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In Dialogo il Teologo Risponde
a cura della Facoltà Teologica dell'Italia Centrale


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Quali sono i compiti dell’accolito?


Sono accolito, e vorrei avere delle delucidazione sul ministero dell’accolitato: mi capita di partecipare e di vedere che alcuni sacerdoti delegano la preparazione dell’altare e della purificazione all’accolito (naturalmente in assenza del diacono), altri no.

Ho assistito, con sorpresa, che un sacerdote ha autorizzato, e non è stato un caso occasionale, la lettura del vangelo all’accolito e dopo ha fatto l’omelia.

Mi domando: per il servizio all’altare, è sempre a discrezione del sacerdote, oppure, se c’è l’accolito egli dovrebbe delegare la funzione? Inoltre, l’accolito può leggere il vangelo quando è autorizzato dal sacerdote, o si deve rifiutare in quanto è un servizio che non gli compete?

Tenuto conto che valgono sempre la carità, l’obbedienza, la collaborazione e l’amore fraterno, ma alcune volte tutto ciò potrebbe creare confusione, non solo negli accoliti, ma anche nell’assemblea.


Fernando Berti

Risponde padre Valerio Mauro, docente di Teologia sacramentaria

Attuando il rinnovamento liturgico richiesto dal Vaticano II, il 15 agosto 1972 papa Paolo VI ha riformato la disciplina dei ministeri ecclesiali con la lettera apostolica in forma di motu proprio Ministeria quaedam. Paolo VI ricorda come alcuni ministeri furono istituiti nella Chiesa fin dai tempi più antichi, per il culto e il servizio al popolo di Dio. Alcuni di essi, più legati alle celebrazioni liturgiche, col tempo furono considerati preliminari al ricevimento del sacramento dell’Ordine e nella chiesa latina furono interpretati come «ordini minori».

Due di questi erano proprio il lettorato e l’accolitato. Con il rinnovamento liturgico del Vaticano II la dimensione sacerdotale del popolo di Dio (cf 1Pt 2,9), fondata sul battesimo, chiede una partecipazione «piena, consapevole e attiva» alla liturgia (SC 14). Così, dopo essersi consultato con esperti nella storia della liturgia e sentite le varie Conferenze Episcopali, in forza della sua autorità apostolica, Paolo VI ha riformato l’uso della chiesa latina, definendo «ministeri» il lettorato e l’accolitato e dando la possibilità di conferirli anche ai laici, perché solo con il diaconato avviene l’ingresso nello stato clericale (cf Paolo VI, Lettera apostolica Ministeria quaedam). Nella lettera apostolica il papa descrive competenze e servizi relativi alle due figure ministeriali del lettore e dell’accolito. Alla luce di questa introduzione, possiamo venire alla questione posta dal lettore, rimarcando come l’accolito sia «istituito per aiutare il diacono e per fare da ministro al sacerdote. E’ dunque suo compito curare il servizio dell’altare, aiutare il diacono e il sacerdote nelle azioni liturgiche, specialmente nella celebrazione della santa Messa». Il modo concreto con cui avviene questo servizio liturgico è specificato con esattezza nelle indicazioni date dai Principi e norme per l’uso del Messale romano (del 3 aprile 1969, indicati con PNMR), ai nn° 142-147. Nel rito d’ingresso, se avviene una processione, l’accolito porta la croce e poi prende posto accanto al sacerdote e al diacono per aiutarli durante la celebrazione (PNMR nn° 143-144). In mancanza del diacono, spetta all’accolito disporre sull’altare corporale, purificatoio, calice e messale; aiuta il sacerdote a ricevere i doni e gli presenta pane e vino (PNMR n° 145). Come ministro straordinario, può aiutare il sacerdote nella distribuzione della comunione al popolo, quando ve ne fosse bisogno secondo le condizioni stabilite in Ministeria quaedam (impedimento da parte del sacerdote o grande numero dei comunicanti; PNMR n° 146). Infine, l’accolito aiuta nella purificazione dei vasi sacri. In mancanza del diacono lui stesso li purifica, ma non all’altare: li porta alla credenza dove li purifica e riordina (PNMR n° 147).

Come si vede si tratta di compiti che in parte sono propri dell’accolito, in parte il loro svolgimento è rilasciato all’opportunità, secondo il discernimento del sacerdote che celebra. Invece, la lettura del Vangelo non è delegabile all’accolito. Nel rispetto delle norme e dei gesti significativi che regolano la liturgia, un accolito non può leggere il Vangelo durante la celebrazione eucaristica: si tratta di un servizio tipicamente diaconale, e in mancanza di questa figura resta a carico del presbitero. Nelle situazioni ordinarie, non vi sono motivi perché si debba venire meno a queste indicazioni.
Ritornando ai compiti del nostro ministero in questione, quando l’accolito svolge delle funzioni in mancanza del diacono, le rubriche indicano piccole differenze per distinguere il ruolo di un ministro ordinato da quello di un ministro laico (per esempio la purificazione dei vasi dopo la comunione, che il diacono può compiere all’altare, mentre l’accolito deve farla alla credenza). La mens della riforma liturgica conciliare, tuttavia, invita a distribuire il più possibili i compiti liturgici per manifestare la ricchezza della ministerialità nella Chiesa. Possiamo aggiungere che l’accolito può svolgere il suo ruolo in una adorazione eucaristica, in assenza di ministri ordinati: espone il santissimo Sacramento e lo ripone al termine della preghiera, senza dare la benedizione.

Le scelte alternative permesse dalle rubriche possono lasciare un po’ perplessi se vengono utilizzate in pieno da una parrocchia piuttosto che da un’altra, oppure da un prete piuttosto che da un altro. Nella scelta bisognerebbe ricordare che i valori da proporre sono, da una parte, la diversificazione dei compiti ministeriali e, dall’altra, l’armonia delle celebrazioni. La partecipazione attiva alla liturgia è richiesta al popolo di Dio, secondo lo stile proprio che ogni comunità può avere, nei limiti delle norme liturgiche. Perciò può accadere che in una parrocchia gli accoliti aiutino sempre a distribuire la comunione e in un’altra lo facciano solo in caso di necessità. Invece, se nella medesima parrocchia il comportamento di un prete differisce da quello dell’altro, il discorso cambia. Non tanto perché si presentano modi diversi di celebrazione ma perché si induce a pensare che la liturgia sia una realtà propria del sacerdote e non della comunità che egli deve servire. La mens della riforma invita a tenere presente prima di tutto il bene del popolo di Dio e non i gusti del sacerdote che presiede. Per questo credo che l’omogeneità rituale sia un valore grande per ogni comunità eucaristica, sempre nel rispetto e nella distinzione di quanto la liturgia chiede di osservare come norma rituale e di quanto invita a modellare sui bisogni dei fedeli.



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