- Cosa sono e
come sono nate le indulgenze?
Attraverso
le indulgenze plenarie, come quelle che il Papa
ha concesso in occasione dellanno Paolino,
la Chiesa rimette le «pene temporali» dei
peccati, già rimessi quanto alla colpa. Vorrei
sapere come sono nate storicamente queste
indulgenze e la loro spiegazione teologica,
ovvero da quale passo della fede nascono.
Massimo Volpe
Risponde p. Valerio Mauro, docente di Teologia
Sacramentaria
Le
indulgenze costituiscono un lato della nostra
fede, collegato al processo di conversione e
perdono dei peccati. La domanda del lettore offre
lopportunità di ripercorrere in rapidi
accenni la loro storia. La nascita delle
indulgenze si radica nellalto medio evo,
quando la chiesa cominciò a vivere sotto una
luce nuova il sacramento della penitenza. Due,
tre secoli prima dellanno mille la
mentalità feudale metteva in evidenza lalleanza
col proprio signore, con i relativi impegni da
soddisfare. Questa visione colora il rapporto
delluomo con Dio e il trapasso culturale
tocca il sacramento della penitenza, dove
acquista peso maggiore lopera di
soddisfazione da compiersi. Dopo la confessione
dei peccati, al penitente era indicata una
precisa e, spesso, faticosa opera penitenziale,
compiuta la quale avrebbe ricevuto
lassoluzione da parte del sacerdote.
Per il nostro tema non interessa tanto la
modalità della procedura, quanto il fatto che,
nella comprensione del sacramento, la parte
principale era vista nellopera penitenziale
da compiere. La penitenza era regolata dai libri
penitenziali, dove per ogni categoria di peccato
si indicavano le opportune opere, da compiersi
per un certo periodo di tempo: per esempio,
digiunare a pane ed acqua per tre anni. Questa
visione aprì la porta ad una soluzione
alternativa, che si diffuse nel tempo: le
compensazione penitenziali. Nellimpossibilità
di compiere la penitenza prevista, il sacerdote
poteva commutarla con delle opere equivalenti, in
genere offerte in denaro oppure preghiere
particolari. Nella mentalità dellepoca,
col peccato era stato infranto il patto con Dio e
un senso di giustizia imponeva di equilibrare il
male compiuto per ricomporre lordine
violato. Quasi naturalmente la commutazione delle
opere penitenziali fu legata ai pellegrinaggi,
che si diffondevano sempre di più, ai grandi
santuari o località di culto (come il santo
Sepolcro a Gerusalemme, le tombe degli apostoli a
Roma, il santuario di san Michele Arcangelo o di
san Giacomo di Compostela).
Nei secoli successivi il sacramento della
penitenza riceve nuove interpretazioni. La
teologia mette in primo piano la dimensione
antropologica del gesto di fede: al primo posto
è ormai la contrizione del cuore, che spinge il
peccatore pentito a mettere davanti al ministro
della chiesa i propri peccati per riceverne
lassoluzione. Lidea di fondo, però,
che aveva fatto sorgere le commutazioni rimane.
La chiesa ha la possibilità di «far
equivalere» determinate preghiere alla fatica di
un cammino penitenziale. Per fare un esempio,
lopera penitenziale della durata di cinque
anni poteva essere alleviata da unindulgenza
calcolata sempre in giorni, mesi o anni. Le
indicazioni temporali delle indulgenze, quindi,
non rappresentano altro che il periodo di
penitenza che si riteneva alleviato.
Quando papa Bonifacio VIII indisse il primo anno
santo nel 1300, lo proclamò un momento di
«grande indulgenza». Si ricollega qui la fede
della Chiesa alla quale accenna il lettore. Nel
sacramento della penitenza sono rimessi i peccati
e il credente ritrova la pace con Dio e con la
Chiesa. In linguaggio giuridico diciamo che è
rimessa la «pena eterna»; restano le cosiddette
«pene temporali», cioè il cammino di
purificazione da compiere. Col peccato è stato
infranto il patto di amicizia con Dio. Il perdono
rimette in comunione, ma la verità
dellamicizia rinnovata chiede di essere
ritrovata in un cammino esistenziale di rinnovata
fedeltà. La storia non può essere cancellata,
né il passato eliminato: il perdono cristiano è
proprio la capacità di includere nellamore
reciproco anche quei gesti di tradimento che sono
stati compiuti e di rileggerli in una nuova luce.
Questo processo richiede un tempo che dipende
dalle singole storie, dal desiderio di ritornare
nellamicizia condivisa, dal dolore per il
tradimento compiuto, espresso in gesti concreti.
Limmagine appena descritta illumina il
concetto giuridico di «pena temporale».
Potremmo dirla il cammino esistenziale di
purificazione che il peccatore pentito e
perdonato deve compiere per ritornare ad una
completa comunione con Dio. In molti casi sarà
una decisiva purificazione dopo la morte a far
terminare questo cammino in modo tale da poter
godere in libertà e apertura del cuore il dono
dellamore trinitario.
La chiesa non è estranea a questo cammino dei
suoi figli. Qui le indulgenze hanno ancora oggi
il loro valore. Si tratta, perciò, di preghiere
compiute in obbedienza di fede con la Chiesa, che
richiede sempre la confessione e la comunione
eucaristica. Per questo legame particolare sono
motivo di purificazione per noi stessi o per un
defunto. La nostra vita ha bisogno di essere
purificata dallamore per le mancanze
vissute nei confronti dello stesso amore. Le
indulgenze, quindi, sono legate strettamente al
sacramento della penitenza e alla sincera
volontà di vivere secondo lamore di Cristo.
La Chiesa non le quantifica più in modo
temporale, ma con estrema semplicità le
distingue in «indulgenza parziale» e
«indulgenza totale», riconoscendo la
possibilità di una purificazione più o meno
completa. Tutto dipende dal nostro cuore e da
quanto desideriamo lasciarci purificare
dallamore di Dio. Come è facile immaginare,
su questa soglia bisogna fermarsi. Solo Dio
scruta i nostri cuori: quanto profonda sia
lindulgenza purificatrice, solo Dio la
conosce e la concede.
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