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In Dialogo il Teologo Risponde
a cura della Facoltà Teologica dell'Italia Centrale


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«In parrocchia non abbiamo trovato un percorso di fede adatto a noi»



Sono una battezzata come tante, che vorrebbe condividere con i lettori una sua difficile vicenda di chiesa. Nel 2008 mi sono trasferita assieme a mio marito nella nostra nuova casa e, da buoni cristiani abbiamo deciso di impegnarci e frequentare la parrocchia. Dapprima siamo stati catechisti ed è stata un’esperienza impegnativa e poco gratificante che a dir la verità non ci corrispondeva, anche perché probabilmente non eravamo le persone adatte. Successivamente abbiamo frequentato il gruppo famiglie della parrocchia ma dopo i primi entusiasmi abbiamo capito che anche lì l’esperienza non ci corrispondeva, sia per una fraternità professata ma non vissuta, che si traduceva in dei rapporti umani di pura forma e nessuna sostanza, sia per dei contenuti che, a nostro parere, non sembravano adatti a costruire un percorso di fede strutturato come dovrebbe essere quello del cristiano.
Dopo lunghe riflessioni abbiamo deciso di manifestare queste nostre perplessità ad un superiore della parrocchia il quale ha voluto parlarci non tanto per cercare di capire quello che era successo quanto per «rassicurarci» sulla validità dei percorsi parrocchiali e darci il suo «benestare» alla nostra volontà di allontanarci. E così è stato. Abbiamo trovato altri percorsi, altre realtà che più ci corrispondevano e, in fondo siamo contenti della nostra vita spirituale. In questo si riconosce l’infallibilità della Grazia e della Misericordia di Nostro Signore e veramente si sperimenta che la Chiesa è fondata su Cristo.
Abbiamo poi saputo che la parrocchia sta attraversando un momento difficile di cambiamento, di cui non ci stupiamo. Quello che rimane è una punta di dispiacere e l’amarezza di vedere persone cui si è creduto e cui si è voluto molto bene e che sembravano persone illuminate dall’Amore di Dio che si stanno allontanando sempre più dalla Vera Luce per un cammino incerto e poco fruttuoso in altre direzioni. E se il Maestro diceva di «scuotere la polvere dai sandali» di città che non accettano la Pace del Signore il mio pensiero va a San Domenico, il quale piangeva molte notti e si rattristava per la sorte dei peccatori. A me non resta che pregare per queste persone ed augurarmi che il Signore le illumini di nuovo, ferma restando la mia posizione di distacco da questa realtà che, in questo momento, mi sembra poco conforme agli insegnamenti del Vangelo. - Lettera firmata



Risponde mons. Gilberto Aranci, docente di Teologia pastorale e catechetica


Non entro direttamente in merito alla esperienza raccontata dalla signora anche perché i riferimenti sono molto personali. Tuttavia questa “storia” pone certamente degli interrogativi circa le parrocchie e di come in esse si viva l’esperienza cristiana. Come, cioè, oggi le parrocchie possono rispondere ai bisogni spirituali dei fedeli cristiani. Trovo la risposta a queste domande nelle parole dei vescovi italiani che qualche anno fa (2004) in una Nota pastorale sul volto missionario della parrocchia, rivolsero a tutti, parroci e fedeli. Parole che risuonavano come “obiettivi”, da ripensare e concretizzare nelle forme e nei tempi richiesti dalle varie situazioni. Le riassumo brevemente.

Le parrocchie devono essere luoghi «che sanno accogliere e ascoltare paure e speranze della gente, domande e attese, anche inespresse, e che sanno offrire una coraggiosa testimonianza e un annuncio credibile della verità che è Cristo».

L’iniziazione cristiana dei fanciulli, che ha il suo insostituibile grembo nella parrocchia, ha bisogno di rinnovarsi “coinvolgendo maggiormente le famiglie”; e «per i giovani e gli adulti vanno proposti nuovi e praticabili itinerari per l’iniziazione o la ripresa della vita cristiana».

Al cuore e al vertice della vita parrocchiale deve porsi la domenica, giorno del Signore: «il valore che la domenica ha per l’uomo e lo slancio missionario che da essa si genera prendono forma solo in una celebrazione dell’Eucaristia curata secondo verità e bellezza».

La parrocchia missionaria deve porsi al «servizio della fede delle persone, soprattutto degli adulti, da raggiungere nelle dimensioni degli affetti, del lavoro e del riposo».


Le parrocchie sono chiamate ad assicurare la dimensione popolare della Chiesa, attraverso il legame con il territorio nelle sue concrete e molteplici dimensioni sociali e culturali: «c’è bisogno di parrocchie che siano case aperte a tutti, si prendano cura dei poveri, collaborino con altri soggetti sociali e con le istituzioni, promuovano cultura in questo tempo».

Occorre una pastorale che integri le parrocchie fra di loro: «abbandonando ogni pretesa di autosufficienza, le parrocchie si collegano tra loro, con forme diverse a seconda delle situazioni – dalle unità pastorali alle vicarie o zone –, valorizzando la vita consacrata e i nuovi movimenti».

La parrocchia veramente missionaria «ha bisogno di nuovi protagonisti: una comunità che si sente tutta responsabile del Vangelo, preti più pronti alla collaborazione nell’unico presbiterio e più attenti a promuovere carismi e ministeri, sostenendo la formazione dei laici, con le loro associazioni, anche per la pastorale d’ambiente, e creando spazi di reale partecipazione».

rano obiettivi che i vescovi ponevano alle diverse comunità cristiane, a tutti, fedeli e responsbili diretti, perché si attivasse quel processo di cambiamento in vista del tanto auspicato passaggio da una pastorale di conservazione a una pastorale missionaria. Tutta la nota pastorale, anche a distanza di tempo, dovrebbe diventare un punto di riferimento continuo per la concretizzazione pratica di questo rinnovamento. La mia conclusione è quella dei vescovi italiani che al termine della nota affermavano: «Possono apparire eccessive, e forse anche troppo esigenti, queste attenzioni che riteniamo necessarie per dare un volto missionario alla parrocchia. Esse comportano fatica e difficoltà, però anche la gioia di riscoprire il servizio disinteressato al Vangelo».


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