Come è cambiata
la confessione?
Vorrei sapere come si è sviluppato il sacramento
della confessione: è vero che allinizio
veniva celebrata in forma pubblica? Quando è
nata la pratica della confessione a tu per tu con
il sacerdote? È verso che lobbligo di
confessarsi almeno una volta lanno, in
preparazione alla Pasqua, è stato introdotto nel
medioevo? E perché invece oggi siamo invitati a
confessarci più spesso?
Andrea Luti
Risponde
padre Giovanni Roncari, docente di storia della
Chiesa
Le domande che il signor Luti rivolge sono
certamente molto interessanti, ma anche molto
ampie per poter rispondere in maniera abbastanza
esauriente in così poco spazio. Dobbiamo cercare
di sintetizzare.
Tra tutti i sacramenti della Chiesa, la
riconciliazione o confessione è forse quello che
ha subito più trasformazioni lungo i secoli. E
questo non è senza motivo. Da una parte vi è la
fede della chiesa che crede e insegna di aver
avuto il potere di perdonare i peccati,
dallaltra il peccatore concreto con la sua
storia, quindi non semplicemente una dottrina da
applicare, ma una persona da accogliere, una
prassi da inventare.
Nel Nuovo Testamento la prima, vera e più
importante, e per alcuni lunica, remissione
dei peccati è il Battesimo: «pentitevi e
ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di
Gesù Cristo per il perdono dei vostri peccati»
(Atti 2,38) dice lapostolo Pietro nel suo
discorso la mattina di pentecoste. Nella
professione di fede che recitiamo nella messa
domenicale, diciamo di credere «in un solo
battesimo per la remissione dei peccati». È nel
Battesimo, dunque, che muore luomo vecchio
con i suoi peccati e le sue concupiscenze e nasce
luomo nuovo creato secondo Dio.
Il Battesimo, però, non va inteso in senso quasi
magico che assicuri la salvezza senza un concreto
impegno del credente reso possibile dal Battesimo
stesso, basti solo pensare al celebre cap. 12
della Lettera ai Romani.
La prima comunità cristiana ha sperimentato
subito la propria fragilità e la necessità di
un perdono oltre il battesimo. Il ruolo della
chiesa è ben espresso dal testo di Matteo 18,15-18:
«se tuo fratello commette una colpa, va e
ammoniscilo fra te e lui...» Lamara
esperienza della vita, soprattutto durante le
persecuzioni che durano a fasi alterne quasi tre
secoli, mette davanti a necessità nuove. Non
mancano, infatti, cristiani che rinnegano la fede,
anzi in alcuni momenti sono anche molti, come
nelle persecuzioni di Decio e di Diocleziano, e
che poi pentiti desiderano ritornare nella
comunità cristiana.
Cosa fare? Abbandonarli a se stessi e alla
propria disperazione o riaccoglierli come Colui
che riaccolse il figlio prodigo, che andò in
cerca della pecora smarrita, che è venuto a
chiamare i peccatori e non i giusti, che ordinò
di perdonare fino a settanta volte sette, che
diede agli Apostoli il mandato di rimettere i
peccati
Più che il momento giuridico della
istituzione di questo sacramento è importante
riflettere e imparare dal modo di essere e di
fare del Maestro e Signore, il vero Sacramento
della nostra riconciliazione con il Padre. Ed
ecco anche come la necessità concreta, la vita,
porta a leggere e a confrontarsi il vangelo. E,
se è possibile riaccoglierli, come fare, a quali
condizioni? Una sola volta o più volte?
Dalliniziale rigore per cui sembra che sia
possibile solo una seconda volta (come uno è il
battesimo, una è la penitenza), si passa ad
elaborare un cammino penitenziale più
possibilista, ma anche complesso.
Sintetizzando al massimo e sorvolando differenze,
anche notevoli, fra le varie grandi chiese (Roma,
Antiochia, Alessandria..), possiamo riassumere in
tre momenti la celebrazione della penitenza e del
perdono: la richiesta di perdono fatta al vescovo
e lingresso nello stato dei Penitenti; un
tempo di penitenza che può durare da pochi mesi
a molti anni, o addirittura per tutta vita; la
riconciliazione attraverso limposizione
delle mani da parte del vescovo. Lo stato
penitenziale era molto duro e impegnativo e molti
iniziarono a rimandarlo fino alletà
avanzata. Va anche notato che nella esperienza di
peccato si sottolinea in particolare la ferita
che questo produce nel corpo della Chiesa e la
necessità di sanarla con medicine anche forti e
amare. Ma la chiesa ha rischiato di costruire un
edificio che rimane vuoto e ancora una volta la
necessità della vita impone uno sviluppo.
Più che la confessione pubblica, era lo stato
dei penitenti ad essere pubblico. San Leone Magno
proibisce la confessione pubblica che dichiara
illegittima e contraria alle norme apostoliche:
«Noi proibiamo che in questa occasione venga
letto pubblicamente uno scritto nel quale sono
elencati nei particolari i loro peccati. È
sufficiente infatti che le colpe vengano
manifestate al solo vescovo, in un colloquio
privato» (Lettera 168). Leone Magno è stato
papa dal 440 al 461, le persecuzioni erano
terminate da oltre un secolo. La coscienza
cristiana aveva elaborato, partendo già dai
Padri Apostolici, una dottrina che non
identificava il peccato nella sola apostasia, ma
insegnava lesistenza di una «apostasia del
cuore» che aveva bisogno di penitenza. E nel
primo medioevo, anche per opera del monachesimo,
si sviluppano varie forme di confessione, che
progressivamente sostituiscono lantico ordo
poenitentium rovesciando in certo modo la prassi:
confessione, assoluzione, penitenza.
Il panorama è piuttosto variegato. Alcune, per
la nostra mentalità alquanto bizzarre, come la
penitenza tariffata (ad un singolo peccato
corrisponde una sanzione, ma anche la tariffa
sostitutiva: digiuni, pellegrinaggi... potevano
essere commutati in elemosine), altre
costituiscono un passo in avanti nella formazione
della coscienza, nel senso del peccato, nella
necessità della conversione: non solo sacramento
di riconciliazione, ma anche di purificazione e
di progresso spirituale.
È in questo contesto che va letto il celebre
decreto 21 del Concilio Lateranense IV (1215):
«Ogni fedele delluno e dellaltro
sesso, giunto alletà di ragione, confessi
lealmente, da solo, tutti i suoi peccati al
proprio parroco almeno una volta lanno, e
adempia la penitenza che gli è stata imposta
secondo le sue possibilità... il sacerdote sia
discreto e prudente, come un esperto medico versi
vino e olio sulle piaghe del ferito, informandosi
diligentemente sulla situazione del peccatore e
sulle circostanze del peccato per capire con
tutta prudenza quale consiglio dare e quale
rimedio applicare
»
Il nostro lettore si chiede perché oggi siamo
esortati a confessarci spesso. Non è da oggi, ma
da svariati secoli: dal medioevo monastico e con
le sue riforme ecclesiali, e poi dalletà
tridentina che la confessione è entrata a far
parte del cammino ordinario di un cristiano
consapevole della necessità della conversione e
del perdono che è frutto non solo di scelte
personali, ma soprattutto della grazia di Dio che
ci raggiunge attraverso la mediazione della
Chiesa.
Desidero solo citare un bel testo del Concilio
Vaticano II dove si insegna che il sacerdozio
comune dei fedeli, il Sacerdozio battesimale,
quello che costituisce il Popolo di Dio, viene
esercitato nei sacramenti: «lindole sacra
e organica della comunità sacerdotale viene
attuata per mezzo dei sacramenti e delle virtù»
(Lumen gentium 11) E riguardo alla confessione il
Concilio afferma: «Quelli che si accostano al
sacramento della penitenza, ricevono dalla
misericordia di Dio il perdono delle offese fatte
a Lui e insieme si riconciliano con la Chiesa,
alla quale hanno inflitto una ferita col peccato
e che coopera alla loro conversione con la
carità, lesempio e la preghiera». (L.G.11)
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