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In Dialogo il Teologo Risponde
a cura della Facoltà Teologica dell'Italia Centrale


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È possibile perdonare se stessi?


All’interno di un seminario di preghiera e catechesi al quale ho partecipato recentemente si è parlato dell’importanza del perdono e di come perdonare gli altri dipenda da un iniziale atto di volontà il quale, con l’aiuto della grazia, può consentirci di arrivare ad un perdono «completo» della persona o delle persone che ci hanno ferito. Nel corso di questo seminario però, come anche in altre precedenti occasioni, si è fatto riferimento alla necessità di perdonare non soltanto gli altri, ma anche se stessi. Tuttavia Pietro (Mt 18, 21), nella famosa domanda, fa riferimento al «fratello» che pecca contro di lui, non a se stesso.

Le chiedo quindi se e quanto trova fondamento nella Scrittura il perdono nei confronti di se stessi, spesso chiamato in causa anche in ambito psicologico. È possibile perdonare se stessi? In che termini l’uomo può perdonare a se stesso? Non si tratta piuttosto di un interiore atteggiamento di accoglienza della misericordia di Dio?

Roberto Fenucci


Risponde padre Athos Turchi, docente di filosofia

Il perdono, nel comportamento umano, è un atto interessante. Intanto sembra che voglia dire: condonare completamente e pienamente (per è intensivo, e donare è condonare). Ne consegue che è un’azione che si rivolge verso altro al quale si condona qualcosa, e questo qualcosa è una qualche colpa, presa qui in senso genericissimo. Nella Bibbia, se non mi sfugge qualcosa, non si trova il perdono di se stessi, ma in primis il perdono è un atto di Dio: «Al Signore, che è il nostro Dio, appartengono la misericordia e il perdono... » (Dan. 9,9), e siccome Dio è il modello supremo dell’essere, dunque lo deve fare anche l’uomo. Nel NT il concetto di perdono è presente più di 140 volte e sempre indica il condono di una qualche offesa ricevuta da parte di altro.

Il passo citato di Daniele suggerisce l’accostamento di due parole: misericordia e perdono. Dio guarda verso l’uomo: misero per il peccato; ne ha pietà: misereor; ne ha compassione dal profondo del cuore: misereor-cordis. Dunque lo perdona. Similmente il perdono umano segue un atto di misericordia. Tengo uniti i due concetti, perché il perdono deriva sempre da una compartecipazione allo stato misero dell’altro, reso tale proprio dalla colpa commessa. L’errore, il peccato, la colpa, l’offesa, o come altro si voglia dire, rendono chi la fa un meschino, un miserabile, un biasimevole, e come tale recriminano il diritto dell’offeso a giudicare e a condannare il colpevole. Si noti: il giudizio verso altro è un atto disumano e grave, perché pone il giudicato come diverso, inferiore, spregevole oggetto. Gesù stesso prende le distanze da questo atto: non son venuto a giudicare, ma a salvare (cf. Gv 3,16-21). E proprio la compassione o misericordia, sospende il giudizio verso l’altro e entra nella sua povera condizione di peccatore. Questo atto ha una forza enorme perché evoca la solidarietà tra uomini, in quanto Dio per primo è solidale con le miserie umane. Dio si lascia commuovere dalla situazione umana e sospende il suo assoluto e legittimo giudizio di condanna, per accedere al perdono. Se si riflette su queste cose si capisce la grandezza morale, spirituale, umana che alberga dentro ogni uomo, quando perdona il suo offensore. In altri termini: quando vengo offeso ho diritto al giudizio e alla vendetta sull’altro, ma in forza di una commozione del cuore (miseri-cordia), riconosco la sua deplorevole situazione, entro nel suo problema e perdonandolo cerco con lui di uscirne. La misericordia è vedere nel fratello che il bene che lui è come essere umano, è più grande delle sue azioni malvagie. Mi pare che in ciò ci sia veramente il gesto di Dio.

Ma veniamo a noi. Si può perdonare allora se stessi? Da quanto detto: no, non possiamo, perché è contraddittorio commettere una colpa contro noi stessi. Però dice s.Paolo «Se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me» (cf. Rm 7,15-20). Questa considerazione ci permette di aggiungere qualcosa. È un dato comune che ciascuno ha capacità di riflessione su se stesso. Quando lo si fa è come se ci sdoppiassimo, e il nostro io diventa oggetto d’indagine. Se poi come dice s.Paolo c’è dentro di noi il «peccato» inteso come un corpo estraneo, allora abbiamo qualche elemento in più per riflettere. Ora è chiaro che non ha senso «perdonare se stessi», ma se con ciò vogliamo dire che nonostante il male che si compie, dentro di noi rimane una larga parte di bene, e se il male che si compie irrompe in noi quasi non voluto, allora in ragione di una dignità dataci dall’essere a immagine di Dio, che mai viene meno, e in ragione del desiderio di un rinnovato cammino nel bene, mi pare che possiamo a volte anche perdonarci il male che non voluto si compie, affinché dentro di noi non muoia la speranza di tornare ad essere salvi e salvati, e degni figli di Dio rigenerati dal battesimo.

Certamente non possiamo, ma, contro ogni disperazione interiore, a volte dobbiamo perdonarci il male che si compie, perché dentro di noi non muoia il desiderio del bene e la speranza di un ritorno alla vita di grazia in Dio.


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