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In Dialogo il Teologo Risponde
a cura della Facoltà Teologica dell'Italia Centrale


 


L’inferno esiste?

«Morte, giudizio, inferno e Paradiso», i quattro «novissimi», cioè «ultimi» eventi cui l’uomo va incontro al termine della vita. Il cardinale gesuita Carlo Maria Martini ha detto: «Io nutro la speranza che presto o tardi tutti siano redenti. Sono un grande ottimista... La mia speranza che Dio ci accolga tutti, che sia misericordioso, è diventata sempre più forte... D’altra parte, è naturale, non riesco ad immaginare come Hitler o un assassino che ha abusato di bambini possano essere vicini a Dio. Mi riesce più facile pensare che gente simile venga semplicemente annientata». di: Giovanni Manecchia

Risponde padre Athos Turchi, docente di Filosofia alla Facoltà teologica dell'Italia Centrale.


Il Padre Bartolomeo de las Casas nelle sue memorie scrisse anche questo fatto. Hatuey, ultimo capo indigeno di Cuba, era stato testimone degli efferati crimini e violenze che gli spagnoli attuarono per distruggere la popolazione di Cuba. Vinto, fu condannato al rogo. Prima di essere bruciato il Padre Olmedo, francescano, gli chiese se voleva esser battezzato per andare in «paradiso». Hatuey non sapeva cosa fosse, però rispose: Anche gli spagnoli vanno in paradiso? Certamente, affermò P.Olmedo, sì che ci vanno! Hatuey concluse: no, allora non ci voglio andare, preferisco il posto dove non vanno gli spagnoli, non voglio più vedere tanta gente così crudele.

Mi sembra che il tono della domanda più o meno stia in questi termini. Il fatto che questo argomento - l’esistenza dell’inferno - ritorni spesso è segno che non è facile liberarsene, non solo perché, come scrive il lettore, lo dicono Gesù e la Chiesa, ma anche perché è evidente che il senso della vita, che cerchiamo di realizzare nella storia, ha valore se la vita umana ha una prospettiva futura, altrimenti implode nel non senso. Ora se tutti buoni e cattivi, come spera il cardinale Martini, vanno in paradiso… beh il significato non cambia: la vita avrebbe poco senso. O c’è una giustizia, come dice Gesù, o non c’è; se non c’è è inutile stare qui a discutere. Dunque è necessario che vi siano nell’al di là due separati luoghi: il paradiso e l’inferno. Fin qui niente da eccepire.

Ma il problema, dopo la morte, non sta in questi termini, per lo meno spero, sennò sarà una catastrofe immane. Si consideri: Dio ci ha creato e si è incarnato ed è morto in croce per salvarci… poi andiamo nell’al di là e ce lo troviamo davanti col bilancino dove i nostri peccati sono talmente pesi che ci butterebbero subito all’inferno. E allora mi chiedo perché ci ha creati e si è incarnato ed è morto per noi quando quattro peccati sarebbero più forti di tutto il suo amore?

Io immagino la scena diversamente. Dio non vede l’ora che torniamo da lui. Non l’abbiamo fatto in questa vita, lo facciamo nella morte. In quel momento ci sciorina davanti tutti i nostri peccati. Noi tremebondi cerchiamo di giustificarci di fronte all’abisso di disperazione che ci si apre davanti e chiediamo pietà. Lui ci guarda con un sorrisetto benevolo e ci dice: paura eh?!? Ma per riguardo di mio Figlio Gesù straccio l’elenco dei peccati. A questo punto si apre il paradiso e ci dice: vuoi entrare? Ecco il momento formidabile: noi possiamo dire di no! Questo è l’inferno. Siamo noi che rifutiamo Dio e ci allontaniamo per sempre dalla sua presenza come il demonio. Dentro di noi si apre l’inferno della disperazione, dell’odio, del male e il nostro cuore è quella fornace ardente che ci brucia eternamente senza consumarci.

Se invece accettiamo l’invito ed entriamo, il paradiso sta in quell’abbraccio eterno tra noi e Dio che ne consegue, come il padre col figliol prodigo. E in quell’abbraccio d’amore saremo capaci e lieti di abbracciare chiunque ci sia: Nerone, Hitler, Stalin, duci, ducetti e boia vari. Perché l’amore ha per oggetto la salvezza e la comunione con l’altro e non la condanna. Infatti chi ama non guarda il male che c’è nell’altro, ma vuole con tutte le sue forze la salvezza dell’amato.

Il lettore dice: una punizioncina però ci sta bene! Si parla di purgatorio apposta. Colui che non rifiuta Dio passa per il purgatorio, più o meno lacerante e intenso a seconda di ciò che deve smaltire: è l’attesa di Dio, che è a questo punto sommamente amato ma non vicino, che ci purga, come l’attesa dell’amata brucia il cuore del fidanzatino. Il punto che non lascerei perciò è questo: se Dio dà la sua vita per salvarci, non può perderci per una manciata di peccati, a meno che noi - come il fratello del figliol prodigo - non rifiutiamo di entrare in casa.

Dunque anch’io sarei dell’avviso del padre Martini: speriamo di essere tutti abbracciati all’amore di Dio. Se Dio ci ha giudicati alla fine - dopo pene più o meno severe - degni di sé, dobbiamo essere lieti che anche gli aguzzini partecipino dell’amore di Dio. Troppo spaventosamente grande, atroce e orrenda è la lontanza da Dio, e non va desiderata per nessuno!





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