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In Dialogo il Teologo Risponde
a cura della Facoltà Teologica dell'Italia Centrale


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Dal punto di vista morale fumare è peccato?





Da tanti anni ormai ho il vizio del fumo e non riesco a smettere, forse per mancanza di convinzione. Ultimamente qualcuno mi ha detto che secondo lui fumare è peccato, perché danneggia il nostro corpo e comporta il rischio di gravi malattie. Eppure il mio vecchio parroco fumava. Come stanno le cose?
Alessandro Bianchi


Risponde don Gianni Cioli, docente di Teologia morale


La domanda del lettore è forse meno semplice di quanto possa immediatamente apparire. Non mi risulta che la teologia morale in passato, quando era tendenzialmente centrata sugli atti per stabilire con esattezza che cosa fosse peccato e cosa no, si sia seriamente posta il problema della peccaminosità del fumo. Salvo sviste, le uniche questioni relative all’uso del tabacco reperibili nei vecchi manuali di lingua latina sembrano quelle riguardanti il digiuno eucaristico: se masticare, annusare o fumare tabacco potesse compromettere il digiuno previsto per poter fare la comunione e, in genere, pareva di no (cf. ALfonso Maria De Liguori, Opere morali; D. M. Prummer, Vademecum theologiae moralis).

La mancata attenzione al fumo come problema morale da parte della teologia manualistica post-tridentina è forse in buona parte dovuta al fatto che nei secoli in cui l’abitudine di fumare si è diffusa non si aveva ancora la consapevolezza che il fumo potesse fare particolarmente male. Addirittura talora si pensava che potesse fare bene: ad esempio, se ben ricordo, mio nonno raccontava che da soldato veniva invitato a fumare come misura profilattica contro possibili infezioni alle vie respiratorie.

Nel corso del XX secolo l’esperienza clinica e la ricerca scientifica hanno invece poi dimostrato che in realtà il fumo nuoce gravemente alla salute - a quella di chi fuma e anche a quella degli altri - soprattutto se si fuma molto. Studi recenti confermano che il fumo è particolarmente dannoso in certe condizioni, come in ambienti chiusi e nelle autovetture (Fumare dentro la macchina fa male cento volte di più, «La Repubblica», 16 ottobre 2012). Per questo molti stati hanno emanato negli ultimi anni leggi particolarmente restrittive riguardo al fumo.

Su queste basi testi di etica medica (P. Chaurchard, Farmaci, psicofarmaci e morale) e manuali di bioetica recenti (L. Ciccone, Bioetica. Storia, principi, questioni) hanno posto in evidenza che l’abuso di tabacco può costituire una grave scorrettezza morale.

Per tornare al puntuale quesito del lettore, piuttosto che sul piano del peccato preferirei affrontare la questione sul piano del dovere morale, anche in linea col rinnovamento della teologia morale degli ultimi cinquant’anni che ha spostato l’accento dalla preoccupazione di stabilire il confine fra lecito e illecito alla riflessione circa gli atteggiamenti che possano incarnare al meglio la carità (cf. Optatam totius 16). Il peccato implica, oltre tutto, un coinvolgimento della persona che appare problematico collegare a priori a un determinato atto materiale.

Non è dunque il caso di ritenere che chi fuma commetta di per sé e sempre un peccato, tuttavia, se è vero che il fumo può nuocere gravemente alla salute, credo che anche il semplice buon senso ma soprattutto il senso della carità ci pongano di fronte a una serie di doveri non trascurabili.

Il primo è quello di non danneggiare la salute altrui e, quindi, di evitare di fumare innanzi tutto nei luoghi dove è proibito per legge, cioè negli ambienti pubblici, ma anche nei luoghi privati frequentati da persone e soprattutto dove possono esserci bambini.

Il secondo dovere è quello di non danneggiare la propria salute e di prendersi cura di sé, e questo, se è vero che il fumo è nocivo - sempre ma soprattutto se se ne abusa -, comporterà il dovere di non cominciare a fumare e, se ormai si è fumatori, quello di cercare seriamente di smettere, magari gradualmente se può facilitare le cose, o per lo meno, di fumare meno, evitando comunque luoghi e situazioni in cui il fumo può essere più nocivo come in casa o in macchina.

A questi doveri potremmo aggiungere quello di affrancarsi il più possibile da ogni dipendenza - e quindi dal fumo che notoriamente è una dipendenza insidiosa - per essere sempre più liberi di crescere umanamente e nella vita spirituale. Paradossalmente può darsi che un fumatore accanito possa non essere ritenuto attualmente responsabile, e quindi non imputabile di colpa, se fuma troppo perché la dipendenza limita la sua libertà di scelta, ma è anche vero che tutti quanti abbiamo la responsabilità di prevenire la dipendenza e che si può essere responsabili in causa delle nostre mancanze di piena libertà.

Detto ciò, si deve anche tener presente che non è del tutto scontato presumere una simile responsabilità in chi ha cominciato a fumare da giovanissimo, senza una piena consapevolezza, magari con l’illusione di sentirsi grande ed è scivolato nella dipendenza. Non si deve poi neanche trascurare il fatto che, in chi ha contratto l’abitudine, la sigaretta può essere percepita come un sostegno irrinunciabile per affrontare delicati momenti di concentrazione nello studio e nel lavoro, analogamente al caffè. Si tratta certo di condizionamenti fallaci da cui ci si può affrancare con volontà, pazienza e adeguate terapie - vale sicuramente la pena di farlo e ci si deve provare -, ma è anche vero che liberarsi dal bisogno di fumare non appare immediatamente facile. Più che al confessore direi che ci dovrebbe rivolgere al proprio medico per individuare con lui la migliore strategia di abbandono del fumo: se sia preferibile ad esempio una scelta drastica o graduale e con quali eventuali terapie di sostegno. E dicendo questo non intendo ovviamente relativizzare il valore terapeutico della preghiera e dei sacramenti perché nell’antropologia autenticamente cristiana non vi è un dualismo fra spirito e corpo.

In conclusione non nego che in determinate circostanze la scelta di fumare possa configurarsi anche come peccato, ma non credo che si debba generalizzare, rischiando di ingenerare sensi di colpa e di favorire nevrosi proprio in chi ha già abbastanza problemi. Mi pare invece che si possa ragionevolmente e serenamente prospettare, in maniera articolata, un dovere sintetizzabile in una battuta: è bene fumare meno, smettere del tutto è meglio, non cominciare affatto è meglio ancora.





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