Come deve
vestirsi il prete?
Da
molto tempo ormai non va più di moda, tra i
preti, la tonaca. Capisco che possano esserci
motivi di praticità: il prete di oggi deve
svolgere tanti compiti e si trova più a suo agio
in abiti «civili». Non sempre però questo
antico abito è stato sostituito dal cosiddetto
«clergyman» (giacca, pantaloni e camicia grigi).
Più spesso prevalgono maglioni blu o neri (ma
anche marroni), pantaloni scuri ma anche jeans, e
in estate non mancano camicie a mezze maniche e
magliette. Sarei curioso di sapere se (a parte il
cosiddetto «collarino» bianco, e in genere una
croce appuntata sul golf) tutto è lasciato alla
sensibilità e alla libera scelta del prete, o se
ci sono regole a cui i sacerdoti devono attenersi
nel proprio abbigliamento.
Giuseppe Pellegrini
Risponde
don Roberto Gulino, docente di Liturgia
La questione
sullabbigliamento del sacerdote trova
risposta anche nel recente intervento di Papa
Benedetto XVI alla riunione plenaria della
Congregazione per il Clero avvenuta lo scorso 16
marzo (ne riportava notizia anche lultimo
numero di Toscana Oggi, del 29 marzo, a pag IV,
nella rubrica «La parola del Papa»); il Santo
Padre, dopo aver richiamato le dimensioni
principali e fondative del ministero presbiterale,
conclude con le seguenti parole: «Urgente appare
anche il recupero di quella consapevolezza che
spinge i sacerdoti ad essere presenti,
identificabili e riconoscibili sia per il
giudizio di fede, sia per le virtù personali,
sia anche per labito, negli ambiti della
cultura e della carità, da sempre al cuore
dellannuncio cristiano». Si noti bene la
scansione, come dei cerchi concentrici, che
riguarda prima di tutto la dimensione essenziale
ed esistenziale della fede, poi quella
dellatteggiamento concreto nella vita, ed
infine laspetto di riconoscibilità che
può esser dato anche esteriormente
dallabbigliamento.
In una società come la nostra, caratterizzata
più di sempre dalla prevalenza delle immagini e
dellimportanza del visibile, siamo chiamati
a tradurre in segni concreti la nostra
testimonianza cristiana, senza fermarsi alla pura
esteriorità formale e vuota (condannata
duramente dal Signore nellatteggiamento dei
farisei, «sepolcri imbiancati», cfr Mt 23,27).
E evidente come la fede debba essere
testimoniata nelle opere e in tutti gli
atteggiamenti concreti che riguardano la nostra
sfera quotidiana.
Anche labbigliamento ha una capacità
simbolica che comunica qualcosa - per non dire
«molto» - della nostra personalità e della
nostra vita. Da sempre coloro che svolgono certe
professioni o ricoprono determinate cariche hanno
utilizzato, nelladempimento delle loro
funzioni, un abito caratteristico che ne permette
il riconoscimento.
Perché allora, anche nel ministero sacerdotale,
non provare ad «essere» ed «apparire»? Ripeto:
non solo apparire, ma «essere-ed-apparire»; non
per lo scopo di farsi vedere e ricevere
lapplauso dalla gente (avremmo già
ricevuto la nostra ricompensa!), ma per
comunicare ed annunciare che abbiamo incontrato
il Signore, che Lui ci ha chiamato e che noi
proviamo a seguirlo nelle nostre povertà.
Del resto penso sia questo lo spirito che spinge
un tifoso della Fiorentina (mi si passi lesempio
calcistico) a portare con orgoglio la sciarpa
viola o la maglietta del suo calciatore preferito,
per far vedere a tutti che la sua squadra del
cuore è quella e non unaltra.
In questa dimensione della testimonianza si
possono comprendere le parole del Direttorio per
la vita dei presbiteri che al numero 66 dice:
«Il presbitero deve essere riconoscibile
anzitutto per il suo comportamento, ma anche per
il suo vestire, in modo da rendere immediatamente
percepibile ad ogni fedele, anzi ad ogni uomo, la
sua identità e la sua appartenenza a Dio e alla
Chiesa». Il testo del Direttorio continua
riportando il canone 284 del Codice di Diritto
Canonico: «I chierici portino un abito
ecclesiastico decoroso, secondo le norme emanate
dalla Conferenza Episcopale e le legittime
consuetudini del luogo». Per quanto riguarda la
nostra Conferenza Episcopale Italiana, il 23
novembre 1983 è stata emanata la seguente norma,
in vigore dal 23 gennaio 1984: «Salve le
prescrizioni per le celebrazioni liturgiche, il
clero in pubblico deve indossare labito
talare o il clergyman».
Quindi, non è proprio una questiona lasciata
alla libera scelta del singolo sacerdote.
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