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In Dialogo il Teologo Risponde
a cura della Facoltà Teologica dell'Italia Centrale


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È vero che l'uomo si è sempre interrogato sul senso della vita?



Ho letto nei giorni scorsi su un inserto di Repubblica un articolo di Umberto Galimberti, filosofo che trovo sempre interessante anche se spesso non concordo con lui. Rispondendo a un lettore che lo interrogava sulla fede e sul senso della vita, rispondeva che il fatto di voler dare un senso all’esistenza è un’esigenza che nasce con la tradizione giudaico-cristiana, secondo cui il tempo ha un’inizio e soprattutto una fine verso la quale tutta la storia è indirizzata, mentre nella tradizione greca (dove la concezione del tempo è circolare) questa ricerca di senso non c’è: l’esistenza è una ruota che gira, semplicemente. È davvero così? Il desiderio di dare un senso alla propria vita non è un’esigenza innata nell’uomo?

Gianni Gabrielli

Risponde padre Athos Turchi, docente di filosofia


Le teorie filosofiche non sono fedi religiose, per cui di fronte alla domanda sul senso della vita si possono dare molte risposte delle quali quella di Galimberti è una. In generale possiamo dividere le risposte filosofiche in due: le teorie che ritengono non esserci alcun senso nell’essere del mondo e perciò anche nell’uomo; le teorie che ritengono che il senso alla vita è dato solo dalle scelte umane, è cioè limitato all’agire umano. Le religioni, e certe filosofie, poi rispondono dicendo che l’uomo è inserito in un mondo che ha una sua verità e un suo progetto datogli da Dio, e se si riesce a conoscere quella verità e viverla è possibile entrare nella vita eterna, perché quella verità una volta vissuta è la stessa vita, come dice Gesù: io sono la verità e la vita.

Chi ha ragione, si chiede il lettore? La risposta è troppo complessa per affrontarla in toto. La complessità dipende dalle angolazioni dalle quali si guarda e si affronta la ricerca sul senso o non senso dell’essere tutto e del mondo. In genere quando si comincia una ricerca è perché abbiamo già una «teoria» in mente, e la ricerca non è nient’altro che il convalidare quanto si pensa. Un materialista vedrà solo materialismo, e un idealista vedrà nel mondo conferma di quanto già pensa. E la realtà, il mondo, per la sua diversità accontenta tutti. Perciò vediamo per esclusione di dire qualcosa.

Supponiamo, seguendo Galimberti, che il mondo non abbia senso alcuno, come indica il tempo circolare e l’eterno ritorno nietzschiano, dunque niente può aver senso, anzi le stesse parole «senso» e «verità» neppure dovrebbero comparire, perché appunto niente ha senso. Allora domandiamoci perché, se niente ha senso, l’uomo guarda caso si chiede che senso ha lui, la sua vita, il ruolo che deve avere nel mondo, che deve fare, quale verità deve attuare, ecc.? Sono domande queste che non potrebbero in alcun modo sorgere, - ripeto - se niente ha senso. Se tutto fosse buio, non solo non ci sarebbe luce alcuna, ma neppure sapremmo di essere al buio perché non essendoci l’opposto (la luce) non potremmo definire o aver coscienza del buio.

Di fronte a questa osservazione Schopenhauer ritenne, giustamente, di migliorare la teoria, affermando che sebbene la realtà non abbia senso, tuttavia l’essere umano, avendo la ragione, si chiede lo stesso sul senso del mondo e di se stesso. Mi sembra che questo si possa concedere, perché ci sta che, sebbene non vi sia senso alcuno, tuttavia possa esservi un ente, l’uomo, che essendo capace di autodeterminazione ricerchi qualche lume indagando il mondo esterno, fino a costruire o fantasticare metafisiche e religioni.

Qui per esclusione, proporrei una posizione "socratica". L’autodeterminazione umana (che senso dare alla propria vita) o c’è o non c’è. Se non c’è, è falso quello che dice Schopenhauer. Se c’è, ciò che l’uomo deve fare (o verità), non può stare là fuori, nel mondo, perché lo abbiamo escluso, perciò dovrà abitare l’interiorità. Dunque: so di non essere, parafrasando il motto socratico. Vuol dire che il criterio di verità di ciò che l’essere è, o che l’uomo vuol essere, se non è fuori se stessi, è dentro se stessi. Se l’essere non ha senso alcuno, là fuori nel mondo non c’è alcuna verità e non può essere lì la risposta. Quindi la verità, o senso dell’essere, abita dentro ciascun uomo quando questi la riconosce o la scopre. L’essere, così, per lo meno nella storia umana, possiede una verità e un senso, che albergano e si disvelano nella coscienza dell’uomo. Anzi l’essere umano sarebbe addirittura il portatore della «verità» dell’essere. Per contrario, allora, è falso che nell’essere vi sia assenza di verità e di senso, perché almeno nell’umanità c’è. Anche da questa angolazione riemerge la verità dell’essere.

L’umanità, insomma, da sempre (checchè ne dica Galimberti) si è domandata e ha richiesto sul senso della sua vita, come rivela l’idea del sacro e la prassi religiosa, da sempre presenti nella storia umana, ancor prima della preistoria (se si può dire così). Il rapporto col sacro è esigenza di senso, di verità, di salvezza. Ma su questo penso che in effetti sia necessario stare all’interno di una religione, perché la salvezza non può venirci dal mondo, ma solo da un Dio, e l’uomo lo comprende benissimo che deve rivolgersi a un Dio. Per capirci: se la salvezza potesse venire dalla conoscenza del mondo, o dalla scienza, Gesù avrebbe dovuto rivelare che il sistema Tolemaico era falso, che la terra è tonda, che il movimento dei corpi non è per natura, ma per gravità, che la velocità della luce è 300.000 km al secondo, che E=mc2. Gesù di tutto ciò non ha detto nulla ma, lo stesso, è lui la verità e la vita. Dunque verità e vita passano all’uomo dal rapporto con Dio, e qui non c’è filosofia che aiuti, ma solo un atto di fede e affidamento alla Parola di Dio.



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