Preghiera del Cuore - L'INVOCAZIONE DEL NOME COME CULTO

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Preghiera del Cuore

L'INVOCAZIONE DEL NOME COME CULTO



Troppo spesso le nostre preghiere si limitano alla supplica, alla intercessione e al pentimento: il Nome di Gesù può essere usato anche per questa finalità; ma la preghiera disinteressata, la lode offerta a Dio a motivo della sua gloria: l'ossequio a Dio fatto di rispetto e d'amore, il grido di Tommaso: «Mio Signore e mio Dio» devono avere la priorità su tutto.

L'invocazione del Nome di Gesù, deve render presente alla nostra mente Gesù. La invocazione del Nome sarebbe mera idolatria verbale: «La lettera uccide ma lo spirito dona la vita» (Corinti, 3, 6). La presenza di Gesù è il reale contenuto e la sostanza del Sacro Nome. Il Nome significa la persona di Gesù e contiene la sua parola.

Questo conduce alla pura adorazione: pronunciando il Nome, dobbiamo sentirci alla presenza di Nostro Signore: «Essi caddero proni e lo adorarono» (Matteo, 2, 11). La pronuncia pensosa del Nome di Gesù equivale al riconoscimento della santità perfetta del Signore e del nostro nulla. Con questa convinzione lo adoreremo e lo riveriremo: «Dio lo ha esaltato grandemente e gli ha dato il nome più alto di ogni altro nome: al nome di Gesù ogni ginocchio, deve piegarsi» (Filippesi, 2 , 9, 10).

Il Nome di Gesù ci porta qualcosa di più della sua presenza! Gesù è presente nel suo Nome nella qualità di Salvatore; la parola «Gesù» significa salvatore o salvezza. «Non vi è salvezza in nessun altro: poiché non vi è nessun altro nome sotto il cielo donato agli uomini, che possa salvarci » (Atti, 4, 12). Gesù iniziò la sua missione terrena sanando e perdonando, cioè, salvando gli uomini. Così il vero inizio della via del Nome è la conoscenza di Nostro Signore, come nostro personale Salvatore. L'invocazione del Nome ci reca liberazione in tutte le necessità.

Il Nome di Gesù ci aiuta ad ottenere l'adempimento di quanto domandiamo. «Qualsiasi cosa chiederai al Padre nel mio nome, te la concederà. Sinora non hai domandato nulla in mio nome: chiedi e riceverai» (Giovanni, 16, 23, 24). Ma il Nome di Gesù già supplisce alle nostre necessità. Quando ricerchiamo il soccorso del Signore dobbiamo pronunciare il suo Nome con fede e speranza, certi di ricevere in questo ciò che abbiamo domandato. Gesù è l'adempimento definitivo di tutte le richieste umane. Ed è Lui che ora stiamo pregando. Non consideriamo la nostra preghiera riferendola al suo futuro compimento, ma all'attuazione in Gesù fin da ora. Egli non solo dona ciò che domandiamo ma Lui stesso è il dono, essendo in Se stesso donatore e dono: se ho fame, è il mio cibo; se io ho freddo, egli è il calore; se sono malato è la mia salute; se sono perseguitato è la mia salvezza, se sono impuro, diventa la purezza. Egli «viene a noi... come purezza, e santificazione e redenzione›› (Corinti, 1, 30). Questo è ben altra cosa che il donare queste realtà semplicemente. Dobbiamo trovare nel suo Nome tutto ciò che Egli è; il Nome di Gesù, in quanto ci incatena a lui stesso, è già un mistero di salvezza.

Se siamo tentati, il Nome di Gesù ci apporta vittoria e pace; il cuore saturo del Nome del Signore non verrà trascinato in nessuna peccaminosa immagine o pensiero. Ma noi siamo deboli, e spesso le nostre difese crollano, e allora la tentazione sale dentro di noi come impetuosa onda. Allora non fermatevi sulla tentazione, non raziocinate col desiderio, non pensate alla tempesta, non riguardate voi stessi. Fissare lo sguardo sul Signore, stringetevi a Lui, invocate il Suo Santo Nome. Quando Pietro, camminando sulle acque per andare da Gesù, vide la tempesta, «ebbe paura›› e cominciò a affondare. Se, invece di guardare le onde, di ascoltare il vento, con cuore fiducioso camminiamo sulle acque verso Gesù, Egli ci porgerà la mano e ci darà appoggio. Il Nome renderà allora grande servigio, essendo una formula precisa, concreta ed efficace, atta ad opporsi alla forte suggestione della tentazione.

Quando siete tentati, invocate il Sacro Nome con insistenza e insieme con pace e serenità, senza pronunciarlo ad alta voce con affanno e turbamento. Fate che scenda nella vostra anima lentamente, fino a che tutti i vostri pensieri e i vostri sensi convergano e si uniscano a Lui. Lasciate quindi che eserciti la sua forza di attrazione: .è il nome del Principe della Pace; va invocato con pace, e ci darà la pace, o, meglio, come Colui del quale è il simbolo, sarà la nostra pace.

Il Nome di Gesù porta il perdono e la pacificazione. Quando abbiamo peccato gravemente, e tanto più quando abbiamo peccato lievemente possiamo, in un attimo, stringerci al Santo Nome con dolore e amore e invocarlo con tutto il cuore, e il Nome così ripetuto, per il cui tramite abbiamo raggiunto la persona di Cristo, sarà già un segno di perdono. Dopo il peccato non ci mettiamo in ozio, rimandando e esitando. Facciamo in modo di non titubare a riprendere l'invocazione del Nome, nonostante la nostra indegnità. Un nuovo giorno sta apparendo e Gesù è sulla sponda. «Quando Simon Pietro udì che era il Signore... si gettò nel mare» (Giovanni, 21, 7). Agisci come Simone: ripeti «Gesù››, come se riprendessi da capo la vita.

Noi peccatori ritroveremo il Signore invocandone il Nome. Egli viene a noi subito e nello stato in cui siamo, Egli riprende il cammino con noi da dove l'avevamo abbandonato. Quando riappare ai discepoli, dopo la Resurrezione, andò da loro, che erano tristi, smarriti e colpevoli e, senza rimproverare il loro tradimento, semplicemente si mise di nuovo nella loro vita di ogni giorno; disse ad essi: «Avete del cibo? e gli offrirono del pesce arrostito e favo di miele›› (Luca, 24, 41, 42). Così, quando diciamo «Gesù›› dopo aver commesso peccato o dopo un tempo di smarrimento, Egli non esige lunghe giustificazioni del passato, ma desidera che nuovamente ricolleghiamo la Sua Persona e il suo Nome nella vita di tutti i giorni, col nostro pesce arrostito e il nostro favo di miele, facendoli penetrare nel centro della nostra esistenza.

Così il Sacro Nome riporta la riconciliazione dopo i peccati commessi. Ma esso può donarci esperienza più vasta e fondamentale del perdono divino; potendo noi pronunciare il Nome di Gesù e introdurvi la totale realtà della croce l'intero mistero dell'espiazione. Unito al Nome di Gesù propiziazione per i peccati di tutti gli uomini, troveremo il segno della Redenzione esteso a tutti i tempi e all'intero universo, troveremo «l'Agnello ucciso dalla fondazione del mondo» (Apocalisse, 13, 8) e «l'Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo » (Giovanni, 1, 29).

Quanto abbiamo detto non contraddice o svaluta i mezzi della penitenza e remissione dei peccati, offerti dalla Chiesa, stiamo trattando solo della nascosta vita dell'anima, e abbiamo davanti l'interiore assoluzione che il pentimento sorretto dall'amore da se stesso ottiene e il perdono che il pubblicano ricevette dopo la sua preghiera nel tempio e di cui il Vangelo dice: «Quest'uomo tornò alla sua casa perdonato» (Luca, 18, 14).

Abbiamo considerato il potere salvifico del santo Nome, ora dobbiamo andare più lontano. Nella misura che il Nome di Gesù cresce maturiamo nella conoscenza dei misteri divini. Il Santo Nome non è soltanto un mistero di salvezza, il compimento delle nostre richieste, la distruzione delle nostre tentazioni, il perdono dei nostri peccati, è anche un mezzo di ricordare il mistero dell'Incarnazione, ed è un efficace tramite con il Signore. L'essere uniti a Cristo è più beatificante che lo stare davanti a Lui, o l'essere da Lui salvati.

Puoi pronunciare il Nome di Gesù perché «Cristo possa dimorare nel tuo cuore›› (Efesini, 3, 17), puoi, quando hai formato sul labbro il suo Nome, provare la realtà di Gesù che discende nell'anima: «Sto davanti alla porta e busso: se uno ode la mia voce, e apre, entrerò in lui, e cenerò con lui, ed egli con me›› (Apocalisse, 3, 20). Puoi mettere sul trono la Sua Persona e il Suo Nome in te stesso: «Essi ti hanno costruito un santuario nell'intimo per il Tuo Nome›› (II Cronache, 20, 8). Tale è la preghiera sacerdotale del Signore «Io in loro›› (Giovanni, 17, 26). Possiamo gettarci dentro il Nome e sperimentare che siamo le membra del Corpo di Cristo e i rami della vite vera. «Dimorate in me›› (Giovanni, 15, 4). Certamente nessuno può abolire la differenza tra il Creatore e la Creatura, ma esiste, resa possibile dall'Incarnazione, una reale unione dell'uomo e di noi stessi con il Signore, unione che l'uso del Nome esprime e rende più salda.

Tra l'Incarnazione e la Parola e il dimorare del Sacro Nome in noi esiste una certa analogia: la Parola si fece carne, Gesù divenne uomo. La silente realtà del Nome di Gesù, giungendo nelle nostre anime, trabocca nei nostri corpi « rivestitevi del Signore Gesù Cristo ›› (Romani, 13, 14). Il contenuto vivo del Nome penetra fisicamente in noi stessi. «Il Tuo nome è un unguento profuso all'intorno›› (Cantico dei Cantici, 1, 3). Se ripetuto con fede e amore, il Nome diventa una forza, capace di distruggere e soggiogare la legge del peccato che è nelle mie membra (Romani, 7,23). Possiamo porre anche in noi stessi il Nome di Gesù come un fisico suggello sul tuo cuore, come suggello sopra il braccio » (Cantico dei Cantici 8, 6). Ma questo suggello fisico, non è un pezzo di cera o di piombo, è il segno esteriore del Nome e della Parola vivente.

L'uso del santo Nome non solo ci porta la conoscenza della nostra unione con Gesù nella sua Incarnazione, ma è anche il tramite di una visione più estesa della connessione intima esistente tra il Signore e tutte le creature di Dio. Il Nome di Gesù ci aiuta a trasfigurare il mondo in Cristo (senza nessuna confusione panteistica). Così scopriamo un altro aspetto dell'invocazione del Nome: una via verso la trasfigurazione.

Sotto questo aspetto l”invocazione del Nome è in relazione alla natura, l'universo considerato come l'opera del Creatore: «Il Signore che fece il cielo e la terra›› (Salmo, 14, 3) diviene il simbolo visibile dell'invisibile divina bellezza: I cieli cantano la gloria del Signore›› (Salmo, 19, 1). « Considera i gigli dei campi... ›› (Matteo, 6, 28). Questo però non basta: la Creazione non è statica; tende, soffrendo e gemendo, verso Cristo, come al suo compimento e ultimazione. « L'intera creazione si lamenta e soffre in pena ›› (Romani, 8, 22), finché non sarà liberata dalla schiavitù della corruzione dalla gloriosa libertà dei figli di Dio ›› (Romani, 8, 21).

Ciò che chiamiamo mondo inanimato è spinto innanzi da un movimento verso Cristo; tutte le cose convergono verso l'Incarnazione:
gli elementi, i frutti della terra, roccia e legno, acqua e olio, grano e vino acquistano un nuovo valore divenendo segni e strumenti della grazia. Tutto il creato, misteriosamente, palesa il nome di Gesù: « Io vi dico che, se questi tacessero, le pietre griderebbero ›› (Luca, 19, 40). È la parola di questo Nome che i cristiani dovrebbero ascoltare, nella natura, pronunciando il Nome di Gesù sopra le creature, pietra o pianta, frutto o fiore, mare o paesaggio, o qualunque altra, il credente esprime il mistero di questi esseri e li conduce al loro compimento, dando così la risposta alla loro diuturna e silenziosa attesa. « Per la sincera aspettativa della creatura in attesa per la manifestazione dei figli di Dio ›› (Romani, 8, 19). Pronunceremo il Nome di Gesù in unione con tutta la creazione: «Al nome di Gesù ogni ginocchio deve piegarsi, in cielo, in terra e sotto la terra... ›› (Filippesi, 2, 10).

Anche il mondo animale può raggiungere la trasfigurazione per nostra mediazione. Quando Gesù rimase quaranta giorni nel deserto, « era con le bestie selvagge ›› (Marco, 1, 13). Non sappiamo quello che allora avvenne, ma possiamo essere certi che nessuna creatura vivente rimase indifferente all'influenza di Gesù. Gesù stesso disse dei passeri che « non uno di questi è dimenticato innanzi a Dio ›› (Luca, 12, 6), e noi siamo come Adamo quando doveva dare un nome a tutti gli animali. Dal suolo il Signore Dio formò le bestie del campo e gli uccelli dell'aria: « e li condusse davanti ad Adamo perché imponesse loro il nome ›› (Genesi, 2, 19). Gli scienziati li appellano conformemente ai loro criteri; noi, invocando il Nome di Gesù sugli animali, li riconduciamo alla loro primitiva dignità. Troppo facilmente noi scordiamo la dignità degli esseri viventi, creati e amati da Dio in Gesù e per Gesù. «Questo era il nome di questi animali » (Gen, 2,19).

Ma soprattutto nei confronti degli uomini possiamo esercitare l'opera di trasfigurazione. Il Cristo risorto apparve diverse volte sotto un aspetto che non era più quello che i discepoli conoscevano. « Egli apparve in un altro aspetto... » (Marco, 16, 12, 16): l'aspetto di un viandante sulla strada di Emmaus, o di un giardiniere vicino al sepolcro, o di uno sconosciuto in piedi sulla sponda del lago, sempre nelle sembianze di un uomo comune, come ne incontriamo nella vita di ogni giorno. Gesù rivelò in questo modo un importante aspetto della sua presenza tra noi: la sua presenza nell'uomo. Condusse così a compimento ciò che aveva insegnato: « Ero affamato e voi mi deste del cibo, ero assetato e voi mi deste da bere... ero nudo e voi mi vestiste, ero ammalato e voi mi visitaste, ero in prigione e veniste a trovarmi... quanto avete fatto a uno dei miei più piccoli fratelli, lo avete fatto a me » (Matteo, 25, 36, 40). Gesù appare a noi ora sotto le fattezze di uomo o di donna. Veramente questa forma umana è l'unica sotto la quale ognuno può, a piacimento, in ogni tempo e in ogni luogo, vedere il volto del Signore.

Gli uomini di oggi sono realistici: essi non vivono in astrazioni o in visioni fantastiche e, quando i santi e i mistici giungono per dire:
« Abbiamo visto il Signore », rispondono con Tommaso: «Sino a che non porro il mio dito dentro la ferita e porro la mia mano sul suo costato, non crederò » (Giovanni, 20, 25). Gesù accetta questa sfida. Egli si lascia vedere, essere toccato ed essere interpellato nelle umane persone di tutti i suoi fratelli e sorelle. A noi, come a Tommaso, Egli dice: « Stendi pure la tua mano e introducila dentro il «mio costato, e non voler essere senza fede, ma credente » (Giovanni, 20, 22). Gesù mostra a noi i poveri, gli ammalati, i peccatori e generalmente tutti gli uomini, e ci dice: « Guarda le mie mani e i miei piedi... Toccami e guarda: poiché uno spirito non ha carne se ossa, come voi vedete che io ho » (Luca, 24, 39).

Gli uomini e le donne sono la carne e le ossa, le mani e i piedi, il trafitto costato del Cristo, il suo mistico corpo. In essi noi possiamo sperimentare la realtà della Resurrezione e la reale presenza (quantunque senza confusione di essenza) del Signore Gesù. Se noi non lo vediamo, è a causa della nostra incredulità e del nostro cuore sordo: « I loro occhi erano velati tanto da non poterlo riconoscere » (Luca, 24, 16). Ora il Nome di Gesù è un concreto ed efficace mezzo di trasfigurare gli uomini nella loro nascosta, intima, estrema realtà. Dovremmo riuscire ad avvicinare tutti gli uomini e le donne nella strada, negozio, ufficio, fabbrica, nell'autobus, e specialmente quelli che sembrano noiosi e repellenti, col Nome di Gesù nel cuore e sulle labbra. Dovremmo pronunciare il suo Nome sopra di loro, essendo il Nome di Gesù il loro vero nome. Chiamali col suo Nome, nel suo Nome, con spirito di adorazione, dedizione e amore. Adora Cristo in essi, servi Cristo in essi: in molti di questi uomini e donne, nel perverso, nel criminale, Gesù è imprigionato. Liberalo col riconoscerlo silenziosamente e adoralo in essi. Se andrai nel mondo con questa nuova visione, pronunziando « Gesù ›› sopra ogni uomo, vedendo Gesù in ogni uomo, ognuno sarà trasfigurato in se stesso e davanti ai tuoi occhi. E più sarai pronto a dare te stesso agli uomini, più la nuova visione diverrà chiara e vivida. La visione non può essere separata dall'offerta. Giustamente disse Giacobbe ad Esaù, quando stavano riconciliandosi: « Ti prego, se ora sono di nuovo nelle tue grazie, ricevi il mio dono dalle mie mani, poiché dopo aver visto la tua faccia e il tuo pensiero, ho visto la faccia di Dio ›› (Genesi, 33, 10).

Invocando il Nome di Gesù, incontriamo interiormente tutti quelli che sono uniti al Signore e dei quali Lui ha detto: « Dove due o tre sono uniti nel mio Nome, in mezzo ad essi Io sono ›› (Matteo, 18, 20).

Dovremmo incontrare tutti gli uomini nel Cuore e nell'amore di Gesù, collocandoli e racchiudendoli nello spazio sacro del suo Nome. Non sono necessari lunghi elenchi di invocazione, basta applicare il Nome di Gesù alla persona che si trova nella necessità. Tutti gli uomini e tutte le giuste richieste convergono nel Nome del Signore. Unirsi a Gesù è divenire una sola cosa con Lui nell'amore sollecito e pietoso; verso le creature, se l'intercessione del Signore per esse è cosa migliore del perorare in loro favore.

Dove è Gesù, ivi è la Chiesa, chiunque è in Gesù è nella Chiesa. Se l'invocazione del Sacro Nome è un mezzo di unione con Nostro Signore, è anche un mezzo di unione con la Chiesa la quale in Lui esiste e da nessun peccato umano può venir contaminata. Ciò non significa che si debba tener chiusi gli occhi ai problemi della Chiesa sulla terra, alle imperfezioni e alle divisioni dei Cristiani. Qui trattiamo della eterna, spirituale e « immacolata ›› parte della Chiesa che è raccolta nel Nome di Gesù, e che trascende tutte le realtà terrestri. Nessun scisma la può infrangere. Gesù disse alla Samaritana: « Credimi, verrà l'ora che tu non adorerai il Padre né su questa montagna, né in Gerusalemme. L'ora viene ed è giunta ormai che i veri adoratori adoreranno il Padre nello Spirito e nella verità ›› (Giovanni, 4, 21, 23). Vi è una apparente contraddizione in queste parole di Nostro Signore: come può essere « l'ora futura ›› se « di già è giunta? ››. Questo paradosso trova la sua spiegazione nel fatto che la Samaritana stava davanti a Cristo. Da una parte la storica opposizione tra Gerusalemme e Garizim ancora sussisteva, e Gesù lontano da trattare ciò come una frivola circostanza, appoggiò i più alti diritti di Gerusalemme: « Voi adorate ciò che non conoscete. Noi adoriamo ciò che conosciamo: poiché la salvezza è dagli Ebrei (Giovanni, 4, 22). In questo senso, l'ora non era ancora ma stava venendo. D'altra parte, l'ora era giunta di già poiché la donna aveva davanti a sé Colui che è più grande di Gerusalemme e di Garizim, Colui che rivelerà tutte le cose « e nel quale soltanto possiamo pienamente adorare in spirito e in verità›› (Giovanni, 4, 24). La stessa situazione si determina quando, invocando il Nome di Gesù, noi ci uniamo stretti alla sua Persona. Certamente non crediamo che tutte le contrastanti interpretazioni del Vangelo date dagli uomini siano ugualmente vere, né che i gruppi separati dei Cristiani abbiano la stessa misura di luce. Ma pronunciando il Nome di Gesù con la dovuta perfezione, arrendendoci totalmente alla sua Persona e alle sue esigenze, implicitamente partecipiamo alla pienezza della Chiesa, e così esperimentiamo la sua essenziale unità, più profonda di tutte le nostre umane divisioni.

L'invocazione del Nome di Gesù permette di incontrare, in Lui, tutti i nostri morti. Marta sbagliava, quando, parlando di Lazzaro, disse al Signore « so che egli risorgerà di nuovo nella resurrezione, alla fine dei giorni ›› (Giovanni, 11, 25). La vita e la resurrezione dei morti non è unicamente un evento futuro (quantunque la resurrezione dei corpi individuali sia tale). La persona del Cristo risorto è già la resurrezione e la vita di tutti gli uomini. Invece di tentare di stabilire nella nostra preghiera, o nella nostra memoria o nella nostra immaginazione un diretto contatto spirituale con i nostri trapassati, possiamo raggiungerli in Cristo, dove è ora la loro vera vita. Perciò possiamo anche dire che l'invocazione del Nome di Gesù, è la migliore preghiera per i morti: donandoci la presenza del Signore, ci porta anche la loro presenza. E la nostra unione col Sacro Nome e coi loro stessi nomi è servizio di amore in loro favore.

I defunti, la cui vita è ora nascosta in Cristo, formano la Chiesa celeste, appartengono alla perfetta ed eterna Chiesa, della quale la Chiesa militante sulla terra è una ben piccola parte. Noi incontriamo nel Nome di Gesù l'intera società dei Santi: « Il mio Nome sarà nelle loro fronti ›› (Apocalisse, 22, 4). In esso incontriamo gli angeli: è Gabriele, che, primo sulla terra, annunciò il sacro Nome, dicendo a Maria: « Tu gli darai il Nome Gesù ›› (Luca, 1, 31). In esso incontriamo la donna « benedetta tra le donne ››, alla quale Gabriele rivolse queste parole, e che tanto spesso chiamava il suo figlio per il Suo nome. Possa il Sacro Nome fare sì che si giunga ad ascoltare il Nome di Gesù come la Vergine Maria lo udì per la prima volta, e di ripeterlo come Maria e Gabriele lo pronunciarono. Possa la nostra stessa invocazione del Nome penetrare questo abisso di adorazione, obbedienza e pace!


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