Piccola Filocalia - Amore del Bello

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IL MAESTRO È QUI E TI CHIAMA

Leggiamo insieme due racconti evangelici (Gv 11, 1 - 44 e Lc 10, 38 - 42).

"Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro". Per diventare amici di Cristo e per innamorarsi di lui bisogna sentire che ci vuole molto bene.

"Il Maestro è qui e ti chiama". Quando Gesù è o sembra lontano succedono i guai; quando lo sentiamo presente rifiorisce la vita e la speranza. Il Cristo che duemila anni fa era a Betania, oggi è qui e ripete anche a noi: "Io sono la risurrezione e la vita".

Per Maria "sedutasi ai piedi di Gesù" non esiste più niente: c’è lui solo. Lo guarda con occhi estasiati e pieni d’amore. "Maria si è scelta la parte migliore che non le sarà tolta".

Queste pagine del vangelo ci sembrano riassunte nella bella definizione di Teresa d’Avila: "La preghiera per me, altro non è che un intimo rapporto d’amicizia e un frequente intrattenersi da solo a solo con Colui da cui sappiamo di essere amati".

Un intimo rapporto personale.

Il cristianesimo è Qualcuno, è Cristo.

È Qualcuno che per me conta; Qualcuno senza del quale non potrei vivere: "Per me infatti il vivere è Cristo" (Fil 1, 21).

Il mio rapporto con lui deve essere esauriente, afferrare tutta la mia vita.

L’amore ha sete di presenza.

Dio si è fatto meravigliosamente vicino. È venuto ad abitare in mezzo a noi (cfr Gv 1, 14). L’amore ha bisogno di presenza, desidera l’incontro. Dio è soprattutto presenza: Qualcuno che è qui, adesso, per me. È qui e mi aspetta perché mi vuol bene. Bisogna avvertire questa presenza. Una presenza non avvertita è come una "non presenza". E non vale la scusa che abbiamo tante cose da fare e da pensare. Un giorno il Signore disse a santa Teresa: "Figlia mia, pensa a me, che a te ci penso io". Se noi pensiamo a Lui e ai suoi interessi, Lui pensa a noi e ai nostri interessi: è un affare d’oro!

La preghiera non può nascere se non avvertiamo questa presenza: non si dialoga con un assente. La preghiera comincia nel preciso istante in cui Dio cessa di essere un egli e diventa un Tu. I personaggi dei salmi danno del tu a Dio, lo interloquiscono con fiducia.

Si dice che santa Caterina, quando pregava il "Gloria al Padre", lo recitasse così: "Gloria al Padre, e a Te, o Figlio, e allo Spirito santo" perché in quel momento, attraverso un’esperienza particolare, la presenza di Cristo si faceva sensibile. Per non essere da meno, noi potremmo pregare così: "Gloria a Te, o Padre, e a Te, o Figlio, e a Te, Spirito santo" perché sappiamo che la Trinità abita stabilmente in noi come in un tempio (cf Gv 14, 23; 1Cor 3, 16-17; 6, 19-20).

Io lo guardo e lui mi guarda.

È meraviglioso sentirsi addosso lo sguardo di un innamorato. Il salmo 139 (138) e l’episodio dell’uomo ricco (Mc 10, 17-22) ci aiutano ad attualizzare e a pregare questa realtà.

Quando prego, io lo guardo e lui mi guarda. Io che sono senza importanza per tutti, non sono senza importanza per lui.

Per intanto lo possiamo contemplare solo nei segni della sua presenza, nel riflesso delle sue creature. "Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è" (1Gv 3, 2).

Il desiderio di vederlo ha fatto nascere nella Chiesa primitiva la prima formula liturgica tipicamente cristiana: "Maranà tha, Vieni, Signore Gesù" (cf 1 Cor 16, 22; Ap 22, 20).

È la stessa struggente nostalgia del paradiso che faceva dire a Teresa d’Avila: "Muoio, perché non muoio".

Camminare alla presenza di Dio.

Dice la Bibbia: "Enoch camminò con Dio" (Gen 5, 21-23); "Noè era uomo giusto e integro tra i suoi contemporanei e camminava con Dio" (Gen 6, 9); "Quando Abram ebbe novantanove anni il Signore gli apparve e gli disse: Io sono Dio onnipotente: cammina davanti a me e sii integro" (Gen 17, 1). Tutti camminano con lui come si cammina con un compagno di viaggio. In Cristo Gesù, buon samaritano, Dio è in viaggio e passa accanto all’umanità di tutti i tempi e di tutti i luoghi e se ne prende cura (cf Lc 10, 30-37). La fede è la capacità di avvertire questa presenza amorosa e benefica.

Il mio silenzio ti parla.

Il primo mezzo per comunicare è il silenzio. Sbaglia chi crede che il silenzio sia un diaframma tra persone che porta all’isolamento. I momenti più belli dei rapporti anche umani sono i momenti in cui ci si guarda negli occhi senza dir niente. Il silenzio può esprimere una fusione di cuori, un’intimità che nessuna parola può tradurre. Elisabetta della Trinità l’ha definito "l’estasi dell’amore". Un’anima inebriata dalla presenza di Dio non trova più parole.

Il dialogo orante.

Il valore del silenzio non elimina né oscura quello della parola. È proprio il silenzio che dà valore alla parola. Una parola è vera quando nasce dal silenzio interiore di chi parla e trova nel silenzio interiore dell’interlocutore uno spazio per entrare.

Il bisogno di comunicare con il Tu divino, di cui nella fede avvertiamo la presenza, si esprime dunque attraverso la parola, rispettando però le norme del dialogo. Molti pensano che pregare significhi semplicemente parlare con Dio. E non si accorgono di cadere così nel monologo. C’è dialogo tra due persone quando parlano entrambi. Se poi tra i due uno emerge sull’altro per dignità, spetta a lui la prima battuta del dialogo. Qui l’interlocutore è il Signore: dovrò lasciare che anzitutto parli lui. Pregare è soprattutto ascoltare. La mia non potrà essere che una risposta.

Ora il mezzo privilegiato con cui Dio mi parla è la Parola ispirata, la Bibbia. Dio parla certamente anche attraverso le creature, gli avvenimenti, le voci intime del mio cuore, ma senza la luce della Parola ispirata non saprei decifrarne il linguaggio. Nella storia della salvezza è la Parola profetica che illumina gli avvenimenti indicando il senso che assumono nel piano di Dio. Sarà dunque la Bibbia il grande mezzo per mettermi in ascolto: la Bibbia però come parola viva, colta sulla bocca dell’interlocutore.

Diciamo di più: la Bibbia mi fornisce anche la risposta. Questo spiega perché la Chiesa privilegia i salmi nella sua preghiera. "Sono preghiere ispirate che arrivano dirette al cuore di Dio" (s. Gregorio Magno). E Pascal diceva che "solo Dio parla bene a Dio".

In ogni caso la mia risposta dopo l’ascolto consisterà nel reagire a ciò che egli mi ha detto, nel far rimbalzare verso di lui la Parola ricevuta dopo che essa si è incorporata al mio mondo interiore ed è diventata ad un tempo la sua e la mia parola.

Esiste una scuola di preghiera, esiste una maestra esperta in materia. La liturgia è la Chiesa che prega. È lì che dobbiamo imparare a pregare ed è da lì che dobbiamo prendere ispirazione e metodo anche per la nostra preghiera personale.

Pregare è soprattutto lodare.

Quando Dio è al centro del nostro interesse, la lode prende il sopravvento sulle altre forme di preghiera. Non guardo me, guardo lui. Se guardassi solo me, rischierei di restare paralizzato dal panorama squallido delle mie miserie.

Certo l’esame di coscienza ci vuole, ma va fatto in compagnia del Signore. Un bambino che fa l’inventario delle sue ferite in braccio a una madre premurosa che minimizza l’accaduto, lo consola e lo restaura: ecco un’immagine dell’esame di coscienza.

Quindi non stiamo a perdere eccessivo tempo a guardare i nostri cerotti. Mettiamo sempre Dio in primo piano e guardiamo soprattutto le sue meraviglie.

"Cantare amantis est: è proprio di chi ama, cantare" (s.Agostino). Cantare, nei testi agostiniani, è sinonimo di lodare.

Tagore, un poeta non cristiano ma impregnato di senso religioso esprime così l’atteggiamento di lode: "Quando mi comandi di cantare, il mio cuore pare che si spezzi dall’orgoglio. Guardo il tuo viso e mi vengono le lacrime agli occhi. Tutto quello che vi è di aspro e di discorde nella mia vita, si fonde in un’unica dolce armonia, e la mia adorazione apre le ali, fa come l’uccello felice quando vola attraverso il mare. So che ti diletti del mio canto, e che solo quale cantore sono venuto al tuo cospetto. L’ala spiegata del mio canto sfiora i tuoi piedi, che non aspirerei mai a raggiungere. Nell’ebbrezza gioiosa del canto dimentico me stesso e chiamo te amico, che sei il mio Signore".

Soprattutto le ultime parole sono una delle più stupende definizioni dell’atteggiamento di lode: dimenticarsi per prorompere in un canto di ammirazione e di gioia, davanti all’amico Signore.

"Noi ti lodiamo, ti benediciamo, ti adoriamo, ti glorifichiamo, ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa". Non solo per i benefici che ci hai dato, o Signore, ma soprattutto perché Tu esisti, perché Tu sei Dio, perché Tu sei la bontà, la bellezza infinita.

"Bisogna anzitutto lodarlo. Lodare è esprimere la propria ammirazione e nello stesso tempo il proprio amore, perché l’amore è inseparabilmente unito ad una ammirazione senza limiti" (C. De Foucauld).

Certo l’atteggiamento di lode non è l’unico atteggiamento della preghiera: ci sono tutti gli altri. Ma è il vertice della preghiera.

Sarà la lode che riempirà la nostra eternità felice, alla fine, senza fine.
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