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In Dialogo il Teologo Risponde
a cura della Facoltà Teologica dell'Italia Centrale


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La resurrezione dei morti, una certezza o una speranza?


Nel «Credo» che si pronuncia durante la Messa si dice «…aspetto la resurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà». Nella preghiera eucaristica, invece, il prete dice: «Ricordati dei nostri fratelli, che si sono addormentati nella speranza della risurrezione, e di tutti i defunti che si affidano alla tua clemenza…». Perché in questa seconda preghiera si parla di «speranza»? La resurrezione dei morti non è una certezza?


Gino Galastri


Risponde don Gianni Cioli, docente di Teologia morale


La domanda posta dal lettore è tutt’altro che banale e denota una forma mentis analitica: per il credente le verità di fede sono certezze; oggetto della speranza invece può essere soltanto qualcosa che, per definizione, è incerta. La risurrezione dei morti affermata nel «Credo» come oggetto di attesa è una verità di fede, quindi è una certezza. È dunque improprio definirla anche come oggetto della speranza cristiana?

In realtà già Paolo nella Prima lettera ai Tessalonicesi, forse la più antica attestazione neotestamentaria della convinzione cristiana sulla risurrezione dei morti, sovrappone speranza e fede quando illumina i cristiani sulle tematiche escatologiche: «Non vogliamo, fratelli, lasciarvi nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti, perché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. Noi crediamo infatti che Gesù è morto e risorto; così anche quelli che sono morti, Dio li radunerà per mezzo di Gesù insieme con lui» (1Ts 4,13-14).

Provo a risolvere l’apparente contraddizione proponendo due livelli di riflessione: il primo prevalentemente analitico, il secondo decisamente teologico in considerazione della peculiarità teologale della speranza cristiana.

L’analisi linguistica ci permette di distinguere fra la certezza, per fede, della risurrezione e la non certezza della sua qualità che è oggetto appunto della speranza. Si spera non di risorgere, perché ne siamo certi, bensì di risorgere bene. Infatti, come ci avverte il Vangelo di Giovanni, i morti risorgeranno, certo, ma «quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna» (Gv 5,29). Questo in realtà non c’impedisce di «sperare per tutti» (von Balthasar), tuttavia la speranza che nessuno debba risorgere per la condanna non significa avere la sicurezza effettiva che sarà così. Anzi il «santo timor di Dio», che è «dono» dello Spirito, spinge ciascun fedele a rifuggire dalla presunzione di salvarsi sicuramente e di meritare con certezza una «risurrezione di vita» che si può soltanto sperare.

A queste riflessioni aggiungerei una considerazione che va oltre la pura analisi linguistica: per il cristiano la speranza, in quanto virtù teologale, partecipa sotto certi rispetti della certezza della fede. Non perché chi spera possa ritenere la propria salvezza come già garantita, ma piuttosto perché la speranza si fonda nell’affidamento a Dio da cui ci sappiamo amati e che amiamo. La speranza teologale è il desiderio di Dio, suscitato da Dio stesso nel cuore umano e che si alimenta nella certezza della volontà salvifica di Dio.

Alla luce di questa considerazione suonerà forse meno paradossale l’espressione «speranza certa» che troviamo nella bella Preghiera davanti al crocifisso attribuita a san Francesco: «O Alto e glorioso Dio, / illumina el core mio. / Dame fede dricta, / speranza certa, / carità perfecta, / humiltà profonda, / senno e cognoscemento / che io servi li toi comandamenti. Amen» (Fonti francescane, Padova 1980, 276).




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