Una divorziata (non
risposata) può fare la madrina alla Cresima?
Mia
figlia, pochi mesi dopo aver avuto un figlio fu
abbandonata dal marito per unaltra donna.
Quando lui chiese il divorzio, pretese che fosse
«consensuale» e mia figlia, nonostante le
proteste, alla fine accettò suo malgrado. Quando
le fu chiesto di fare da madrina a una nipote che
passava a Cresima, il parroco non accettò pur
essendogli stata spiegata la situazione. Nel
frattempo, mia figlia frequenta unaltra
parrocchia dove il parroco, conoscendo la sua
storia, le ha concesso di accostarsi ai
sacramenti e le ha affidato anche incarichi
parrocchiali, elogiandola per non essersi legata
a nessun altro uomo. Da cosa derivano queste
discordanze tra sacerdoti?
(Lettera
firmata)
Risponde
p. Francesco Romano, docente di Diritto Canonico
Abbiamo
già avuto occasione di scrivere in questa
Rubrica su alcune situazioni matrimoniali in
rapporto allammissione al sacramento della
Comunione. Non è il caso di riscrivere quanto è
ancora facilmente consultabile nella Rubrica
dell11 febbraio 2007 («Chi sposa un
divorziato può fare la comunione?», del 24
aprile 2007 («La moglie abbandoinata può fare
la comunione?») e del 4 marzo 2009 («Il
divorziato che non si risposa può fare la
comunione?»).
L'
intervento proposto oggi alla nostra attenzione
si discosta dallabituale cliché di questa
rubrica. Il lettore non chiede aiuto per
risolvere una propria perplessità, ma vorrebbe
strumenti adeguati per far cambiare opinione alla
figlia minore. La situazione nasconde un
possibile e sottile risvolto ironico, come
risulterà alla fine. Persone qualificate, come
quelle di cui è richiesto lintervento,
potrebbero sostenere con efficacia sia la
posizione del lettore che quella contrastante di
sua figlia. Non ce ne dobbiamo stupire. La
teologia è pur sempre un discorso fatto di
parole e con queste, si sa, luomo è capace
di giocare e ribaltare le questioni sul campo.
Non voglio trasformare la mia risposta in un
sofisma, ma occorre riconoscere che la questione
messa sul campo della riflessione si deve
confrontare con il senso dato alle parole
«istituire, istituzione». I termini indicati
sono legati alla realtà sacramentale da molto
tempo. Nei primi secoli con la parola
«istituzione» si voleva dire che i sacramenti
cristiani hanno un singolare rapporto con la vita
e le azioni di Gesù: da lui sono stati donati
alla Chiesa, che li ha celebrati nel tempo.
Lattenzione era rivolta soprattutto nei
confronti del battesimo e delleucaristia,
che la tradizione antica chiamava «sacramenti
maggiori». Nel tempo la riflessione teologica
sui sacramenti è stata elaborata con maggior
precisione, facendo giungere la Chiesa a
«discernere che, tra le sue celebrazioni
liturgiche, ve ne sono sette le quali
costituiscono nel senso proprio del termine,
sacramenti istituiti dal Signore» (Catechismo
della Chiesa Cattolica, n° 1117).
Dal medioevo la parola entra definitivamente nel
vocabolario teologico e del magistero universale.
Si tratta, però, di comprendere cosa si intenda
con questo termine. Il problema era già noto a
san Tommaso dAquino e ai teologi del suo
tempo. Perché in alcuni casi, il rapporto fra
Gesù e i riti sacramentali è deducibile in modo
diretto dalle pagine del Vangelo (come proprio
nei casi del battesimo e delleucaristia).
In altri casi questo rapporto non è altrettanto
evidente. Tanto che i teologi scolastici
cominciarono a distinguere fra «istituzione» e
«promulgazione»: per la confermazione e lunzione
degli infermi, si diceva che erano stati
istituiti da Cristo, ma promulgati dagli apostoli.
Come si intuisce, la discussione di allora si
muoveva in un campo di tenore giuridico. Era la
prospettiva scelta. Oggi si preferisce muoversi
su un terreno più propriamente biblico. Una gran
parte dei teologi contemporanei scelgono di non
interrogarsi sul significato dellistituzione,
perché ritengono che luso del termine
conduca su una strada che non aiuta a comprendere
il senso autentico delle celebrazioni
sacramentali. La parola istituzione, tuttavia, è
ormai entrata nel dato di fede e possiamo ancora
cercare di comprenderla.
La questione posta dal lettore nel suo discutere
con la figlia mette in contrapposizione le figure
di Cristo e della Chiesa. Questo è il punto
delicato che porta la riflessione su un binario
morto. Dobbiamo distinguere, certamente, ma non
separare la vita di Gesù e il suo insegnamento
da come la Chiesa lha raccolto e compreso
nei secoli. In modo particolare bisogna prestare
unattenzione particolare alla comunità
fondamentale della prima Chiesa, dove la presenza
dei Dodici, testimoni oculari del Signore risorto,
ha permesso di costituire quella forma di vita
che è normativa per la Chiesa di ogni tempo e
luogo. Non possiamo conoscere Gesù e la sua
parola se non attraverso la testimonianza che ce
ne ha riportato la Chiesa degli apostoli e che si
trova nella Scrittura del Nuovo Testamento. In
secondo luogo, la Chiesa, animata e guidata dallo
Spirito del Risorto, presente in mezzo ad essa,
cresce nella comprensione delle parole del suo
Signore verso la pienezza della verità del Regno
di Dio.
Cosa vuol dire tutto questo per la questione
dalla quale siamo partiti? Prima di tutto che i
sacramenti sono delle celebrazioni della Chiesa,
che hanno avuto lungo i secoli cambiamenti nella
loro forma rituale, chi più chi meno, ma sempre
sono stati vissuti come celebrazioni della
comunità ecclesiale. In secondo luogo, la Chiesa
stessa non li ritiene una cosa sua, ma un dono
del Signore, radicati nellesperienza umana
di Gesù e nelle sue parole, come le attesta il
Vangelo. La Chiesa custodisce questi doni, in
obbedienza di fede al suo Signore. Nella
celebrazione dei sacramenti possiamo riconoscere
un gesto rituale che significa la dipendenza
fondamentale dalla vita e dalle parole di Gesù.
Questa relazione può essere limpida come quando
la Chiesa prega sul pane e sul vino come Gesù ha
fatto nella sua cena, invitando i discepoli a
ripetere il rito in sua memoria. Altre volte il
rapporto non è così immediato, ma se ne trova
sempre un fondamento nella Scrittura.
La nostra fede, dunque, non ci permette di
separare la volontà e la vita di Cristo
dallagire della Chiesa nella storia.
Possiamo ritenere che con la parola
«istituzione» si indichi il fondamento
cristologico dei riti sacramentali che, però,
trovano forma compiuta solo nella vita della
Chiesa. In fondo, si può dare ragione sia al
padre che alla figlia, purchè non rimangano
chiusi in una posizione che escluda laltra:
i sacramenti della Nuova Alleanza sono sempre
sacramenti di Cristo e della Chiesa.
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