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In Dialogo il Teologo Risponde
a cura della Facoltà Teologica dell'Italia Centrale

Chi ha scritto il «Credo»? E perché ci sono più versioni?


I fedeli recitano ogni domenica nella messa il Credo. Da dove proviene questa formula e perché alcune volte la si recita modificata.

Risponde padre Valerio Mauro, docente di Teologia sacramentaria alla Facoltà teologica dell'Italia centrale.


Il testo, che chiamiamo «Credo» dalla prima parola con cui inizia nella formulazione più abituale, nasce come «espressione simbolica» della fede trasmessa dalla Chiesa e ricevuta dalla persona che chiede di essere battezzata.

Lo diciamo «espressione» in quanto porta a comunicazione quanto si presume vissuto nell’intimo di chi lo pronuncia. La diciamo «simbolica» secondo l’etimologia greca della parola simbolo, mettere insieme, un’azione che unisce, operando un reciproco riconoscimento, nel nostro caso fra la comunità ecclesiale e chi chiede di entrarne a far parte nella fede condivisa. Nel Nuovo Testamento troviamo le primissime espressioni della fede apostolica, in una formulazione molto semplice perché rivolte ad appartenenti al popolo ebraico.

Si chiede il riconoscimento che Gesù è il Cristo, cioè il Messia atteso, e che come tale è stato elevato da Dio, il Padre, alla dimensione divina: «Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso» (cf At 2,36). Secondo un’antichissima variazione testuale, il ministro della regina etiope, sollecitato da Filippo, afferma «io credo che Gesù è il Figlio di Dio» (At 8,37). L’allargamento dell’annuncio evangelico ai pagani, legato alla novità di poter ricevere il battesimo senza entrare a far parte del popolo ebraico, ha condotto a un ampliamento della formulazione in senso uni-trinitario. Aderire a Gesù il Cristo implica l’adesione di fede nell’unico Dio, il Padre del Signore Gesù Cristo, che comunicando lo Spirito ci trasforma e unisce a Lui. Si viene così a strutturare il «credo» o «simbolo» battesimale. La triplice immersione in acqua è collegata con una triplice domanda di adesione nella fede al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo. Una delle ultime tappe dei catecumeni verso il battesimo, che avrebbero ricevuto nella veglia pasquale, era la consegna (traditio) del Credo e la sua restituzione o redditio (la recita a memoria da parte del catecumeno del simbolo della fede di fronte alla comunità riunita). Alla versione responsoriale, in tre domande e risposte, si accompagnarono formulazioni affermative, la principale delle quali venne elaborata dalla Chiesa di Roma, sulla quale si modellarono i simboli delle altre Chiese locali.

Questa espressione di fede della Chiesa di Roma è il «Simbolo apostolico», in dodici frasi che, secondo la tradizione, sarebbero state composte ognuna da uno dei dodici apostoli. Vi allude il lettore, indicandolo come un Credo leggermente diverso, usato nella sua parrocchia in alcuni momenti dell’anno. Così infatti è previsto dall’attuale liturgia. Tornando indietro alla nostra storia, dal IV secolo in Oriente scoppiano le grandi questioni teologiche, dovute ai primi tentativi di interpretare secondo ragione il dato della fede cristiana. I misteri di chi è Gesù, il Cristo, del suo rapporto con l’unico Dio, il Creatore, il senso del dono dello Spirito del Risorto furono investigati razionalmente e con diverse interpretazioni. Di fronte a proposte che semplificavano la complessità della fede ricevuta dagli apostoli, la Chiesa si riunisce in sinodi per concordare il testo più adeguato ad esprimere il mistero della rivelazione cristologica del Dio Uni-trinitario. Nei primi concili ecumenici di Nicea (325) e di Costantinopoli (381) i vescovi elaborano quella formulazione di fede che è giunta fino a noi col nome di «Credo niceno-costantinopolitano», il Credo che recitiamo ogni domenica nella Messa. Il nome fa riferimento all’origine del testo in quei due fondamentali concili, perché presenta leggere differenze rispetto alla formulazione di allora. Nei confronti dei più antichi Credo battesimali, il testo vuole esprimere l’ortodossia (cioè la retta fede) di chi lo recita; l’inserimento nel rito eucaristico divenne segno dell’ortodossia della comunità che celebrava. Dall’Oriente l’uso si estese alle Chiese occidentali, tranne la Chiesa di Roma, perché questa si comprendeva e veniva riconosciuta custode della fede e centro di comunione. Solamente nel 1024, all’interno delle tensioni dell’epoca, l’imperatore Enrico II impose al papa di inserire il Credo nella liturgia della Messa come era ormai uso in tutte le altre comunità.

L’origine del testo, dovuto a preservare il dato di fede da interpretazioni teologiche lontane da noi, spiega l’uso di termini e frasi che oggi possono sembrare ridondanti e oscure. Si spiega anche la mancanza di un qualunque accenno al grande dono dell’Eucaristia perché all’epoca non venne mai messo in discussione. Di fronte a possibili dubbi sulla capacità del linguaggio umano di esprimere il mistero divino, vale la pena ricordare la tradizionale riflessione teologica di san Tommaso d’Aquino, per il quale l’atto del credere non si riferisce a quanto «può essere espresso» ma alla realtà indicata dalle parole umane. Così, in ambedue le formulazioni del Credo professiamo l’inserimento del mistero di Dio attraverso la vita di Gesù di Nazareth, in un preciso momento storico e per questo affermiamo che «patì sotto Ponzio Pilato». Da allora, attraverso il mistero della sua Risurrezione, Cristo si offre in dono ad ogni uomo lungo i tempi, attraverso l’opera dello Spirito nella Chiesa, in attesa di una vita piena e definitiva. Ancora oggi, però, in alcune circostanze come la celebrazione dei sacramenti e durante la solenne veglia di Pasqua, ritorniamo alla formula interrogativa battesimale dei primi tempi, riconoscendo con il nostro «Credo» di avere ricevuto la fede dalla Chiesa, nostra madre nello Spirito.


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