la “gradualità della legge”, come se ci fossero vari gradi e varie forme di precetto nella legge divina per uomini e situazioni diverse». (cf. Familiaris consortio 34; Amoris laetitia 295). Anche le esigenze evangeliche relative al perdono possono, a mio avviso, essere collocate in questa prospettiva. Che cosa intendo dire?

Date le difficoltà che talora s’incontrano nel concedere il perdono secondo la richiesta evangelica, è fin troppo facile indurire il cuore convincendosi che sia giusto non concederlo perché in quel caso specifico la richiesta del Signore non sarebbe da considerarsi vincolante. Tuttavia, agendo in tal modo si finirebbe con l’applicare la cosiddetta «gradualità della legge», dalla quale il magistero della chiesa mette espressamente in guardia. Bisogna piuttosto prendere atto con umiltà della nostra incapacità e, riconoscendovi coraggiosamente un’occasione di conversione, pregare sinceramente il Signore di guarire il nostro cuore, attendendo con speranza l’aiuto di Dio e tentando tutti i passi possibili, per esempio quello di pregare per le persone che ci hanno ferito nonostante non si riesca ancora a perdonarle appieno. Questo può essere un esempio concreto di che cosa significa «legge della gradualità».

D’altra parte, il lavoro del perdono è qualcosa di simile all’elaborazione di un lutto, perché un torto subito è, in fondo, qualcosa di analogo all’esperienza di una morte. Un’ingiustizia o un’offesa sono vissute di fatto come perdite, e in quanto tali sono, per così dire, presagi della perdita radicale che è la morte. Come nel caso del lutto, per riguadagnare la salute interiore è necessario superare il vuoto creato dalla perdita e guardare oltre. Per noi cristiani, ciò dovrebbe avvenire nella certezza che il Signore, con la sua morte in croce e la sua risurrezione, ha vinto ogni morte, ogni ingiustizia e ogni offesa. Tuttavia, anche per i cristiani questa elaborazione comporta nella maggior parte dei casi un tempo «fisiologico» e un lavoro paziente. Certo, ci sono persone che, come Gesù, sono capaci per grazia di Dio di perdonare immediatamente, senza attese ed elaborazioni, torti anche atroci come l’uccisione di un congiunto, per fare un esempio estremo.

La santità esiste, ed è bello e consolante vederla all’opera. Ma di fronte a delitti e abusi gravissimi si dovrebbe avere rispetto per il «lavoro del lutto» di chi li ha subiti, senza che questo significhi rinunciare, in prospettiva, alla radicalità delle richieste del vangelo, perché il perdono, certo, fa bene a chi ha commesso il torto, ma fa ancor più bene a chi lo ha subito. Talvolta i giornalisti banalizzano il mistero del perdono quando, ad esempio, chiedono ai congiunti delle vittime di un delitto o di un grave abuso se sono disposti a perdonare. C’è stato un periodo in cui questa banalizzazione avveniva di frequente: nei telegiornali era quasi un luogo comune. Il perdono è una cosa tanto importante e preziosa, e non dovrebbe mai essere banalizzato.

Del resto, nel caso di delitti e gravi abusi, praticare il perdono cristiano non significa rinunciare all’idea che il colpevole debba rendere conto anche alla giustizia umana. Nel caso della pedofilia nel clero, ad esempio, non si può disattendere la misericordia verso le vittime, e quindi l’ascolto della loro indignazione, la loro pretesa di giustizia, e anche il rispetto della loro fatica a perdonare, facendo banalmente leva sulla dovuta misericordia verso il peccatore che ha sbagliato. In certi casi, più che saper perdonare la chiesa dovrebbe saper chiedere perdono, come del resto, in tempi recenti, spesso ha fatto.




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