Il profittevolissimo racconto di abba Filemone
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Idea Regalo per ricorrenze varie
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Copie fedeli e austeri stile bizantino (Scuola Cretese – Teofanis) realizzate da padre Pefkis, agiografo diplomato dell’Accademia Ecclesiastica del Monte Santo (località Athos) con colori autentici e tradizionali con foglio dorato, su tela e legno invecchiato




Il profittevolissimo racconto di abba Filemone

Sembra che l’abba Filemone sia stato il primo a introdurre la formula esicasta «Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me!», ma la sua vita è pressoché sconosciuta, di certo si sa che fu un anacoreta che visse nel Basso Egitto, nel deserto di Scete. Lo stesso Nicodema l’Agiorita, che ne introdusse gli scritti nella Filocalia greca, diceva «La ricerca… non ha chiarito in quali tempi egli sia fiorito». Se Filemone visse forse nel VI secolo, lo scritto pare risalga al XIII o al XIV secolo.


1. Raccontavano di abba Filemone, l’eremita, che egli si era recluso in una grotta, non lontano dalla Lavra detta Romaios, e si era dedicato alle lotte ascetiche, ripetendo mentalmente tra sé le stesse parole che si attribuiscono ad Arsenio il Grande: «Filemone, perché sei venuto qui?». Egli rimase abbastanza a lungo in quella grotta. La sua occupazione era quella di torcere corde e intrecciare ceste, che consegnava poi all’economo, ricevendo da questi i pochi pani di cui si nutriva. Non mangiava altro che pane e sale, e nemmeno ogni giorno. Del suo corpo, come ben si vede, non si preoccupava affatto, ma esercitandosi nella contemplazione raggiungeva illuminazioni divine e, poiché era degno di tali ineffabili visioni, acquisiva la conoscenza spirituale. Recandosi alla chiesa, nei giorni di sabato e di domenica, camminava sempre solo, assorto nei suoi pensieri, non permettendo ad alcuno di avvicinarsi per non distogliere la mente dal proprio dovere. In chiesa, poi, si metteva in un angolo, con il volto chinato a terra, e lasciava sgorgare le lacrime, emettendo incessanti sospiri e richiamando alla mente il ricordo della morte e l’immagine dei santi Padri, soprattutto di Arsenio il Grande, le cui orme si sforzava di seguire con ogni zelo.

2. Quando l’eresia comparve in Alessandria e dintorni, egli se ne andò da lì ed entrò nella Lavra di Nicanore, dove, accogliendolo, il piissimo Paolino gli cedette il proprio romitaggio e gli creò intorno un assoluto silenzio. Per un anno intero non permise a nessuno d’incontrarsi con lui ed egli stesso non lo importunava mai, se non quando gli portava il pane richiesto. Giunse la festa della santa Risurrezione di Cristo; nell’incontrarsi, i due cominciarono a conversare e il discorso cadde sulla vita solitaria; Filemone comprese che anche il venerabilissimo fratello Paolino nutriva la lodevole intenzione di vivere in solitudine; allora prese a seminare in lui una profusione di concetti ascetici, scritti e non scritti, dimostrando che non si può piacere a Dio se non nella completa solitudine, come in qualche passo osserva anche Mosè, l’antecessore illuminato: «Il silenzio genera l’ascesi, l’ascesi genera il pianto, il pianto il timore, il timore l’umiltà, l’umiltà il ravvedimento, il ravvedimento l’amore, ed infine l’amore rende l’anima assennata e priva delle passioni; allora l’uomo comprende di non esser lontano da Dio».

3. Egli [Filemone] gli disse: «Con l’assoluto silenzio, devi purificare la tua mente ed esercitarla in continua attività spirituale. Come l’occhio, volgendosi alle cose sensibili, si stupisce di quello che vede, così la mente pura, volgendosi alle cose spirituali, è sollevata all’altezza delle cose contemplate, tanto che non riuscirai più a distoglierla da esse. E quanto più, grazie al silenzio, si spoglia delle passioni, tanto più diventa degna della visione di cose spirituali. Ma diverrà perfetta solamente quando gusterà l’essenziale e si unirà a Dio. Acquistata allora una dignità regale, essa non sentirà più la miseria né sarà attratta da desideri mondani, se anche tu le offrissi tutti i regni della terra. Se vuoi dunque ottenere questi grandi beni, fuggi dal mondo e percorri assiduamente la via dei Santi, deponi ogni preoccupazione esteriore, usa povere vesti. Serba contegno semplice, parlare schietto, incedere modesto, voce franca. Sii lieto di vivere in povertà, negletto da tutti. Preoccupati soprattutto di custodire la concentrazione e la vigilanza della mente, sii paziente in tutte le angustie, e con ogni mezzo abbi cura dei beni spirituali che hai ricevuto, perché si conservino integri e incorrotti. Scruta con scrupolo te stesso e non accogliere la minima lusinga che tenti d’insinuarsi in te furtivamente. Poiché il silenzio doma le passioni dell’anima, ma se l’uomo permette loro di avvampare nuovamente, di riprendere il minimo vigore, esse, in genere, s’inferociscono ancor di più, e con maggior forza trascinano nel peccato. Lo stesso avviene per le ferite del corpo: se irritate o grattate, non potranno più rimarginarsi. Anche una sola parola può allontanare la mente dalla memoria di Dio, se i demoni la tentano con la complicità dei sensi. Custodire l’anima, è un’impresa grande e paurosa. Dovrai quindi allontanarti completamente dal mondo e, distogliendo la mente da ogni inclinazione del corpo, dovrai rinunciare alla patria, alla casa, alla ricchezza, diventare incurante di traffici e di amici, estraneo alle umane faccende e conservarti umile, mite, benigno, pronto a ricevere nel cuore i segni inconfondibili della divina scienza. Perché non è possibile scrivere sulla cera senza aver cancellato le lettere scritte in precedenza, come c’insegna Basilio il Grande. Tale era l’ideale dei Santi, i quali, distaccati da tutte le consuetudini mondane e serbando dentro di sé, imperturbabile, la saggezza divina, furono illuminati dalla legge di Dio e cominciarono a splendere con le opere e le parole, «mortificando le membra che sono sulla terra» con la continenza, il timore e l’amore di Dio. Giacché, per merito dell’orazione incessante e la meditazione delle divine Scritture, si spalancano gli occhi spirituali alla visione del Re di tutte le potenze, e grande è la gioia; un desiderio irresistibile di Dio divampa con violenza nell’anima; gioisce anche la carne, per l’azione dello Spirito, e tutto l’uomo diventa spirituale. Ecco i doni ottenuti da quelli che osservano il beato silenzio e sopportano l’esistenza, estremamente disagevole, dell’eremita; allontanando da sé ogni consolazione umana e senza posa, soli, discorrendo con il Signore che è nei cieli.

4. Ascoltate queste parole, quel piissimo fratello, ferito nell’anima dall’amore di Dio, lasciò la sua dimora e assieme a lui raggiunse la skita, dove i Padri più illustri hanno percorso la via della devozione. Essi si stabilirono nella Lavra di S. Giovanni Colobo, affidando il loro sostentamento all’economo di quella Lavra, perché volevano vivere nel silenzio. E qui vissero con la benedizione di Dio, in assoluto silenzio, solo recandosi, nei giorni di sabato e di domenica, alla chiesa dove si riunivano tutti, e restando gli altri giorni nel loro rifugio; e ciascuno per conto proprio compiva i suoi atti di devozione.

5. Nel fare orazione, il santo starec [Filemone] seguiva la seguente regola: di notte, cantava per intero il Salterio e i suoi inni; con calma, senza affrettarsi, leggeva uno dei Vangeli; poi si sedeva e così restava, ripetendo tra sé: «Signore, abbi pietà!», con estrema concentrazione e abbastanza a lungo, finché non riusciva più a pronunciare l’invocazione; allora, si concedeva il sonno. Di nuovo, all’alba, cantava l’ora di Prima, o leggeva, a piacer suo, passi delle Epistole o del Vangelo. In questo modo egli trascorreva tutta la giornata, cantando, pregando e contemplando le cose celesti; spesso la sua mente era così assorta nella contemplazione, che egli non sapeva più di essere su questa terra.

6. Il fratello, vedendolo applicato all’orazione, sì che a volte si trasfigurava a causa dei pensieri divini, gli disse: «Non ti è faticoso, padre, vecchio come sei, mortificare e costringere in tal modo il tuo corpo?». Gli rispose: «Credimi, Dio ha colmato la mia anima di tanto zelo e di tanto amore per l’orazione, che non sono in grado di soddisfare questa sua sete come vorrei; ma l’amore di Dio e la speranza delle future beatitudini vincono l’impotenza del corpo». In tal modo, tutto il suo anelito spirituale tendeva al cielo, e questo anche durante la refezione, e non soltanto in altri momenti.

7. Un fratello che viveva con lui gli domandò una volta: «Quali misteri contempli?». Ed egli, vedendo che quegli desiderava sinceramente edificarsi, gli disse: «Ti posso dire, figlio mio, che a chi ha la mente pura Dio concede persino la visione delle gerarchie angeliche e delle armate celesti a Lui soggette».

8. Gli chiese ancora quanto segue: «Perché padre, ti diletti del Salterio più che di tutte le altre Scritture, e perché, quando canti sottovoce, sembra che tu parli con qualcuno?». A queste parole lo starec rispose: «Dio ha impresso così profondamente nella mia anima, come già in quella del profeta Davide, la potenza dei suoi Salmi, che non posso sottrarmi alla delizia di contemplare tutto ciò che racchiudono; perché in essi sono comprese tutte le divine Scritture». Queste cose egli confidava a chi lo interrogasse, con grande umiltà e dopo lunghe ed insistenti suppliche, perché ne traesse giovamento.

9. Un fratello di nome Giovanni, giunto dal mare, venne da questo santo e illustre padre Filemone e abbracciandogli le ginocchia disse: «Che devo fare, padre, per salvarmi? perché la mia mente è inquieta, e vola qua e là, dove non è lecito». Egli tacque per un poco e poi disse: «Questa malattia è propria di quelli che vivono esteriormente. Ne sei affetto anche tu perché non possiedi ancora il vero amore di Dio; il frutto dell’amore e della conoscenza di Lui non è ancora sceso in te». Il fratello gli disse: «Che devo fare, dunque, padre?». Rispose: «Va’, e acquisisci nel tuo cuore la scienza dell’orazione interiore ed essa purificherà la tua mente da ogni cosa». Il fratello, non essendo illuminato sul senso di queste parole, disse allo starec: «Che cos’è questa scienza segreta, padre?». Ed egli rispose: «Va’, custodisci il tuo cuore e pronuncia mentalmente, con sobrietà, timore e tremore: “Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me!”. Così insegna ai principianti anche il beato Diadoco”». Il fratello se ne andò e, grazie alle orazioni del padre, con l’aiuto di Dio trasse non poco profitto da questi insegnamenti. Ma in seguito questo stato si affievolì ed egli non riusciva più a conservare la vigilanza della mente e a pregare. Sicché tornò dallo starec e gli raccontò l’accaduto. Lo starec gli disse: «Tu hai già conosciuto la via del silenzio e dell’attività spirituale e hai gustato la dolcezza che ne deriva. Custodiscila sempre nel tuo cuore, sia che tu mangi o beva o discorra con chicchessia; in viaggio o nella tua cella, con mente vigile e ferma, non cessare mai di recitare questa Preghiera, oltre alle altre orazioni e ai Salmi; anche quando attendi alle più urgenti necessità non permettere che la tua mente rimanga oziosa, ma costringila a esercitarsi e a pregare in segreto. In questo modo potrai comprendere la verità profonda delle divine Scritture, la loro forza nascosta e, la mente continuamente attiva, adempiere le parole dell’Apostolo, che ammonisce: “Pregate senza intermissione”. Vigila dunque su te stesso con attenzione e preserva il tuo cuore dai pensieri malvagi o solo irrequieti e vani; ma sempre, quando dormi, quando ti alzi, quando mangi, quando bevi e quando discorri, il tuo cuore si nutra mentalmente dei Salmi oppure ripeta in segreto: “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me!”. Così, quando intoni i Salmi, fa’ attenzione a non pronunziare le parole con la sola bocca, svolazzando altrove col pensiero».

10. Il fratello lo interrogò ancora: «Vedo in sogno mille fantasticherie». Lo starec rispose: «Non essere pigro né scoraggiato; ma, prima di addormentarti, formula più volte la Preghiera nel tuo cuore e resisti ai pensieri tentatori con i quali il diavolo vuol distrarti, e Dio ti ascolterà. Sforzati di addormentarti con i Salmi sulle labbra e il loro insegnamento spirituale nella mente, e non permettere che questa, per negligenza, ospiti altri pensieri; ma, nutrito dei pensieri nati dalla tua orazione, stenditi sul giaciglio, affinché essi rimangano in te mentre dormi e quando ti sveglierai discorrano con te. Pronuncia inoltre, prima di addormentarti, il santo simbolo della fede ortodossa, perché professare la propria fede in Dio è fonte e difesa di ogni bene».

11. Il fratello gli domandò ancora: «Fammi la grazia; padre, dimmi come lavora la tua mente. Istruiscimi, perché anch’io mi salvi». Gli rispose: «Perché questa curiosità di saperlo?». Quello si alzò, abbracciò i piedi del santo e, baciandoli, lo supplicava di istruirlo. Lo starec dopo una breve pausa disse: «Tu non sei ancora in grado di farlo. È proprio dell’uomo abituato a muoversi tra le benedizioni della verità, di affidare a ogni senso la funzione che più gli si addice. Ma non può essere degno di un simile dono chi non si è purificato completamente dagli inquieti pensieri del mondo. Perciò, se lo desideri sinceramente, devi custodire l’insegnamento segreto in un cuore puro. Se avrai sempre dentro di te l’orazione e l’insegnamento delle Scritture, gli occhi della tua anima si apriranno ed essa si colmerà di ineffabile letizia e di calore, così che la carne si riscalderà allo spirito e tutto l’uomo diventerà spirituale. Perciò, se Dio ti concederà di poter pregare giorno e notte senza distrarti, con mente pura, potrai abbandonare la regola che seguivi per le tue orazioni e con tutte le tue forze aderirai a Dio. Ed Egli istruirà la tua anima nelle operazioni spirituali che hai intrapreso». Aggiunse: «Una volta venne da me uno starec, e quando lo interrogai sull’attività della sua mente, egli mi disse: “Per due anni sono rimasto in orazione davanti a Dio, supplicandolo che mi facesse la grazia d’imprimere costantemente e senza distrazioni nel mio cuore l’orazione che Egli aveva affidato ai suoi discepoli, e il Signore generoso, vedendo il mio zelo e la mia pazienza, mi ha concesso ciò che chiedevo”». Ed ecco che cosa gli disse ancora: «I pensieri vani che si trovano nell’anima sono le malattie di un’anima oziosa che si abbandona alla negligenza; perciò, secondo le Scritture, è nostro dovere sorvegliare con ogni cura la mente, salmeggiare come si conviene e pregare con mente pura. Fratello, Dio vuole che noi gli dimostriamo il nostro zelo, prima di tutto con le opere, poi con l’amore e la continua preghiera; allora, Egli ci indicherà la via della salvezza. È chiaro, dunque, che non c’è altra via che conduca al cielo, se non quella del completo rifiuto di ogni male, dell’ardente ricerca di ogni bene, dell’assoluto amore di Dio e della convivenza con Lui in santità e somiglianza, sicché, quando un uomo raggiungerà tutto questo rivestirà ben presto sembianze celesti. Inoltre, chiunque voglia salire in alto deve mortificare senza indugio le membra che sono sulla terra. Perché, quando la nostra anima avrà gioito nella contemplazione del vero bene, non sarà più attratta dalle passioni, stimolata da peccaminose lusinghe; ma, distolta da ogni gioia corporale, accoglierà l’immagine di Dio con mente pura e buona. Per questo sono necessarie un’attenta vigilanza, molte fatiche del corpo e la purificazione dell’anima. Soltanto allora Dio prenderà dimora nei nostri cuori e noi, mondi da ogni peccato, potremo osservare i suoi comandamenti ed Egli stesso ci insegnerà a seguire con fermezza le sue leggi, irradiando su noi la sua virtù come raggi di sole, per grazia dello Spirito Santo. Attraverso prove e tentazioni, dobbiamo purificare l’immagine secondo la quale fummo creati esseri razionali, capaci di ogni intendimento, e a similitudine di Dio. Con i sensi purificati da ogni scoria al fuoco delle prove, ci disponiamo a una rinnovata dignità regale. La natura umana fu creata da Dio per essere partecipe di tutte le beatitudini, capace di contemplare col pensiero l’esultanza delle gerarchie angeliche in gloria: dei troni, delle potestà, dei principati, delle dominazioni, di vederne la luce inaccessibile e lo splendore accecante. Ma quando possederai qualche virtù attento che il tuo pensiero non si innalzi al di sopra di tuo fratello perché tu sei riuscito in quella virtù mentre egli l’ha negletta; poiché questo è il principio della superbia. Mentre stai lottando con una passione, guardati dallo scoramento e dal timore, anche se la lotta è tenace; insorgi, prosternati dinanzi al volto di Dio, ripetendo con tutto il cuore, insieme col Profeta: “Giudica, o Signore, i miei oppositori, espugna coloro che mi assediano”. Ed Egli, vedendo la tua umiltà, accorrerà subito in tuo aiuto. Quando sei in viaggio con qualcuno, non intavolare un discorso vano, ma offri alla tua mente il cibo spirituale che già la teneva occupata, perché conservi questa buona abitudine e dimentichi le voluttà terrene e non esca dal porto dell’imperturbabilità». Con queste e molte altre parole, lo starec congedò il fratello.

12. Ma non molto tempo dopo egli tornò nuovamente e riprendendo la parola domandò: «Che devo fare, padre? Quando recito l’Ufficio notturno, il sonno mi aggrava e m’impedisce di pregare e di vegliare a lungo. E mentre canto i Salmi, ho voglia di metter mano a un lavoro». Lo starec rispose: «Se riesci a pregare sobriamente, non toccare il lavoro; ma quando la sonnolenza ti avvolge, allora lotta e prendi in mano il lavoro». Quello domandò nuovamente: «Tu stesso, padre, non sei gravato dal sonno, durante il tuo Ufficio notturno?». Lo starec disse: «Raramente; tuttavia, quando incombe la sonnolenza, mi scuoto e comincio a leggere dall’inizio il Vangelo di Giovanni, rivolgendo la mente a Dio, e la sonnolenza tosto scompare. Anche se insorge qualche pensiero, lo affronto ed esso si dilegua. Tu, invece, non sai ancora armarti così contro di essi; attieniti soprattutto alla scienza segreta e osserva con diligenza le ore stabilite dai santi Padri: per le orazioni diurne l’ora terza, sesta, nona e il vespro, come pure gli Uffici notturni. Inoltre, con tutte le tue forze, cerca di non fare nulla per rispetto umano e guardati dal nutrire inimicizia verso qualcuno dei tuoi fratelli; per non allontanare da te il tuo Dio. Sforzati anche di serbare il tuo pensiero vigile, lontano dalle tentazioni e diligentemente attento alla realtà interiore. In chiesa, quando hai l’intenzione di accostarti ai santi Misteri di Cristo, non partire finché tu non abbia raggiunto la pace perfetta. Resta fermo nello stesso posto, non andartene fino alla preghiera di congedo; immagina di essere in cielo, di trovarti davanti a Dio e di accoglierlo nel tuo cuore; accingiti a fare questo con timore e tremore, per non accostarti indegnamente alle sante Potenze». Dopo aver così rinfrancato spiritualmente il fratello e affidatolo alla grazia del Signore, lo starec lo lasciò andare.

13. Il fratello che aveva vissuto con lui raccontava anche questo: «Una volta, sedendogli accanto, gli domandai se, quando viveva nel deserto, fosse stato tentato dalle menzogne del demonio. Ma egli rispose: “Perdona, fratello, ma se Dio permettesse che tu fossi assalito dalle stesse tentazioni diaboliche sofferte da me, non credo che potresti sopportarne l’amarezza. Ho settant’anni e anche qualcuno di più; vivendo nei deserti ho sopportato molte tentazioni in assoluto silenzio; non sta bene rivelare a quelli che non hanno ancora gustato il silenzio, le sevizie che ho provato e sopportato da questi demoni. Durante le tentazioni ho sempre agito così: rimettevo ogni mia speranza in Dio, al quale offrivo anche voti di rinuncia, ed Egli mi liberava ben presto da ogni miseria. Per questo, fratello, non mi do più alcun pensiero di me stesso, ma sapendo che Egli ha cura di me, sopporto con molta facilità le tentazioni che mi assalgono. E soltanto questo gli offro di mio: che prego senza intermissione; inoltre mi è di grande aiuto la speranza che chi sopporta i mali più gravi riceverà corone più ricche; perché queste e quelli si bilanciano nelle mani del giusto Giudice. Ora che sai queste cose, fratello, non cedere alla viltà. Sei entrato nella mischia per combattere e ora combatti, incoraggiato anche dalla certezza che sono moltissimi coloro che ci difendono contro il nemico di Dio, più numerosi delle orde nemiche. E in realtà come oseremmo noi opporci a un così terribile nemico della nostra specie se la destra potente del Verbo di Dio non ci stringesse, proteggesse, coprisse? Come potrebbe la natura umana sopportare i suoi assalti? Come dice Giobbe: “Chi può aprire le porte della sua faccia? I suoi denti sono tremendi tutto in giro… Dalla sua bocca escono fiaccole ardenti e faville di fuoco ne balzano fuori. Dalle sue nari esce il fumo come da una pentola o una caldaia schiumante. Il suo fiato accende i carboni e la fiamma scaturisce dalla sua bocca. Nel suo collo dimora la forza e il dolore giubila dinanzi a lui… Il suo cuore è fermo come pietra; si, e duro come un blocco della macina di sotto… Fa bollire l’abisso come una pentola, fa del mare un calderone di unguenti. Fa scintillare dietro di sé un sentiero, si direbbe che l’abisso è canuto… Guarda fisso tutto l’eccelso: è re su tutti i figli dell’orgoglio”. Ecco, contro chi lottiamo, fratello! Ecco, come viene descritto il nostro tiranno! Tuttavia, la vittoria è facile per coloro che, esemplarmente, passano la vita in solitudine: perché non hanno in sé niente che gli assomigli, perché hanno rinnegato il mondo, praticando eccelse virtù e perché hanno chi combatte con loro. Poiché, dimmi, chi, essendosi accostato al Signore con reverenziale timore, non è stato trasformato nella propria sostanza e, illuminato dai precetti e dalle opere ispirate da Dio, non ha reso limpida la sua anima, specchio di giudizi e pensieri divini? Costui non permette mai che essa rimanga oziosa, perché ha Dio dentro di sé, il quale ispira alla mente una insaziabile sete di luce. Il suo spirito non consente che l’anima, costantemente dominata in questo modo, si sbizzarrisca tra le passioni, ma come un re in preda a terribile collera e corruccio, le percuote senza pietà. Un uomo siffatto non torna indietro, ma con la pratica [delle virtù], con le mani levate al cielo, nell’orazione appropriata, ottiene, nella lotta, la vittoria».

14. Raccontava ancora quel fratello che, tra le altre virtù, abba Filemone annoverava anche questa: «Non sopportava i discorsi inutili, e se qualcuno, dimentico, raccontava qualche cosa che non fosse per il bene dell’anima, non rispondeva neppure. Anche quando dovevo uscire per qualche necessità, non domandava: “Perché esci?”. E quando ritornavo, non diceva: “Dove sei stato? E che hai fatto?”. Così accadde che una volta andai per mare ad Alessandria per un affare urgente e da lì, per una questione ecclesiastica, passai a Costantinopoli, senza informarne il servo di Dio; vi rimasi abbastanza a lungo e, dopo aver visitato i venerandi padri che erano laggiù, tornai finalmente da lui, all’eremo. Al vedermi, lo starec si rallegrò; e dopo avermi salutato come al solito, recitata l’orazione, sedette; ma non mi domandò assolutamente nulla e riprese la sua solita occupazione spirituale».

15. «A volte, volendo metterlo alla prova, per alcuni giorni non gli diedi il pane. Ma egli non lo cercò e non me ne disse niente. Allora, dopo essermi prostrato davanti a lui, gli domandai: “Di grazia, padre, dimmi, sei forse offeso perché non ti ho portato da mangiare, come di consueto?”. Egli mi rispose: “Perdona, fratello! Ma se anche per venti giorni tu non mi dessi il pane, io non te lo chiederei, perché fino a quando posso resistere con l’anima, resisterò anche con il corpo”. A tal punto egli era giunto nella contemplazione del vero bene».

16. Egli usava dire: «Da quando sono venuto nell’eremo, non ho più lasciato uscire il mio pensiero dalle quattro mura della cella, e neppure nella mia mente ho accolto un solo pensiero, che non fosse di timor di Dio e della sua giustizia futura; serbavo in mente il giudizio finale dei peccatori, il fuoco eterno e le tenebre infernali; rammentavo come vivranno le anime dei peccatori e quelle dei giusti, e quali beatitudini siano preparate a questi ultimi, e come ciascuno riceva il suo compenso secondo le sue fatiche, chi per le imprese ascetiche, chi per la sua carità e sincero amore, chi ancora per il suo disinteresse verso ogni avere e il perfetto silenzio, questo per l’assoluta ubbidienza, quello per la vita errante. Poiché i miei pensieri sono pieni di tutte queste cose, non lascio nessun’altra idea albergare in me e non posso più stare con gli uomini né occupare con essi la mia mente, per non separarmi dai pensieri divini».

17. Egli raccontò di un altro anacoreta che aveva già raggiunto l’imperturbabilità e riceveva il pane dalla mano di un angelo, ma per essersi impigrito (indebolito nella concentrazione), fu privato di un così grande privilegio. Infatti, non appena l’anima allenterà l’attenta e tesa concentrazione della mente, sarà avvolta dalle tenebre. Dove non splende Iddio, ogni cosa si dissolve, come nell’oscurità; l’anima non può contemplare l’unico Dio e giubilare alle sue parole. “Sono io dunque Dio soltanto da vicino”, dice il Signore, “e non Dio da lontano? Potrebbe un uomo occultarsi in tale nascondiglio sicché io non lo vegga? Non riempio io il cielo e la terra?”. E rammentava molti altri, che avevano sofferto una simile sventura. Portò l’esempio della caduta di Salomone, il quale, diceva, aveva ricevuto una tale sapienza che era glorificato da tutti e tuttavia, per concedersi un po’ di voluttà, perdette una simile gloria. Per questo, è pericolosissimo indulgere alla pigrizia, ma occorre pregare senza intermissione, perché qualche pensiero repentino non ci separi da Dio, e al suo posto non si insinui nella nostra mente qualche cosa di diverso. Soltanto un cuore puro, divenendo la sede dello Spirito Santo, riflette con chiarezza dentro di sé, come in un limpido specchio, Dio stesso, Signore di ogni cosa.

18. Dice il fratello che viveva con abba Filemone che, ascoltando questi discorsi e osservando i suoi atti, aveva compreso come su di lui non agissero più le passioni corporali e come egli fosse diventato un fervido amante di ogni perfezione, tanto da apparire sempre trasfigurato dallo Spirito di Dio (di gloria in gloria). Emetteva inenarrabili sospiri, assorto in sé, come soppesando se stesso (oppure, mantenendosi in equilibrio come su una bilancia), usando ogni accorgimento perché niente venisse a turbare la purezza della sua mente, o alcunché di immondo la contaminasse. «Vedendo queste cose,» dice il fratello, «fui spinto da uno zelo verso quel modo di vivere; mi rivolsi a lui con una fervida supplica, domandando: “Come posso acquistare anch’io la purezza della mente?”. Ed egli mi rispose : “Va’ e fatica, perché per ottenere questo occorrono travaglio e sofferenza del cuore”. Non vi saranno per noi le gioie spirituali, che sono il frutto di un’appassionata ricerca e di grande sforzo, se ci adageremo sui nostri giacigli e ci addormenteremo. Niente si ottiene senza sforzo, nemmeno le gioie terrene. Chi vuol riuscire deve anzitutto rinunciare ai propri desideri e raggiungere il pianto della contrizione e il disinteresse verso i peccati altrui, occupandosi soltanto dei propri. Dovrà piangere su questi, giorno e notte, senza legarsi a nessuno con inquieta amicizia. L’anima, dolente per il suo misero stato e mortificata dal ricordo dei peccati commessi, muore al mondo, come il mondo muore a lei, vale a dire l’uomo non è più soggetto alle passioni della carne, che perdono così il loro potere. Inoltre, chi rinnega il mondo e si unisce a Cristo, radicato nel silenzio, costui ama Dio, custodisce la sua immagine e si arricchisce della sua somiglianza; perché, dall’alto, riceverà da Lui il dono dello Spirito e diventerà casa di Dio anziché di demoni, presentando a Dio opere pure. Così l’anima, diventata monda per questo modo di vivere, libera dalla carne contaminata, senza più vizi né peccati, alla fine si ornerà del serto della verità e risplenderà di bellezza e virtù. “Ma chi, sin dal momento della rinuncia, non abbia sofferto nel suo cuore il pianto del pentimento, le lacrime spirituali, la memoria dei tormenti eterni, e non abbia raccolto l’insegnamento delle divine Scritture; chi non abbia saputo trasformare tutto questo in una sua seconda natura, tanto da viverlo quasi automaticamente, e non è dominato dal timore di Dio, costui è ancora amico del mondo, e non può pregare con mente pura. Poiché soltanto la pietà e il timore di Dio purificano l’anima dalle passioni e, liberando la mente, la guidano verso la contemplazione a lei congeniale e le permettono di accostarsi alla teologia, che verrà ricevuta in forma di beatitudine: “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio”, per quelli che ne sono degni, queste parole, fin d’ora, servono da pegno (per il futuro), e mantengono (lo spirito) incrollabile. “Perciò, con tutte le nostre forze ci dovremo dedicare a quelle pratiche (delle buone azioni e dei sacrifici), grazie alle quali ci eleveremo verso la devozione – che è purezza della mente – il cui frutto è la contemplazione teologica, propria e connaturale alla mente. Infatti, l’azione è un’ascesa per gradi verso la contemplazione, come dice quell’acuto spirito teologico [Gregorio il Teologo]. Se dunque trascurassimo questa pratica resteremmo lontani dall’amore della saggezza, e anche se qualcuno raggiungesse la perfezione della virtù, tuttavia gli sarebbero sempre indispensabili la fatica e la mortificazione che frenano gli impulsi lascivi della carne, e la severa custodia dei pensieri. Ma anche in questo modo ci accorgeremo difficilmente dell’ingresso di Cristo nel nostro cuore. Infatti, quanto più aumenta la nostra rettitudine, tanto più cresce il coraggio spirituale; ed alla fine la mente, raggiunta la perfezione, aderisce tutta a Dio e risplende di luce divina, mentre le si rivela l’ineffabilità dei misteri. Allora essa comprende veramente dove sia la sapienza, dove la forza, dove l’intelletto onnisciente, dove l’eternità e la vita, dove la luce degli occhi e la pace. Finché essa è tutta intenta alla lotta dei sensi, non le sarà possibile gioire di tutto questo; perché, come i peccati, anche le virtù accecano la mente; le virtù, perché non scorge i peccati; i peccati, perché non scorge le virtù. Ma quando essa toccherà la quiete dopo la battaglia e sarà fatta degna dei dono spirituali, allora, sotto l’influsso della grazia, si farà tutta luce e non potrà più distogliersi dalla contemplazione delle cose spirituali. Non sarà più legata a nessuna cosa terrena, sarà passata dalla morte alla vita. “Colui che voglia intraprendere una vita esemplare e aneli ad avvicinarsi a Dio, dovrà avere cuore puro e mente sgombra, sicché la parola, uscendo monda da labbra monde, sia degna di lodare Dio, e l’anima, aderendo tutta a Dio, discorra con Lui senza interruzione. Sforziamoci, dunque, fratello, di raggiungere tanta altezza, e smettiamo di strisciare sulla terra, avvinti alle passioni. Colui che, segnato dall’amore di Dio, brama la sua vicinanza e si accosta alla sua luce santa, è deliziato da una sorta di allegrezza spirituale, divina e inimmaginabile, come dice il Salmo: “Metti le tue delizie nel Signore, ed egli ti darà ciò che chiede il tuo cuore… Egli farà risaltare come luce la tua giustizia e qual mezzogiorno i tuoi diritti”. Vi è forse un amore così forte ed irrefrenabile, come quello che, scaturito da Dio, si riversa in un’anima purificata da ogni male? Per una intima disposizione del cuore, essa dice: “Io languisco d’amore”. Ineffabili e inesplicabili splendori della bellezza di Dio! La parola non può descriverli né l’udito afferrarli! Se tu descrivessi il fulgore del mezzogiorno, il chiarore della luna, la luminosità del sole, tutte le tue parole sarebbero indegne di quel tripudio e più misere, in confronto alla vera immagine della luce, di quanto lo sia la notte più fonda e l’oscurità più cupa di fronte al più radioso mezzogiorno. Questo ci ha tramandato anche Basilio, mirabile tra i maestri, avendolo appreso per esperienza».

19. Queste cose, ed altre ancora, raccontava il fratello che aveva vissuto con l’abba. Ma chi non sarà edificato da quello che segue, e che dimostra la sua grandissima umiltà? Pur insignito da molto tempo della dignità sacerdotale, e pur essendosi accostato così sinceramente alle cose del cielo, sia nella vita che con l’intelletto, tuttavia egli evitava quanto poteva di celebrare il servizio divino, quasi gli fosse troppo grave peso, tanto che, nei lunghi anni della sua vita ascetica, molto di rado acconsentiva ad avvicinarsi alla sacra Mensa. Quanto ai sacri Misteri, nonostante una vita così timorata, evitava di accostarvisi quando gli era accaduto di dover discorrere con la gente, ancorché non dicesse loro niente di terreno, ma soltanto cose utili per la loro anima. Ma quando si proponeva di accostarsi a quei Misteri, si rivolgeva prima a Dio istantemente, implorando misericordia con orazioni, salmi e confessioni. Anche la voce del sacerdote che (prima della comunione) intonava a voce alta la formula: “Le cose sante ai Santi”, lo colmava di terrore, perché diceva, in quel momento tutta la chiesa si riempie di Angeli santi e lo stesso Re delle Potenze, celebrando invisibilmente e trasformando il pane e il vino nel suo Corpo e nel suo Sangue, attraverso la santa Comunione prende dimora nei nostri cuori. «Noi, dunque,» aggiungeva, «dobbiamo osare appena accostarci al purissimo Sacramento, spogliandoci prima di ogni dubbio ed esitazione, quasi non fossimo più fatti di carne, per diventare finalmente partecipi della sapienza contenuta nel mistero dell’Eucaristia. Molti santi Padri videro gli Angeli santi che vegliavano su di loro: e per questo anch’essi rimanevano in profondo silenzio, senza parlare con nessuno».

20. E raccontava ancora il fratello: «Quando lo starec era costretto a vendere di persona gli oggetti che fabbricava, pur di evitare qualunque malinteso, spergiuro, o parola inutile, o altro genere di peccato, dovendo discutere e mercanteggiare, si fingeva un povero di spirito. Chi desiderava comperare i suoi lavori, li prendeva e li pagava quanto voleva. Egli fabbricava piccoli canestri: e, uomo saggio, accettava con riconoscenza quello che gli veniva dato, senza dire una parola».




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