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In Dialogo il Teologo Risponde
a cura della Facoltà Teologica dell'Italia Centrale


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Che differenza c’è tra santi e beati?



La distinzione che fa la Chiesa tra beatificazione e santificazione mi sembra proprio inutile. Un Beato, riconosciuto ufficialmente tale, non è già Santo? Come, del resto, sono Sante, anche se non riconosciute, tutte le persone che, dopo morte, sono accolte in Cielo?

Gian Gabriele Benedetti

Risponde padre Valerio Mauro, docente di Teologia Sacramentaria

Una tradizionale suddivisione della comunione dei santi, che costituisce la Chiesa come popolo di Dio, distingue la Chiesa pellegrina, la nostra condizione nella storia, da quella ormai gloriosa, i santi in cielo, e da quella in uno stato di purificazione, i defunti per cui preghiamo.

La domanda del lettore si inserisce in questa relazione di preghiera che unisce ogni membro del popolo di Dio. In fondo, quando di una persona la Chiesa ne riconosce la santità (per ora usiamo questo termine in senso generico) avviene un passaggio preciso: il nostro rapporto verso quel cristiano o quella cristiana passa da una preghiera per lui o per lei, in suo favore, ad una richiesta di preghiera rivolta a lui o a lei. Certamente l’invito alla preghiera reciproca ha valore per tutti, come ci ricorda l’apostolo Giacomo: «pregate gli uni per gli altri» (Gc 5,16). Abbiamo bisogno di preghiere da parte dei fratelli nella fede durante il nostro cammino verso il Regno di Dio o per la nostra ultima purificazione.

I santi e i beati intercedono per noi, mentre da parte loro sono ormai in una comunione definitiva con Dio, nell’attesa della manifestazione del Signore Gesù Cristo quando ritornerà nella gloria alla risurrezione dei morti. La tradizione ortodossa esprime bene questo passaggio con una liturgia formale, detta glorificazione e distinta in due parti: nella prima si svolge per l’ultima volta una preghiera in favore del defunto, passando poi per la prima volta ad una liturgia nella quale si rivolgono preghiere ufficiali al nuovo santo. L’indomani viene celebrata per la prima volta la Divina Eucaristia durante la quale il santo è onorato come tale, per grazia e a gloria di Dio.

Il culto dei santi, dunque, appartiene ai modi con cui la Chiesa manifesta la sua fede attraverso la preghiera, personale e comunitaria. Come ogni espressione storica della vita ecclesiale ha vissuto cambiamenti e modifiche nel corso dei tempi, ripercorrendo i quali la domanda del lettore riceve una prima chiarificazione. Le prime attestazioni di una preghiera pubblica rivolta a santi sono quelle verso i martiri, legati ad una comunità particolare. Pensiamo alle sante tradizionali come Lucia, Agata, Cecilia oppure agli apostoli, il cui martirio in una città ha dato luogo ad un culto preciso. In modo singolare la morte dei santi Pietro e Paolo a Roma ha deciso per il ruolo ecclesiale unico del vescovo di quella città. In modo parallelo il culto verso la Vergine Maria si lega a manifestazioni particolari in questo o quel luogo. In sintesi, il culto verso i santi nasce legato ad un luogo, ad una comunità locale. Solo col tempo si estende ad altre comunità. I primi santi non martiri dei quali si conosce un culto sono Antonio, padre del monachesimo e Martino di Tours, il primo santo non martire del quale abbiamo un ufficio liturgico.

Il culto pubblico verso un santo o una santa era affidata all’acclamazione popolare oppure ad una decisione episcopale: momento decisivo era la traslazione del corpo presso un altare, che diventava il centro del culto a lui rivolto. Nel medio evo la Chiesa comincia a regolare in modo formale e universale il riconoscimento di un culto liturgico verso i santi. Siamo in periodo di crescente autorità del papa nella Chiesa e assistiamo a vari interventi dei pontefici. Nel XIII secolo Gregorio IX riserva le canonizzazioni al ministero del papa, istituendo il processo per il riconoscimento della santità di un cristiano (Francesco d’Assisi fu il primo per cui si svolse un’investigazione attraverso testimonianze sulla vita e sui miracoli). Nel 1588 Sisto V fonda la Sacra Congregazione dei riti, incaricandola di esaminare le varie candidature al culto pubblico. Con Urbano VIII e Benedetto XVI si elaborarono norme ancora più precise, definendo la distinzione fra beati e santi: il beato gode solamente di un culto pubblico locale, il santo, invece, viene proposto al culto della Chiesa universale.

La distinzione formale fra beato e santo, dunque, non riguarda la loro presenza in cielo, quanto la diffusione del loro culto a livello di una Chiesa locale o della Chiesa universale. Secondo la teologia cattolica, sviluppatasi nel medioevo, nella dichiarazione di santità o «canonizzazione» il pontefice impegna il suo ministero petrino e si pronuncia in modo certo per la nostra fede, proponendo alla Chiesa universale un culto pubblico e legittimo verso quel santo o quella santa. Nel 1983 p. Giovanni Paolo II ha emanato nuove norme, riorganizzando il processo attraverso cui un cristiano possa essere riconosciuto degno di un culto pubblico e quindi canonizzato (Costituzione apostolica Divinus perfectionis magister).

Quando nasce una devozione popolare verso una persona, morta in concetto di santità, si apre un processo diocesano, attraverso cui sono esaminati la sua vita, con l’eroicità delle virtù, i suoi scritti e la devozione popolare verso di lui. Una commissione a parte è incaricata di vagliare il miracolo richiesto per la beatificazione e attribuito all’intercessione del servo di Dio. Un secondo miracolo è richiesto per la canonizzazione.

Alla luce di questo breve excursus storico, possiamo rispondere in sintesi alle domande del lettore. La distinzione fra beato e santo è storicamente legata alla diffusione del suo culto. Ai nostri tempi i termini sono molto più sfumati, anche in ragione alle enormi possibilità di comunicazione. Basta pensare a p. Pio da Pietrelcina, che ha suscitato intorno a sé una devozione universale già prima di essere riconosciuto beato. Tuttavia, un segno liturgico che potrebbe essere importante da conservare è la modalità della proclamazione a beato o santo. La cerimonia di beatificazione può benissimo svolgersi nella città che ha dato luogo al culto popolare, riservando alle cerimonie in san Pietro o all’intervento personale del pontefice le canonizzazioni per il culto universale. Sarebbe una piccola distinzione utile, che darebbe valore alla Chiesa locale dove un santo ha ricevuto la sua formazione cristiana e ha dato esempio fulgido di vita evangelica. Infine, per gli innumerevoli santi sconosciuti, che nel silenzio hanno trascorso una vita cristiana fatta di conversione e fedeltà piena al Vangelo di Cristo, la Chiesa conosce la festa del primo novembre, nella quale onora tutti i santi. E non a caso questa festa precede il ricordo liturgico dei nostri defunti, il due novembre.

Siamo così ritornati al senso profondo del culto dei santi e dei beati, accennato all’inizio del nostro discorso: nella comunione ecclesiale che si manifesta attraverso la preghiera, soprattutto la preghiera liturgica, i santi sono quei nostri compagni di viaggio, verso i quali passiamo dalla preghiera d’intercessione fatta per loro alla preghiera rivolta a loro, perché intercedano presso il Signore di ogni grazia e benedizione.


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